Come gli Houthi sono diventati una potenza militare regionale: meno dipendenza dall’Iran e più armi prodotte in Yemen grazie ai componenti cinesi

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Gli ultimi attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita hanno rivelato quanto sia cresciuta la capacità militare del gruppo armato che governa il nord-ovest dello Yemen. Nelle scorse settimane gli Houthi hanno preso alle forze leali al governo yemenita ampi tratti della costa sud-occidentale del paese, hanno rafforzato il proprio controllo sulle zone vicine allo stretto di Bab el Mandeb e hanno colpito con missili e droni pozzi petroliferi, aeroporti e città saudite. Il bombardamento dell’aeroporto King Khalid di Riyad, che secondo le autorità saudite ha causato dodici morti e più di 300 feriti, è stato considerato l’attacco più devastante subito dall’Arabia Saudita da almeno un decennio.

Fino a pochi anni fa gli Houthi erano considerati una delle componenti meno equipaggiate dell’“Asse della Resistenza”, l’insieme di milizie alleate dell’Iran attraverso cui Teheran proietta la propria influenza in Medio Oriente. Oggi, invece, sono diventati uno degli attori armati più temibili della regione. Una delle ragioni principali di questa trasformazione è la diminuzione della loro dipendenza dalle forniture iraniane: gli Houthi non si accontentano più di ricevere sistemi d’arma già completati, ma importano pezzi di ricambio, materiali grezzi e attrezzature industriali per costruire e montare una quota sempre maggiore delle proprie armi direttamente sul territorio yemenita.

Da milizia locale a potenza regionale

Gli Houthi, il cui nome ufficiale è Ansar Allah, ovvero “difensori di Dio”, sono il principale clan e movimento politico dello zaydismo yemenita, una corrente dell’Islam sciita presente quasi esclusivamente in Yemen. Rappresentano circa il 35 per cento della popolazione, concentrata soprattutto nelle regioni settentrionali del paese, mentre il restante 65 per cento è in gran parte sunnita. Il gruppo nacque negli anni Novanta in modo indipendente dall’Iran, anche se nei decenni successivi i legami con Teheran sono diventati sempre più stretti.

Le origini del conflitto locale sono profonde. Gli zayditi dominarono il territorio yemenita per secoli, ma nel 1962 il loro governo fu rovesciato e sostituito da una repubblica araba guidata da élite sunnite. Con l’unificazione del paese nel 1990, e con l’espansione del sunnismo wahabita promosso dalla vicina Arabia Saudita, gli Houthi hanno lamentato una crescente emarginazione politica, culturale ed economica. Le loro regioni, soprattutto nel nord, sono diventate tra le più povere dello Yemen, e il gruppo ha cominciato a organizzarsi militarmente. La prima grande insurrezione, nel 2004, fu repressa con la forza; in quel periodo cominciarono anche i primi contatti con l’Iran, sebbene l’aiuto iraniano rimanesse limitato almeno fino al 2010.

La svolta arrivò con la primavera araba. Nel 2011 il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, al potere dal 1990, fu costretto alle dimissioni, e gli Houthi approfittarono del vuoto di potere per conquistare la provincia settentrionale di Saada. Nel 2014 avanzarono verso sud, presero la capitale Sana’a e costrinsero il presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi a fuggire prima ad Aden e poi in Arabia Saudita. Quell’avanzata convinse Riyadh, nel 2015, a formare una coalizione a sostegno del governo yemenita internazionalmente riconosciuto: la paura saudita era quella di avere alla propria frontiera meridionale un gruppo sciita alleato dell’Iran, storico rivale regionale.

Da allora la guerra civile yemenita è diventata anche una guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita. Gli Houthi hanno ricevuto armi, addestramento e consiglieri dall’Iran e, in misura minore, da Hezbollah; il governo yemenita è stato sostenuto militarmente da Riyadh e, almeno fino al 2019, anche dagli Emirati Arabi Uniti. Il conflitto ha provocato oltre 300mila morti, secondo le stime più diffuse, e una devastante crisi umanitaria, a lungo descritta dalle Nazioni Unite come la più grave al mondo.

L’arsenale dei primi anni

Quando gli Houthi entrarono a Sana’a nel 2014, non erano ancora una forza militare sofisticata. Le loro armi più avanzate erano limitate a razzi anticarro e lanciagranate; il grosso del loro equipaggiamento era costituito da armi leggere e da materiali reperiti nel mercato yemenita, storicamente molto permeabile al contrabbando. La presa della capitale cambiò però le cose: grazie all’alleanza, seppur breve, con l’ex presidente Saleh e con una parte delle forze armate regolari che gli erano rimaste fedeli, gli Houthi ottennero l’accesso a missili balistici di origine sovietica, come Scud e Tochka, oltre a grandi quantità di munizioni e veicoli militari.

