L’Iran starebbe valutando la possibilità di colpire obiettivi militari statunitensi in Europa nel caso in cui il presidente Donald Trump decidesse di intensificare la guerra. A riferirlo sono due persone vicine agli apparati di potere iraniani, citate dal Financial Times, secondo cui Teheran avrebbe esaminato diverse opzioni per aumentare il costo di un’eventuale nuova offensiva americana. Tra i possibili bersagli figurerebbero strutture e risorse militari statunitensi situate nell’Europa sud-orientale, in particolare in Bulgaria e a Cipro.
Le indiscrezioni emergono in una fase di crescente tensione, mentre i negoziati per la riapertura dello Stretto di Hormuz risultano bloccati e i contatti diplomatici tra Washington e Teheran sembrano essersi fermati. Il timore, all’interno del regime iraniano, è che la ripresa delle ostilità non sia più una possibilità remota, ma soltanto una questione di tempo.
Martedì Trump ha dichiarato che non erano in corso, né erano stati programmati, colloqui con l’Iran. Le sue parole hanno alimentato l’incertezza sulle prospettive di un accordo e rafforzato, a Teheran, la posizione di coloro che considerano ormai inevitabile un nuovo scontro diretto con gli Stati Uniti.
La base di Bezmer in Bulgaria
Uno degli elementi che avrebbe attirato l’attenzione iraniana è la decisione della Bulgaria di autorizzare l’impiego della base aerea di Bezmer da parte degli Stati Uniti. Il Parlamento bulgaro ha approvato temporaneamente lo stazionamento di un massimo di otto aerei cisterna KC-135 e di circa 250 militari americani, con l’obiettivo di sostenere le operazioni statunitensi in Medio Oriente.
La scelta di Sofia ha provocato una dura reazione da parte di Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha invitato la Bulgaria a riconsiderare la decisione, sostenendo che l’uso della base per operazioni americane equivale ad agevolare un’aggressione contro l’Iran. Il governo iraniano aveva già avvertito che i Paesi che consentono l’utilizzo del proprio territorio per attacchi contro la Repubblica islamica potrebbero dover affrontare “conseguenze”.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei aveva definito la presenza degli aerei statunitensi una scelta “pericolosa” e aveva affermato che i responsabili politici bulgari avrebbero dovuto risponderne. Le dichiarazioni di Teheran hanno segnato un forte deterioramento dei rapporti tra Iran e Bulgaria, tradizionalmente considerati relativamente cordiali.
Per Teheran, dunque, Bezmer non rappresenterebbe soltanto un’infrastruttura logistica, ma un possibile nodo operativo della strategia militare americana. Nel caso di un’escalation, la base potrebbe essere considerata un obiettivo proprio perché utilizzata per il rifornimento degli aerei impegnati nelle operazioni contro l’Iran.
Cipro e le infrastrutture britanniche
Tra i potenziali obiettivi valutati dalle forze iraniane ci sarebbe anche Cipro. Sull’isola si trovano le basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, utilizzate per attività militari e logistiche nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
A marzo, la base britannica di Akrotiri è stata colpita da un drone. All’epoca, funzionari occidentali avevano ipotizzato che l’attacco potesse essere stato condotto da una forza regionale alleata dell’Iran, senza però attribuire con certezza l’operazione direttamente a Teheran. L’episodio avrebbe comunque contribuito a inserire Cipro nella valutazione iraniana degli scenari di ritorsione.
Anche in questo caso, Teheran ha fatto arrivare messaggi ufficiali. Araqchi ha chiesto al ministro degli Esteri cipriota Constantinos Kombos di impedire che le basi straniere presenti sull’isola vengano utilizzate contro l’Iran. Il governo iraniano sostiene infatti che gli Stati europei non possano considerarsi estranei al conflitto se mettono a disposizione degli Stati Uniti infrastrutture, aeroporti o corridoi logistici.
Il rischio è che una guerra inizialmente concentrata sul Medio Oriente finisca per coinvolgere direttamente Paesi europei membri della Nato o legati militarmente a Washington. Un attacco a una base statunitense o britannica in Europa potrebbe provocare una risposta più ampia e innescare una spirale difficilmente controllabile.
La minaccia alle reti sottomarine
Secondo le fonti citate dal Financial Times, le forze iraniane avrebbero valutato separatamente anche la possibilità di colpire i cavi sottomarini in fibra ottica presenti nello Stretto di Hormuz. Queste infrastrutture sono fondamentali per le comunicazioni internazionali, i servizi digitali e la trasmissione dei dati tra Europa, Medio Oriente e Asia.
