Comites 2026: l’elezione che riguarda 6,6 milioni di italiani all’estero e che quasi nessuno conosce

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Il 4 dicembre 2026 si terranno le elezioni dei Comites, i Comitati degli Italiani all’Estero: un voto che riguarda potenzialmente oltre sei milioni di italiani residenti fuori dall’Italia, ma che rischia di passare quasi inosservato. Non si tratta di elezioni politiche nazionali, né di un referendum: sono invece le elezioni degli organismi che rappresentano le comunità italiane all’estero nei rapporti con ambasciate e consolati. Eppure, nonostante l’importanza pratica di questi organi, la partecipazione alle ultime consultazioni è stata minima: nel 2021, su circa 5,6 milioni di persone iscritte all’AIRE aventi diritto, votarono soltanto 136 mila persone, meno del 3 per cento. Nel 2026 la platea potenziale è salita a circa 6,6 milioni di elettori, ma senza un cambiamento nelle regole e nella comunicazione il rischio è che il dato resti simile.

La ragione di questo disinteresse non è soltanto la consueta difficoltà di coinvolgere gli italiani all’estero nella vita politica del Paese d’origine. Ci sono due problemi più concreti: in primo luogo, moltissimi italiani residenti all’estero non sanno nemmeno che i Comites esistono, cosa fanno o che siano eletti; in secondo luogo, il meccanismo per esprimere il voto è insolitamente complicato. A differenza delle elezioni politiche e dei referendum, infatti, l’iscrizione all’AIRE non basta: bisogna chiedere espressamente di essere inseriti nell’elenco elettorale del proprio Consolato, entro il 4 novembre 2026. Chi non lo fa non riceverà il plico elettorale e non potrà votare, anche se è regolarmente iscritto all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero.

Cosa sono i Comites

I Comitati degli Italiani all’Estero sono organismi rappresentativi delle collettività italiane che vivono fuori dal Paese. Vengono eletti direttamente dai cittadini italiani residenti nella circoscrizione consolare e hanno il compito di fare da ponte fra la comunità e le autorità diplomatico-consolari, oltre che promuovere iniziative sociali, culturali, educative e di solidarietà. In pratica, sono il livello di rappresentanza più vicino agli italiani all’estero: non decidono le leggi italiane, ma possono segnalare bisogni, proporre soluzioni, collaborare con il consolato e mettere in rete le associazioni presenti sul territorio.

Il loro funzionamento è meno noto di quanto dovrebbe essere. Ogni Comites è composto da 12 o 18 consiglieri, a seconda che la circoscrizione consolare abbia meno o più di centomila italiani iscritti all’AIRE. I consiglieri restano in carica cinque anni, possono essere rieletti una sola volta e svolgono il loro incarico su base volontaria: non ricevono una retribuzione. Inoltre, fino a un terzo dei componenti può essere nominato fra cittadini stranieri di origine italiana, una regola particolarmente rilevante per comunità storiche come quelle del Sudamerica, dove il legame con l’Italia attraversa spesso più generazioni e non coincide necessariamente con la cittadinanza italiana.

Nel mondo sono oggi attivi 115 Comites elettivi: 55 in Europa, 44 nelle Americhe, 10 in Asia e Oceania, 4 in Medio Oriente e 5 in Africa. I Comites partecipano inoltre, insieme ai rappresentanti delle associazioni, all’elezione dei consiglieri del CGIE, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Questo significa che il voto del 4 dicembre non riguarda soltanto la composizione di un comitato locale: contribuisce anche a determinare chi rappresenterà territorialmente gli italiani all’estero in un’istituzione di livello più alto.

Perché possono contare davvero

L’idea che i Comites siano semplici organi di rappresentanza, privi di effetti concreti sulla vita quotidiana, non corrisponde alla realtà di molte comunità. Il loro lavoro cambia molto a seconda del Paese, delle dimensioni della circoscrizione e delle difficoltà locali. In alcuni contesti l’attività principale è culturale: organizzazione di eventi, iniziative per i giovani, corsi di italiano, progetti legati all’identità italiana e al rapporto fra generazioni. In altri, invece, il Comites diventa un punto di appoggio pratico per affrontare burocrazia, documenti, pensioni, emergenze sanitarie e problemi di integrazione.

