L’amministrazione di Donald Trump starebbe preparando una delle più grandi espulsioni collettive di cittadini afghani dagli Stati Uniti dalla ripresa del potere dei talebani nel 2021: secondo ricostruzioni di The New York Times, Reuters, NBC News e ABC News, più di 150 immigrati afghani trattenuti dall’ICE sarebbero stati trasferiti in centri di detenzione della Louisiana per essere imbarcati, già dal 2 novembre, su un volo charter diretto in Pakistan, da cui verrebbero poi spinti oltre confine verso l’Afghanistan. Il punto più grave non è soltanto la scala dell’operazione, ma la composizione del gruppo: tra le persone coinvolte figurerebbero parenti di afghani che hanno collaborato con le forze statunitensi e almeno un uomo gay, categorie che sotto il regime talebano rischiano detenzione, tortura e, in alcuni casi, la morte.
Un piano costruito per aggirare un ostacolo diplomatico
Il meccanismo scelto dall’amministrazione Trump è emblematico della natura del problema. Gli Stati Uniti non intrattengono relazioni diplomatiche con il governo talebano e non possono quindi organizzare direttamente una rimozione verso Kabul o verso un aeroporto afghano, perché non esistono canali ufficiali con cui negoziare documenti di viaggio, autorizzazioni di atterraggio o consegne alle autorità locali. Il piano riportato dalle fonti consisterebbe perciò nel far volare i detenuti dalla Louisiana al Pakistan, paese con il quale Washington mantiene rapporti diplomatici, e lasciare che siano le autorità pakistane a espellerli attraverso il confine verso l’Afghanistan. In pratica, la destinazione finale resterebbe l’Afghanistan, ma la responsabilità formale dell’ultimo tratto verrebbe trasferita a un governo terzo: una soluzione che consente all’amministrazione di raggiungere un obiettivo altrimenti diplomaticamente difficile, senza dover riconoscere direttamente il regime talebano.
Questa architettura non è una semplice questione logistica. Se, come riferiscono funzionari statunitensi e avvocati dei detenuti, l’obiettivo effettivo è rimandare le persone in Afghanistan, allora il Pakistan non è una destinazione alternativa ma un corridoio di espulsione. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha dichiarato di non commentare operazioni di rimozione future, comprese date, manifesti di volo, destinazioni e singoli casi, invocando ragioni di sicurezza operativa; il Dipartimento di Stato si è limitato a ribadire che ogni paese deve poter gestire le proprie frontiere e i propri processi migratori. Ma proprio questa reticenza rende più preoccupante l’operazione: un piano che coinvolgerebbe oltre 150 persone, con rischi documentati di persecuzione, viene predisposto senza annuncio pubblico, senza trasparenza sui criteri di selezione e senza chiarire quali garanzie legali siano state effettivamente rispettate.
Chi sono le persone a rischio
Il gruppo sarebbe eterogeneo: comprenderebbe persone entrate negli Stati Uniti legalmente e irregolarmente, richiedenti asilo il cui ricorso è stato respinto, persone con ordinanze di espulsione e alcune con precedenti penali. Ma la presenza di categorie particolarmente vulnerabili trasforma l’operazione da misura di controllo dell’immigrazione in un potenziale rischio di vita. Tra i destinatari ci sarebbero infatti familiari di afghani che hanno lavorato con l’esercito statunitense durante i vent’anni di guerra, un’affiliazione che i talebani hanno storicamente considerato un tradimento e un motivo di vendetta. Shawn VanDiver, fondatore di AfghanEvac, ha osservato che anche afghani che non hanno mai lavorato direttamente per le forze americane possono essere guardati con sospetto al rientro, perché il semplice fatto di essere stati evacuati o di aver vissuto negli Stati Uniti può bastare, in un contesto di controllo sociale capillare, a esporli a interrogatori, detenzione o molto peggio.
Il caso più drammatico è quello di Mohammad, un afghano di 47 anni arrivato negli Stati Uniti da bambino con la famiglia nel 1981, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Dopo aver scontato una pena per reati commessi da giovane, aveva perso la residenza permanente, ma aveva trascorso due decenni ricostruendo la propria vita e presentandosi regolarmente all’ICE. Mohammad ha dichiarato di essere gay e di aver sposato un uomo americano nel 2020; in Afghanistan l’omosessualità è criminalizzata e può esporre una persona a pene corporali, detenzione e, secondo le testimonianze e le organizzazioni per i diritti umani, fino alla pena di morte. La sua storia mostra il paradosso più crudele della politica di espulsione: un uomo che ha passato quasi tutta la vita negli Stati Uniti, che ha pagato per errori commessi decenni prima e che teme di essere rimandato in un paese che non ha mai conosciuto, potrebbe essere espulso non verso un luogo neutro, ma verso un regime che considera il suo orientamento sessuale un crimine.
