Parlamentari in prestito e componenti fai-da-te: come la nuova legge elettorale Stabilicum spinge deputati e senatori a cambiare gruppo in vista delle politiche del 2027

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Le ultime settimane hanno trasformato il Parlamento in un laboratorio di rimescolamenti improbabili. Senatori e deputati hanno lasciato i gruppi di origine, spesso con l’accordo esplicito del proprio partito, per costituire nuove componenti nel Gruppo Misto; altre forze, pur provenienti da tradizioni politiche distanti o addirittura contrapposte, hanno cercato di unirsi per raggiungere soglie numeriche altrimenti inaccessibili. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di vere e proprie conversioni ideologiche né di crisi interne improvvise: è soprattutto una operazione tattica, resa incentivata dalla nuova legge elettorale, lo “Stabilicum”, entrata nel dibattito pubblico anche con il soprannome di “Melonellum”. La legge, approvata definitivamente l’8 ottobre e promulgata il 9 ottobre 2026, ha modificato radicalmente le regole di accesso alle elezioni politiche, creando un forte vantaggio per chi è già rappresentato in Parlamento e un ostacolo molto più alto per i partiti nuovi o privi di rappresentanza.

Il meccanismo è semplice, ma le sue conseguenze politiche sono profonde. Per presentare le proprie liste alle politiche, i partiti che non hanno una rappresentanza parlamentare qualificata devono ora raccogliere almeno 6.000 firme in ciascun collegio plurinominale, contro le 1.500 richieste dalla normativa precedente. Considerando i 49 collegi della Camera e i 26 del Senato, l’onere complessivo per una formazione che voglia presentarsi su tutto il territorio nazionale supera facilmente le 290.000 firme, e alcune stime parlano di oltre 400.000 sottoscrizioni se si considerano tutte le articolazioni del sistema. È una barriera altissima per movimenti giovani, realtà locali o partiti che non dispongono di una macchina organizzativa consolidata.

La legge, però, non tratta tutti allo stesso modo. I partiti che hanno un gruppo parlamentare autonomo, costituito entro il 31 dicembre 2025 in almeno una delle due Camere, sono del tutto esentati dalla raccolta delle firme. Quelli che hanno invece una semplice componente all’interno del Gruppo Misto, senza un gruppo proprio, devono raccogliere soltanto 1.500 firme per collegio. È proprio questa differenza, apparentemente tecnica, ad aver innescato la corsa ai “prestiti” di parlamentari: un solo senatore o un piccolo gruppo di deputati può infatti trasformare un movimento privo di rappresentanza in una componente riconosciuta, abbassando drasticamente il costo burocratico della candidatura.

Il Parlamento come risorsa elettorale

Il risultato è un fenomeno che molti osservatori hanno definito un “calciomercato dei parlamentari”. I grandi partiti, che dispongono di riserve di eletti, prestano deputati o senatori ad alleati più piccoli; questi ultimi ottengono così lo status necessario per beneficiare delle soglie ridotte di firme; in cambio, i partiti grandi si assicurano che eventuali voti raccolti dai piccoli alleati finiscano nella propria coalizione. Non è un accordo fondato necessariamente su convergenze politiche profonde: spesso è una pura operazione di aritmetica elettorale, nella quale conta soprattutto la capacità di sommare preferenze e di non disperdere consensi fuori dal perimetro della coalizione.

La logica è aggravata dal fatto che, nel sistema disegnato dallo Stabilicum, anche percentuali relativamente basse possono risultare decisive. Una lista che ottiene pochi punti percentuali può comunque contribuire al calcolo complessivo della coalizione, influenzando l’attribuzione dei seggi e la possibilità di raggiungere la soglia necessaria per formare una maggioranza. Per questo ogni piccolo movimento, ogni leader locale, ogni formazione radicale o centrista diventa potenzialmente utile: non perché possa governare da solo, ma perché può fornire quel margine aggiuntivo che, in un equilibrio competitivo, fa la differenza tra vincere e perdere.

Il primo caso: Nave, Maraio e Onorato

Il primo segnale chiaro di questa dinamica è arrivato dal Senato. L’8 ottobre il senatore Luigi Nave ha lasciato il gruppo del Movimento 5 Stelle per aderire al Gruppo Misto, dove ha costituito la componente “Avanti PSI – Progetto Civico Italia”. Si tratta di una mossa resa possibile dal fatto che, mentre per creare un gruppo parlamentare vero e proprio servono più senatori, per costituire una componente nel Misto basta un solo parlamentare. Nave è quindi diventato, di fatto, il veicolo istituzionale attraverso cui due realtà prive di rappresentanza autonoma — il Partito Socialista Italiano di Enzo Maraio e Progetto Civico di Alessandro Onorato — hanno acquisito un punto d’appoggio in Palazzo Madama.