Un esempio citato spesso è quello del Comites di Londra dopo la Brexit. In un periodo di grande incertezza per decine di migliaia di italiani che vivevano nel Regno Unito e dovevano capire come tutelare la propria posizione residenziale, il Comites aprì uno sportello dedicato alle pratiche necessarie per restare nel Paese. Non si trattò di un’iniziativa simbolica, ma di un servizio concreto in un momento in cui le informazioni erano confuse, le regole cambiavano rapidamente e molti cittadini non sapevano a chi rivolgersi.

Ancora più evidente è il caso di Johannesburg, in Sudafrica. La circoscrizione comprende circa 35 mila italiani distribuiti in sei delle nove province del Paese, su una superficie di circa 500 mila chilometri quadrati, quasi il doppio dell’Italia. In un contesto caratterizzato da problemi di connessione internet e da un sistema postale poco affidabile, per molti italiani il modo più semplice per entrare in contatto con i servizi consolari è passare dal Comites. Il presidente Piergiorgio Devalle racconta che, sotto la sua guida negli ultimi dieci anni, il comitato ha promosso collette per sostenere italiani in difficoltà economiche o sanitarie, in un Paese dove le disuguaglianze sono molto più profonde che in Europa e dove l’assistenza sanitaria è in larga parte privata. Il Comites ha anche collaborato alla gestione di una casa-famiglia per bambini allontanati dalle loro famiglie dopo cause per violenza domestica.

Questi esempi mostrano perché le elezioni dei Comites non siano un dettaglio amministrativo. Quando funzionano, i Comites possono aiutare un italiano appena arrivato a orientarsi, sostenere una famiglia in difficoltà, facilitare l’accesso a informazioni consolari, promuovere l’italiano fra i figli di emigrati e costruire una comunità più organizzata. Quando invece restano invisibili, il rischio è che la rappresentanza venga lasciata a pochi attivisti, a liste poco conosciute o, nei casi peggiori, che non si riesca nemmeno a formare un comitato.

Il paradosso del voto

Il paradosso è che si tratta di elezioni che coinvolgono milioni di persone, ma organizzate in modo da renderne difficile la partecipazione. Il primo ostacolo è informativo: molti italiani che si iscrivono all’AIRE non vengono informati in modo chiaro dell’esistenza dei Comites, del loro ruolo o delle elezioni per rinnovarli. Marco Rocchi, italiano a Parigi da dieci anni e candidato con la lista Voci e Comunità, racconta che molte persone che incontra non hanno idea dell’esistenza del Comites della propria circoscrizione. Questo non dipende necessariamente da disinteresse: spesso dipende dal fatto che l’informazione non arriva, o arriva troppo tardi e in modo poco comprensibile.

Il secondo ostacolo è procedurale. Per votare bisogna iscriversi nell’elenco elettorale consolare entro il 4 novembre 2026. La richiesta può essere presentata tramite il portale dei servizi consolari Fast It, via e-mail o PEC allegando un documento d’identità, oppure direttamente in Consolato. Tuttavia le modalità possono variare da sede a sede, quindi occorre verificare sul sito del proprio Consolato. Solo chi risulta inserito nell’elenco riceverà il plico elettorale.

Poi c’è la modalità di voto: si vota esclusivamente per corrispondenza. Gli elettori iscritti riceveranno il plico al proprio indirizzo di residenza e dovranno restituire la scheda votata al Consolato entro i termini indicati nel materiale elettorale. In Paesi con servizi postali efficienti questa procedura può sembrare gestibile; in altri può diventare un ostacolo reale. Se il plico non arriva, se l’indirizzo registrato non è aggiornato o se i tempi di consegna sono stretti, il voto può semplicemente non avvenire.