L’ipotesi segnala che la strategia iraniana potrebbe non limitarsi agli attacchi contro basi e installazioni militari. In caso di escalation, Teheran potrebbe prendere in considerazione operazioni capaci di danneggiare infrastrutture strategiche e aumentare l’instabilità economica e tecnologica nella regione.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta già il principale punto di pressione dello scontro. Attraverso questa via d’acqua transita, in condizioni normali, circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale. La sua chiusura o la forte limitazione del traffico commerciale ha già provocato gravi ripercussioni sui mercati energetici e sulle rotte marittime internazionali.
Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione e recentemente nominato segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha dichiarato che lo Stretto resterà chiuso finché gli Stati Uniti non cambieranno comportamento e non accetteranno le condizioni iraniane.
La fine della strategia della risposta limitata
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e altri esponenti militari iraniani avrebbero discusso il superamento della precedente strategia di ritorsione, finora concentrata soprattutto su basi americane, infrastrutture energetiche e obiettivi militari in Medio Oriente.
Secondo gli insider, in un nuovo conflitto su larga scala l’Iran potrebbe cercare di colpire obiettivi più lontani, anche al di fuori della regione. Una delle fonti ha sostenuto che il regime non intenderebbe porre “limiti” alla risposta in caso di un’aggressione americana.
“Se gli Stati Uniti dovessero esagerare, l’Iran si difenderà a qualunque costo, andrà oltre la regione e colpirà anche l’Europa”, avrebbe dichiarato la persona vicina al regime.
La minaccia non sarebbe soltanto teorica. Nel mese di luglio, le Guardie della Rivoluzione avevano già avvertito il Regno Unito che ogni base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarebbe stata considerata un obiettivo legittimo. La dichiarazione riguardava direttamente le infrastrutture britanniche impiegate a sostegno delle operazioni americane.
Teheran ha inoltre dimostrato di voler proiettare la propria capacità offensiva su distanze molto superiori a quelle del passato. Nelle settimane successive all’avvio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, Washington aveva accusato la Repubblica islamica di aver lanciato diversi missili contro Diego Garcia, la base militare congiunta statunitense e britannica situata nell’Oceano Indiano, a circa 4.000 chilometri di distanza. Nessuno dei missili avrebbe raggiunto il bersaglio, ma l’episodio ha rappresentato un segnale politico e militare.
A marzo, la Turchia aveva inoltre riferito che le difese aeree della Nato avevano intercettato diversi missili balistici iraniani. Secondo gli analisti occidentali, gli episodi hanno mostrato la volontà iraniana di mettere alla prova le proprie capacità a lungo raggio, anche se restano dubbi sulla precisione, sulla disponibilità degli armamenti e sulla capacità di provocare danni significativi a distanze elevate.
Le capacità missilistiche iraniane
Sidharth Kaushal, ricercatore del Royal United Services Institute di Londra, ha definito “reale, ma limitata” la minaccia rappresentata dai missili iraniani contro obiettivi situati in Europa.
L’Iran potrebbe impiegare missili balistici a medio raggio contro strutture statunitensi nell’Europa meridionale e sud-orientale, compresi sistemi della famiglia Shahab. Tuttavia, il raggiungimento di obiettivi più distanti richiederebbe compromessi tecnici importanti: missili più pesanti dovrebbero trasportare un carico utile ridotto per poter coprire distanze maggiori, con una conseguente diminuzione dei danni potenziali.
“Più lunga è la distanza, più è difficile essere davvero precisi”, ha osservato Douglas Barrie dell’International Institute for Strategic Studies, commentando i tentativi attribuiti all’Iran contro Diego Garcia. Secondo Barrie, quegli attacchi indicherebbero che Teheran dispone di armi con una gittata superiore ai 2.000 chilometri, ma non è chiaro quanti missili di questo tipo siano realmente disponibili né se il regime sarebbe disposto a utilizzarne una parte per un’operazione simbolica.
Il problema per l’Iran sarebbe anche strategico. Un missile intercettato o caduto lontano dal bersaglio potrebbe produrre un effetto politico limitato, mentre un attacco riuscito contro un’installazione europea potrebbe provocare una reazione americana e della Nato molto più intensa.
Per questo motivo, Kaushal ritiene che Teheran potrebbe considerare più efficace l’azione indiretta attraverso le proprie forze alleate nella regione. Tra i possibili strumenti figurano le milizie sciite in Iraq, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen. L’utilizzo di gruppi per procura permetterebbe all’Iran di esercitare pressione su interessi occidentali senza assumersi necessariamente la responsabilità diretta di ogni operazione.
L’attacco alla base in Giordania
Le fonti vicine al regime hanno descritto un attacco iraniano condotto il mese scorso contro una base statunitense in Giordania come l’operazione a lungo raggio più precisa mai realizzata dalla Repubblica islamica. L’attacco avrebbe provocato la morte di tre militari americani.