Il contesto afghano: una persecuzione sistematica
Non si tratta di un rischio astratto o ipotetico. Dal ritorno al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno smantellato in modo sistematico i diritti e le libertà delle donne, imponendo una segregazione di genere che le organizzazioni internazionali hanno definito una forma di “apartheid di genere”. Dei 264 decreti sui diritti emessi dal regime tra il 2021 e il giugno 2026, 166 hanno colpito direttamente le donne: sono state escluse dalle scuole secondarie e dall’università, dall’impiego nelle ong, dai saloni di bellezza, dalla vita pubblica e, in larga misura, dalla libertà di movimento, che oggi richiede spesso l’accompagnamento di un parente maschio. Secondo l’UNESCO, il regime nega istruzione a circa 2,4 milioni di ragazze, una cifra che potrebbe salire a 4 milioni entro il 2030; secondo i dati delle Nazioni Unite, solo il 7 per cento delle donne afghane ha un lavoro, contro l’85 per cento degli uomini.
Questo contesto è rilevante anche per gli uomini e per le famiglie degli ex collaboratori americani, perché la repressione talebana non si limita alle donne: comprende fustigazioni pubbliche per i cosiddetti “crimini morali”, persecuzioni di dissidenti, ex funzionari del precedente governo, ex membri delle forze di sicurezza e persone percepite come legate all’Occidente. Un uomo afghano citato nei documenti giudiziari avrebbe dichiarato di essere stato arrestato e torturato dai talebani nel 2023 a causa dell’affiliazione della moglie al precedente governo; la moglie aveva lavorato come soldata nell’esercito afghano e nella polizia femminile, un corpo che i talebani hanno preso di mira dopo il ritorno al potere. In altre parole, rimandare in Afghanistan persone legate, anche solo familiarmente, alla collaborazione con gli Stati Uniti significa consegnarle a un sistema che ha già dimostrato di punire non solo gli atti, ma anche i legami familiari e le appartenenze passate.
Il ruolo del Pakistan: non un rifugio, ma un filtro
Il Pakistan non è un paese neutrale in questa vicenda, e questo rende il piano ancora più critico. Dal 2023 Islamabad ha avviato una campagna di rimpatrio forzato degli afghani, presentandola come misura di sicurezza nazionale ma applicandola anche a persone che possedevano documenti regolari. Secondo i dati delle agenzie ONU riportati da Amu TV, dal settembre 2023 oltre 2,74 milioni di afghani sono tornati in Afghanistan dal Pakistan, di cui 278.758 deportati; solo tra gennaio e il 17 ottobre 2026 sarebbero stati 812.131 i rimpatri, con 85.821 deportazioni e 86.644 arresti o detenzioni. AfghanEvac segnala che il Pakistan avrebbe arrestato o detenuto decine di migliaia di afghani solo quest’anno e ne avrebbe deportati oltre 85.000 attraverso il confine verso il territorio controllato dai talebani.updates.
In questo scenario, spedire afghani negli Stati Uniti in Pakistan significa quasi certamente consegnarli a un paese che sta già espellendo massicciamente afghani, spesso senza valutazioni individuali del rischio di persecuzione. Non è chiaro se esista un accordo formale tra Washington e Islamabad, ma un funzionario dell’amministrazione ha ammesso che un volo charter statunitense non potrebbe atterrare in Pakistan senza che il governo pakistano ne sia a conoscenza e lo approvi. Questo suggerisce che Islamabad non sia un passivo punto di transito, ma un attore consapevole dell’operazione; e che la catena Pakistan-Afghanistan non sia un incidente possibile, ma il risultato atteso del piano
Le tutele legali: un nodo irrisolto
La legge statunitense vieta di deportare persone verso paesi dove i tribunali abbiano accertato che probabilmente subirebbero persecuzioni. Alcuni afghani residenti negli Stati Uniti hanno infatti ottenuto protezioni giudiziarie che impediscono il loro rimpatrio in Afghanistan proprio per questo motivo. Il problema è che non è noto se qualcuno delle persone incluse nel volo di novembre abbia tutele di questo tipo, né come siano state vagliate le singole situazioni. Gli avvocati di alcuni detenuti stanno contestando le espulsioni, ma il tempo gioca contro di loro: i trasferimenti in Louisiana sono avvenuti rapidamente, alcune persone sarebbero state informate solo che sarebbero state mandate in Afghanistan e, secondo AfghanEvac, molte non avrebbero ancora ricevuto documenti di viaggio o accesso pieno a rappresentanza legale.
Qui emerge il nodo politico e morale della vicenda. Un sistema di espulsione che separa le persone dai loro avvocati, le trasferisce in strutture lontane e le inserisce in voli charter in tempi brevi non consente un esame serio del rischio individuale. Se tra i deportati ci sono persone con protezioni legali già riconosciute, la loro rimozione sarebbe non solo crudelmente rischiosa, ma potenzialmente illegale. Se invece non le hanno, la domanda diventa perché un paese che si presenta come garante delle libertà individuali scelga di rimandare persone in un contesto dove la persecuzione è documentata, sistematica e spesso legata a caratteristiche immutabili come l’orientamento sessuale o a legami familiari con ex alleati militari.