Dietro l’operazione c’è la mano del Movimento 5 Stelle e di Giuseppe Conte, che da mesi favorisce la visibilità di Progetto Civico e del suo leader, l’assessore romano Alessandro Onorato. L’obiettivo non è soltanto aiutare un alleato: è anche quello di limitare lo spazio dell’altra area centrista, quella che fa riferimento più o meno direttamente a Matteo Renzi e che potrebbe competere per lo stesso bacino elettorale moderato e riformista. In questo senso, il prestito di Nave non è un gesto di generosità istituzionale, ma una mossa di posizionamento: rafforzare un centro alternativo per indebolirne un altro.

La destra e De Luca: convenienza oltre le contraddizioni

Anche a destra la logica è stata identica, pur con protagonisti e motivazioni diverse. Giorgia Meloni sa che la coalizione di centrodestra rischia di essere meno competitiva del centrosinistra al Sud, e in particolare in Sicilia, dove la presenza di Cateno De Luca e del suo movimento “Sud chiama Nord” rappresenta una risorsa elettorale difficile da ignorare. De Luca, sindaco di Taormina e figura molto controversa per linguaggio, metodi e posizioni spesso in conflitto con la linea del governo, ha ottenuto alle regionali siciliane del 2022 oltre 500.000 voti, concentrati soprattutto nelle province di Messina e Catania. Sono voti che, in prospettiva nazionale, valgono oro per una coalizione che vuole consolidare il proprio vantaggio nel Mezzogiorno.

Per questo Meloni ha favorito la creazione di una componente “Sud chiama Nord” alla Camera, riunendo tre deputati: Francesco Gallo, unico eletto del movimento nel 2022, più Luca Sbardella e Manlio Messina, entrambi provenienti da Fratelli d’Italia. Sbardella è un deputato laziale di peso nel partito, mentre Messina, catanese, aveva lasciato FdI nel 2025 per conflitti locali ma aveva da tempo manifestato l’intenzione di riconciliarsi con Meloni. I tre, raggiunto il numero minimo richiesto, hanno costituito la componente il 12 ottobre, dando a De Luca la rappresentanza parlamentare necessaria per beneficiare del regime agevolato sulle firme.

Il paradosso è evidente: un movimento che ha spesso criticato duramente il governo Meloni, e le cui posizioni su molti temi sono in antitesi con quelle del centrodestra, viene accolto nell’orbita della maggioranza per pura convenienza elettorale. Le divergenze politiche, in questo caso, contano meno dei voti potenzialmente mobilitabili. È la dimostrazione più netta di come la nuova legge elettorale spinga i partiti a privilegiare alleanze strumentali rispetto a coerenze ideologiche o programmatiche.

Il centrosinistra: Crisanti e Rifondazione

Sul versante opposto, la stessa logica si è manifestata con il passaggio del senatore Andrea Crisanti al Gruppo Misto, dove ha creato da solo la componente “Partito della Rifondazione Comunista”. Crisanti, virologo eletto nel 2022 come indipendente nelle liste del Partito Democratico, non ha preso questa decisione autonomamente: è stato il capogruppo Francesco Boccia, su indicazione di Elly Schlein, a chiedergli il trasferimento. L’obiettivo è chiaro: dare a Rifondazione, guidata da Maurizio Acerbo, la rappresentanza parlamentare necessaria per presentarsi alle elezioni con soglie di firme ridotte, integrandola così nella coalizione di centrosinistra.

Anche in questo caso le convergenze politiche sono tutt’altro che scontate. Le posizioni di Acerbo su Europa, NATO, Israele-Palestina e politiche fiscali sono radicalmente diverse, quando non opposte, a quelle di buona parte del PD. Eppure la mera convenienza elettorale prevale: nel 2022 Acerbo, in coalizione con Potere al Popolo sotto il sigillo di Unione Popolare, aveva ottenuto oltre 400.000 voti, pari all’1,4 per cento. Un consenso modesto in termini assoluti, ma potenzialmente decisivo in un sistema dove ogni voto conta per determinare il vincitore.