Fu soprattutto dopo l’intervento saudita del 2015 che l’Iran intensificò il proprio sostegno. Teheran fornì agli Houthi missili balistici, droni, missili da crociera e altre armi pesanti, mentre consiglieri iraniani e membri di Hezbollah li istruirono sul loro impiego. In quegli anni la maggior parte delle spedizioni intercettate dirette nei territori controllati dagli Houthi conteneva armi già pronte all’uso: fucili, razzi, missili e munizioni. L’Iran era di gran lunga il principale fornitore, e il modello era quello classico del contrabbando militare: armi prodotte altrove, trasferite via mare attraverso rotte clandestine e consegnate alla milizia.

Questo modello permise agli Houthi di passare rapidamente da gruppo di insorti a forza capace di colpire obiettivi lontani. Tra il 2015 e il 2018 il gruppo impiegò missili balistici e droni contro l’Arabia Saudita e gli Emirati, dimostrando una capacità di proiezione che nessuno si aspettava da una milizia nata nelle montagne dello Yemen settentrionale. Ma quel modello aveva un limite evidente: senza flussi regolari di armi dall’esterno, e in particolare dall’Iran, gli Houthi avrebbero avuto difficoltà a sostenere un conflitto prolungato.

La svolta: produrre, non solo ricevere

Intorno al 2018 iniziò una trasformazione decisiva. Gli Houthi cominciarono a mostrare pubblicamente siti di produzione interna, dove operai yemeniti assemblavano droni, mine, mortai e altri ordigni. Nello stesso periodo le forze di sicurezza yemenite e internazionali cominciarono a intercettare non più soltanto armi finite, ma sempre più spesso componenti: motori, cablaggi, eliche, esplosivi, materiali chimici e attrezzature industriali. Era il segnale che il gruppo stava passando dal contrabbando di sistemi d’arma completi alla costruzione di una vera e propria catena di approvvigionamento.

La svolta si consolidò dal 2020 in poi. Secondo i dati raccolti dal think tank The Century Foundation, nel 2024 e nel 2025 oltre l’80 per cento degli articoli sequestrati diretti agli Houthi erano materiali destinati alla produzione di armi, non sistemi già completi. È un cambiamento radicale rispetto agli anni precedenti: non si tratta più di impedire che un missile arrivi in Yemen, ma di impedire che arrivino i pezzi con cui quel missile può essere costruito.

Il leader degli Houthi, Abdul-Malik al-Houthi, ha dichiarato nel settembre 2026 che il gruppo ora costruisce le proprie armi “da zero”. La frase contiene una quota di propaganda, perché gli Houthi dipendono ancora dall’Iran per progetti, tecnologie e componenti critici. Ma gli analisti militari concordano sul fatto che una parte crescente dell’arsenale del gruppo è effettivamente prodotta o assemblata all’interno dello Yemen, soprattutto per quanto riguarda i droni a media gittata e alcuni sistemi più semplici.

Il ruolo della Cina

Il cambiamento più significativo riguarda l’origine dei componenti. Se a metà degli anni 2010 l’Iran era il fornitore dominante, oggi la Cina ha superato Teheran come principale fonte di materiali e componenti diretti agli Houthi. Tra il 2021 e il 2025, secondo i dati del Century Foundation, circa il 35 per cento degli articoli intercettati aveva origine cinese, contro il 21 per cento di origine iraniana.

Non si tratta necessariamente di armi prodotte in Cina e destinate direttamente agli Houthi. La maggior parte dei materiali è costituita da componenti “dual use”, cioè beni che hanno un impiego sia civile sia militare: motori, cavi, propellenti, circuiti, attrezzature di lavorazione, materiali chimici. Sono prodotti che possono essere acquistati legalmente come componenti industriali o commerciali, ma che una volta arrivati in Yemen possono essere integrati nella produzione di droni, missili e ordigni esplosivi. Questa ambiguità rende molto più difficile tracciare i flussi e intervenire prima che i materiali raggiungano la loro destinazione finale

Il caso del uomo d’affari yemenita Ali Al-Wazir, noto come “Prince”, è emblematico. Attivo a Guangzhou, nel sud della Cina, è stato accusato nel 2024 di aver fornito agli Houthi materiali per la costruzione di armi, e il Tesoro statunitense lo ha inserito nelle liste di sanzioni. Negli anni successivi sono stati sanzionati anche altri commercianti legati al gruppo, ma le misure hanno avuto finora un effetto limitato: le reti di approvvigionamento continuano a operare, spesso attraverso intermediari, società di copertura e rotte commerciali apparentemente legali.