Una svolta nella politica americana verso gli afghani
L’operazione segnerebbe una rottura rispetto alla prassi precedente. Secondo i dati del Deportation Data Project, un’iniziativa di ricerca dell’Università della California a Berkeley e dell’UCLA basata su richieste di accesso ai documenti pubblici, negli ultimi quattro anni gli Stati Uniti avevano rimandato in Afghanistan circa 97 persone. Le espulsioni previste a novembre, se confermate nella scala indicata dalle fonti, supererebbero quindi in un solo volo gran parte di quel totale e costituirebbero una delle più grandi operazioni singole mai organizzate contro cittadini afghani. In passato, le rimozioni verso l’Afghanistan erano state riservate per lo più a persone con gravi accuse penali, spesso legate al terrorismo, e avevano comunque richiesto il ricorso a paesi intermediari.
Ora, invece, il gruppo includerebbe un mix molto più ampio di persone, alcune delle quali potrebbero non avere precedenti penali gravi ma essere semplicemente prive di uno status migratorio riconosciuto. Questo spostamento è politicamente significativo: non si tratta più di rimuovere singoli casi eccezionali, ma di inserire gli afghani in una più ampia macchina di deportazioni di massa. L’amministrazione Trump ha già limitato l’accesso dei rifugiati afghani che hanno aiutato lo sforzo bellico americano, ha espulso altri verso paesi terzi e ha spinto alcune persone bloccate in Qatar a tornare volontariamente in Afghanistan. Il volo dalla Louisiana rappresenterebbe quindi non un episodio isolato, ma la continuazione coerente di una politica che tratta gli afghani non come alleati vulnerabili di una guerra americana, ma come un problema di ordine pubblico da rimuovere.
Le reazioni: “crudeltà assoluta”
Le reazioni sono state immediate e durissime. Il deputato democratico Scott Peters ha dichiarato che gli afghani che hanno sostenuto le truppe americane, insieme alle loro famiglie, starebbero stati “silenziosamente caricati su un aereo per il Pakistan”, da cui sarebbero molto probabilmente spinti nell’Afghanistan controllato dai talebani; ha definito la scelta “crudeltà assoluta” e ha chiesto che venga annullata. Organizzazioni come Global Refuge hanno chiesto l’interruzione immediata del piano, mentre AfghanEvac ha sollecitato il Congresso a approvare una forma di protezione temporanea, il Temporary Protected Status, che impedirebbe la deportazione degli afghani presenti negli Stati Uniti.
Queste voci mettono il dito su un punto che l’amministrazione preferisce non affrontare: gli Stati Uniti hanno chiesto per vent’anni agli afghani di collaborare, tradurre, fare da guide, lavorare nelle basi, prestare servizio nelle forze di sicurezza locali e rischiare la vita al loro fianco. Quando l’esercito americano si è ritirato nel 2021, molti di questi alleati e delle loro famiglie sono rimasti indietro o sono stati evacuati in condizioni caotiche. Rimandarli ora, attraverso un paese terzo, verso il regime che li considera nemici, non è solo una questione di politica migratoria: è una questione di credibilità internazionale.
Cosa resta da chiarire
Al momento, molte cose restano incerte: il numero esatto delle persone a bordo, l’elenco dei passeggeri, la data certa del volo, l’esistenza di un accordo formale con il Pakistan e soprattutto le garanzie legali individuali. Il Dipartimento per la Sicurezza interna non commenta, il Dipartimento di Stato non annuncia, e i funzionari che hanno parlato con la stampa hanno chiesto l’anonimato proprio perché si tratta di una politica riservata. Questa opacità è essa stessa parte del problema: quando si tratta di mandare persone in un paese dove rischiano persecuzioni, la trasparenza non è un lusso burocratico, ma l’unico strumento che consente a tribunali, avvocati, parlamentari e organizzazioni umanitarie di verificare che nessuno venga mandato verso un pericolo evitabile.
Se il volo partirà come previsto, gli Stati Uniti non si limiterebbero a espellere oltre 150 persone: metterebbero in atto un precedente che potrebbe essere replicato su scala più ampia, usando paesi terzi come filtro per raggiungere destinazioni altrimenti inaccessibili. Per gli afghani coinvolti, però, le conseguenze non saranno astratte: per alcuni significherebbe tornare in un paese che non hanno mai conosciuto, per altri ricongiungersi a una realtà di controllo, paura e possibile vendetta, e per almeno uno, Mohammad, rischiare la vita solo per essere chi è. È su questo punto, più che su qualsiasi argomento tecnico-diplomatico, che la scelta dell’amministrazione Trump andrà giudicata