Il caso più contorto: Guidi e Rizzo

Più intricato è il caso di Antonio Guidi, politico di lunga esperienza, già ministro per la Famiglia nel primo governo Berlusconi nel 1994, rieletto nel 2022 con Fratelli d’Italia. Il 20 ottobre Guidi ha annunciato il passaggio al Misto, creando una componente rinominata “Italia Domani”, il partito guidato da Marco Rizzo, ex esponente della sinistra comunista divenuto negli anni riferimento di formazioni sovraniste di sinistra, caratterizzate da un mix di nazionalismo e anticapitalismo radicale. Un parlamentare di Fratelli d’Italia prestato a Rizzo fa presupporre un accordo elettorale tra Meloni e un leader storico della sinistra comunista: un cortocircuito ideologico che solo la logica della convenienza può spiegare.

L’intesa, secondo alcune letture, va letta anche alla luce dell’interesse di Meloni a limitare Roberto Vannacci e il suo Futuro Nazionale, con cui Rizzo aveva a lungo vagheggiato un’alleanza mai concretizzatasi. La scelta di Guidi, affetto da tetraplegia spastica e da anni impegnato nelle battaglie per i diritti delle persone con disabilità, ha inoltre un valore simbolico: «Di fronte a Vannacci che fa proposte oscene sulle classi separate per bambini con disabilità, la nostra scelta è invece chiara», ha dichiarato Rizzo. Anche qui, però, al di là delle motivazioni dichiarate, il nodo resta lo stesso: un parlamentare viene spostato da un partito all’altro per creare le condizioni istituzionali di una candidatura altrimenti più onerosa.

Magi e la battaglia per il gruppo autonomo

Un caso a sé è quello di Riccardo Magi, segretario di +Europa. A differenza degli altri, Magi non cerca soltanto di agevolare un alleato: contesta apertamente una norma dello Stabilicum che considera discriminatoria. La legge esenta del tutto dalla raccolta delle firme i partiti che avevano un gruppo parlamentare autonomo entro il 31 dicembre 2025; +Europa, però, è da sempre una componente del Gruppo Misto, non un gruppo a sé, composta da Magi, Benedetto Della Vedova e Luca Pastorino. Per questo, pur avendo una presenza parlamentare, non rientra nella categoria dei pienamente esentati e deve accontentarsi della soglia ridotta ma non nulla di 1.500 firme per collegio.

Dopo aver chiesto invano un prestito di deputati al PD, Magi ha trovato un accordo con Bruno Tabacci e Aboubakar Soumahoro. Insieme, in cinque, il 22 ottobre hanno chiesto al presidente della Camera l’autorizzazione a costituire un nuovo gruppo. L’obiettivo è duplice: da un lato raggiungere la soglia numerica per un gruppo autonomo; dall’altro, ottenuto il riconoscimento, avere la possibilità di presentare ricorso alla Corte costituzionale contro la legge elettorale, contestando proprio la norma sulle firme che penalizza le componenti del Misto rispetto ai gruppi pieni.

Una riforma che premia l’esistente

Al di là dei singoli casi, il quadro complessivo rivela una criticità strutturale. Lo Stabilicum, voluto dalla maggioranza di centrodestra e approvato con 227 sì e 164 no alla Camera, ha di fatto creato tre categorie di partiti: quelli con gruppo parlamentare, totalmente esentati dalle firme; quelli con componente nel Misto, obbligati a 1.500 firme per collegio; e i nuovi soggetti, chiamati a raccogliere 6.000 firme per collegio. Questa stratificazione premia chi è già dentro il sistema e penalizza chi vorrebbe entrarci, riducendo di fatto il pluralismo e favorendo la concentrazione del potere nelle mani dei partiti consolidati.

È proprio questa asimmetria ad aver generato il fenomeno dei “prestiti” di parlamentari, una pratica che nessuno avrebbe previsto in queste proporzioni ma che la legge rende non solo possibile, ma quasi necessaria per chi vuole competere. Il rischio, come sottolineato anche da alcune voci critiche, è che la Consulta possa essere chiamata a valutare la costituzionalità di norme che elevano così drasticamente le barriere d’accesso, soprattutto alla luce del principio di uguaglianza e del diritto di voto in senso lato.

In prospettiva del voto del 2027, quindi, i passaggi di gruppo registrati nelle ultime settimane non sono episodi isolati né semplici crisi interne: sono i primi effetti concreti, e non proprio virtuosi, di una riforma che ha trasformato la rappresentanza parlamentare in una risorsa strategica da allocare, negoziare e scambiare. Il Parlamento, da luogo di confronto politico, rischia così di diventare anche il teatro di una competizione preliminare, dove il vero gioco si gioca prima ancora che si voti.