Le autorità saudite hanno protestato più volte con Pechino per il ruolo di aziende e commercianti cinesi nella fornitura di componenti, ma senza ottenere risultati concreti. Per gli Houthi questo è un vantaggio strategico enorme: mentre le armi iraniane complete sono più facili da identificare e intercettare, i componenti cinesi possono viaggiare nascosti dentro container di merci civili, etichettati come “attrezzature industriali” o “componenti elettronici”.

Come funziona la catena di approvvigionamento

La catena di approvvigionamento degli Houthi è diventata un sistema complesso, distribuito e difficile da smantellare. I componenti e le materie prime partono da fabbriche e mercati in Cina, India, Europa, Sud-Est asiatico e Medio Oriente, e viaggiano attraverso rotte marittime e terrestri che spesso non seguono il percorso più breve. Le merci possono transitare attraverso gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman, oppure passare per Gibuti e Somalia, prima di raggiungere le coste yemenite.

Una volta arrivati in mare, i carichi vengono trasferiti da navi più grandi a imbarcazioni sempre più piccole: dai cargo ai dhows tradizionali, dalle barche medie alle piccole imbarcazioni da contrabbando. Da lì i materiali vengono spostati via terra, spesso nascosti in furgoni che trasportano frutta, verdura o altre merci legittime. In alcuni casi, per gli ultimi chilometri, gli Houthi ricorrono persino ad animali da soma e al trasporto umano, sfruttando la geografia montuosa e frammentata dello Yemen per eludere i controlli.

Questa frammentazione rende quasi impossibile un’intercettazione capillare. Le forze del governo yemenita preposte ai controlli sono indebolite dalle divisioni interne, dalla mancanza di risorse e dalla concorrenza tra le diverse milizie che compongono la coalizione antigovernativa. Come ha spiegato un analista del Royal United Services Institute, le diverse “sale operative” deputate ai controlli sono controllate da fazioni diverse, e il coordinamento è un incubo.

Gli Houthi hanno inoltre imparato a sfruttare le aperture diplomatiche. Quando nel 2023 l’Arabia Saudita ha allentato alcune restrizioni sulle navi dirette ai porti controllati dagli Houthi, nell’ambito di una tregua informale, il gruppo ha approfittato immediatamente dell’occasione per intensificare i flussi di materiali. Questa capacità di adattamento rapido è uno dei motivi per cui le sanzioni e gli embarghi internazionali hanno prodotto finora risultati limitati.

Le fabbriche sotterranee

Una volta che i componenti arrivano in territorio controllato dagli Houthi, vengono trasferiti in siti di produzione nascosti nell’entroterra yemenita. Molti di questi impianti si trovano in grotte o strutture sotterranee nelle zone montuose del nord del paese, dove sono difficili da individuare sia dai satelliti sia dai bombardamenti aerei. La geografia dello Yemen, con le sue catene montuose e le sue valli isolate, offre un rifugio naturale per attività industriali clandestine.

Le capacità produttive degli Houthi variano molto a seconda della complessità dell’arma. Per i missili balistici e da crociera, il gruppo produce localmente fusoli, propellente per razzi ed esplosivi, ma dipende ancora dall’Iran per i sistemi di guida, alcuni motori e componenti critici come alette e sistemi di navigazione. Per i droni, invece, la produzione interna è molto più avanzata: molti modelli a media gittata possono essere costruiti quasi interamente con componenti importati, senza bisogno di pezzi iraniani.

Il gruppo opera almeno quattro linee di produzione o assemblaggio: mine terrestri e ordigni esplosivi improvvisati, missili da crociera e balistici, droni aerei e navali, e alcune categorie di armi leggere. In alcuni casi gli Houthi hanno modificato i progetti iraniani di partenza per adattarli alle proprie esigenze operative, dimostrando una capacità di innovazione tecnica che va oltre la semplice copia.

La scala della produzione è impressionante. Nel 2021 le forze locali hanno sequestrato un singolo carico di 1,5 milioni di detonatori per mine terrestri. Per produrre le mine corrispondenti sarebbero servite circa 4.000 tonnellate di precursori chimici, equivalenti a 150 container da 40 piedi. Tra il 2023 e il 2025, due presunte società di copertura legate agli Houthi e attive a Gibuti hanno importato tra le 7.500 e le 8.500 tonnellate di nitrato di ammonio e altri prodotti chimici, prima di trasferirli in Yemen tramite piccole imbarcazioni.