Le difficoltà anche per candidarsi

La complessità non riguarda soltanto gli elettori, ma anche chi vorrebbe candidarsi. Per presentare una lista bisogna raccogliere un numero elevato di firme in un tempo limitato: nel caso raccontato da Rocchi, più di 200 firme in un mese. E queste firme, quasi sempre, devono essere raccolte presso il Consolato, i cui orari spesso non sono compatibili con quelli di una persona che lavora a tempo pieno. Considerando che l’incarico di consigliere non è retribuito, la candidatura richiede tempo, disponibilità, conoscenza delle regole e una rete di contatti nella comunità.

A Parigi, ad esempio, la circoscrizione comprende circa 190 mila persone sparse in 47 dipartimenti, inclusi quelli d’oltremare. All’inizio era possibile andare a firmare soltanto fra le 14 e le 17 nei giorni feriali. Solo dopo le richieste dei candidati il consolato ha aggiunto una sessione straordinaria il sabato mattina e ha organizzato visite fuori dalla capitale, per consentire a più persone di partecipare. È un esempio piccolo ma significativo di come un vincolo organizzativo possa trasformarsi in una barriera alla democrazia: se firmare una lista è difficile, presentarsi come candidato lo è ancora di più.

Le conseguenze si vedono nella composizione delle liste. In molte circoscrizioni, per queste elezioni, esiste una sola lista di candidati. Questo riduce il senso stesso della competizione elettorale: se non ci sono alternative, l’elettore può scegliere tra votare o non votare, ma ha poche possibilità di influenzare realmente l’orientamento del Comites. In alcuni casi la situazione è ancora più critica. I Comites di Tel Aviv e Gerusalemme, per esempio, non terranno elezioni perché nessuna lista è riuscita a raggiungere il numero minimo di firme richieste.

Come votare: le regole essenziali

Per chi vive all’estero e vuole partecipare, il punto più importante è chiaro: l’iscrizione all’AIRE non è sufficiente. Bisogna iscriversi espressamente nell’elenco degli elettori del proprio Consolato. Possono votare gli elettori iscritti all’AIRE che risiedono nella circoscrizione consolare da almeno sei mesi rispetto alla data delle elezioni.

La scadenza per presentare la richiesta è il 4 novembre 2026. Le vie possibili sono tre: il portale Fast It, l’invio della richiesta via e-mail o PEC con copia del documento d’identità, oppure la presentazione diretta in Consolato. Poiché le procedure possono differire fra le sedi consolari, la raccomandazione più utile è controllare subito il sito del proprio Consolato e non rimandare.

Le elezioni si svolgeranno il 4 dicembre 2026. Il processo per la presentazione e la sottoscrizione delle liste era iniziato il 3 settembre 2026 e si è concluso il 3 ottobre 2026. Il voto avverrà per corrispondenza: chi è correttamente iscritto nell’elenco riceverà il plico a casa e dovrà rispedirlo al Consolato entro i termini indicati.

Il vero problema: farsi trovare

Il 4 dicembre 2026, quindi, oltre sei milioni di italiani potrebbero avere la possibilità di scegliere i rappresentanti della propria comunità all’estero. Ma non basterà aspettare il plico a casa. Chi vuole votare deve agire entro il 4 novembre, iscrivendosi nell’elenco elettorale del proprio Consolato tramite Fast It, e-mail, PEC o sportello.

La sfida, più che politica, è di visibilità e accessibilità. Se i Comites vogliono essere davvero la voce degli italiani all’estero, devono prima di tutto diventare conosciuti. Se il sistema elettorale vuole coinvolgere milioni di residenti all’estero, deve rendere più semplice iscriversi, candidarsi e votare. E se gli italiani all’estero vogliono avere un peso nelle decisioni che li riguardano, il primo passo è particolarmente semplice: verificare se il proprio nome è nell’elenco elettorale e, in caso contrario, iscriversi prima del 4 novembre