Perché gli attacchi contro l’Arabia Saudita sono così efficaci

L’arsenale costruito negli ultimi anni si è tradotto in una capacità operativa concreta. Gli Houthi hanno lanciato, secondo stime prudenti, oltre 1.800 attacchi con missili e droni nel corso della guerra, colpendo obiettivi fino a 2.600 chilometri dalle loro basi. Hanno attaccato navi commerciali nel mar Rosso, obiettivi in Israele, infrastrutture petrolifere saudite e persino navi militari statunitensi.

Gli attacchi contro l’Arabia Saudita sono particolarmente insidiosi per due motivi. Il primo è geografico: i due paesi condividono un confine di 1.200 chilometri, e difendere un territorio così esteso richiede risorse enormi. Il secondo è tattico: gli Houthi non usano un solo tipo di arma, ma combinano missili balistici, missili da crociera, droni aerei e droni navali in attacchi simultanei o ravvicinati, saturando le difese avversarie.

Le postazioni di lancio sono inoltre mobili, il che rende molto difficile individuarle e distruggerle prima che vengano usate. Anche quando le forze saudite o della coalizione riescono a colpire un sito di produzione o un deposito, gli Houthi hanno dimostrato di poter spostare rapidamente e operazioni altrove, grazie alla natura decentralizzata della loro rete produttiva e logistica.

Non è ancora un autonomia totale

Nonostante i progressi, gli Houthi non sono ancora completamente autonomi. I sistemi d’arma più avanzati, in particolare i missili balistici e da crociera di lungo raggio, continuano a basarsi su progetti iraniani e a richiedere componenti critici forniti da Teheran. L’Iran rimane quindi un alleato indispensabile, sia per il supporto logistico sia per i consiglieri militari e il trasferimento di know-how.

Tuttavia, la direzione del cambiamento è chiara: ogni anno gli Houthi riducono la loro dipendenza dalle forniture dirette iraniane e aumentano la loro capacità di produrre autonomamente. Questo li rende più resistenti ai blocchi navali, alle sanzioni e alle campagne di bombardamento, perché anche se un canale di rifornimento viene interrotto, il gruppo può continuare a operare attraverso altri canali o attingendo alle scorte già accumulate.

Per l’Iran, questa evoluzione è doppiamente vantaggiosa. Da un lato, un alleato più autonomo è un alleato più difficile da neutralizzare per i suoi avversari. Dall’altro, il modello degli Houthi si inserisce nella dottrina iraniana della “difesa a mosaico”, secondo cui ogni componente dell’Asse della Resistenza dovrebbe essere in grado di combattere in modo indipendente, senza dipendere completamente da Teheran. Hezbollah ha seguito un percorso simile, costruendo droni e convertendo razzi in missili a guida di precisione, anche se la sua capacità produttiva è stata indebolita dagli attacchi israeliani e dalla chiusura delle rotte di contrabbando attraverso la Siria dopo la caduta di Bashar al-Assad.

Un modello per altri gruppi armati

La trasformazione degli Houthi ha un significato che va oltre il caso yemenita. Il gruppo ha dimostrato che anche un attore non statale, operante in uno dei paesi più poveri del mondo, può sfruttare le reti commerciali globali e la diffusione della conoscenza tecnica per acquisire capacità che fino a pochi anni fa erano riservate agli Stati. Questo crea un precedente preoccupante per la proliferazione di armi avanzate in altre zone di crisi.

Le politiche internazionali finora adottate — sanzioni, bombardamenti, intercettazioni marittime — sono state costruite attorno all’idea che il problema fosse il contrabbando di armi iraniane. Ma se il cuore del sistema è ormai una rete globale di componenti dual use, provenienti da decine di paesi e trasportati attraverso canali commerciali e clandestini intrecciati, allora gli strumenti tradizionali di contrasto risultano strutturalmente inadeguati.

Secondo gli esperti, per rallentare davvero l’espansione dell’arsenale Houthi servirebbe un’iniziativa multinazionale coordinata, focalizzata sui punti critici della catena di approvvigionamento, con un ricalibrazione dei metodi di monitoraggio e un sostegno sostenuto e duraturo alle forze di sicurezza locali. Ma le tensioni regionali, il disimpegno statunitense e la cautela europea rendono improbabile, almeno nel breve termine, la formazione di una coalizione efficace.

Nel frattempo, gli Houthi continuano a costruire. E ogni missile o drone che lanciano contro l’Arabia Saudita non è più soltanto il prodotto di un contrabbando iraniano, ma il risultato di una catena industriale globale che il gruppo ha imparato a padroneggiare.