Secondo uno degli insider, l’operazione avrebbe avuto anche una funzione comunicativa nei confronti dell’Europa. “Questo era anche un messaggio per l’Europa: può ricevere missili, quindi dovrebbe sapere quale dovrebbe essere il suo ruolo in questa guerra”, avrebbe dichiarato la fonte.
L’avvertimento sarebbe rivolto soprattutto ai Paesi che consentono agli Stati Uniti di usare le proprie basi. In questa prospettiva, un eventuale attacco contro infrastrutture iraniane potrebbe trasformare automaticamente le strutture militari europee di supporto in obiettivi di ritorsione.
“Un errore molto grave, come colpire le nostre infrastrutture, potrebbe far sì che la guerra vada oltre la regione e raggiunga l’Europa”, ha aggiunto l’informatore.
Il messaggio di Teheran appare quindi duplice: da una parte, l’Iran vuole dimostrare di poter colpire a grande distanza; dall’altra, mira a dissuadere gli alleati europei degli Stati Uniti dal fornire ulteriore assistenza logistica o militare a Washington.
Lo stallo sullo Stretto di Hormuz
L’escalation si inserisce nel fallimento di un memorandum d’intesa raggiunto a giugno tra Stati Uniti e Iran. L’accordo provvisorio è crollato il mese scorso dopo che Teheran ha attaccato alcune navi nello Stretto di Hormuz e le due parti si sono accusate reciprocamente di aver violato gli impegni assunti.
Da allora si sono susseguiti attacchi e rappresaglie. Washington ha reintrodotto il blocco sui porti iraniani, mentre gli sforzi diplomatici per riaprire la principale rotta marittima del Golfo Persico non hanno prodotto risultati concreti.
Trump ha inoltre minacciato di distruggere un ponte o una centrale elettrica iraniana ogni volta che la Repubblica islamica avesse preso di mira una nave nello Stretto. Le minacce americane hanno rafforzato la posizione dei settori più radicali del regime, convinti che Washington non sia un interlocutore affidabile e che qualsiasi accordo debba essere accompagnato da un costo elevato per gli Stati Uniti.
La gestione di Hormuz è diventata così il cuore dello scontro. L’Iran insiste sul proprio controllo del passaggio e sostiene che non riaprirà completamente lo Stretto finché gli Stati Uniti non accetteranno le sue condizioni. Washington, al contrario, considera la libertà di navigazione una questione strategica e non intende riconoscere a Teheran un potere di veto sul traffico marittimo internazionale.
La svolta ai vertici della sicurezza
La crescente influenza degli esponenti più duri del regime è stata evidenziata anche dai recenti cambiamenti ai vertici della sicurezza iraniana. La scorsa settimana la Guida suprema Mojtaba Khamenei avrebbe rafforzato il ruolo di figure intransigenti nelle principali posizioni militari e di sicurezza.
Tra queste figura Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, nominato massimo responsabile della sicurezza nazionale. La sua ascesa è stata interpretata dagli analisti iraniani come un segnale della crescente centralità dell’apparato militare nella gestione del confronto con Washington.
Secondo la seconda fonte citata dal Financial Times, la nomina di Rezaei avrebbe ridotto, almeno temporaneamente, il peso di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e principale negoziatore iraniano. Il cambiamento suggerirebbe che le prospettive di un’intesa stabile con gli Stati Uniti siano diventate più remote.
“L’Iran sta inviando un messaggio chiaro: se non si raggiunge un accordo con Ghalibaf, bisogna trattare con Rezaei”, ha affermato l’insider. Il messaggio, ha aggiunto, è: “Non arrabbiarti, perché sono più arrabbiato di te”.
La contrapposizione tra l’ala diplomatica e quella militare riflette il dibattito interno al regime. I pragmatici sostengono la necessità di mantenere aperto un canale negoziale per ridurre la pressione economica e ottenere la riapertura dello Stretto. Gli intransigenti, invece, ritengono che l’Iran debba aumentare il costo delle azioni americane e costruire una posizione di forza prima di qualsiasi accordo.
Un rischio concreto ma difficile da valutare
Le minacce iraniane non equivalgono necessariamente a un piano operativo già approvato. La distanza geografica, la precisione dei missili, la capacità di superare le difese aeree e il rischio di una risposta americana rappresentano ostacoli rilevanti.
Tuttavia, l’ipotesi di colpire obiettivi statunitensi in Europa amplia il perimetro della crisi. Bulgaria e Cipro sono diventate punti sensibili non soltanto per la loro posizione geografica, ma anche per il possibile utilizzo delle loro infrastrutture a sostegno delle operazioni americane.
Un attacco contro una base in uno dei due Paesi potrebbe avere conseguenze molto più ampie di una rappresaglia nel Medio Oriente. Potrebbe coinvolgere direttamente alleati europei, attivare consultazioni all’interno della Nato e spingere gli Stati Uniti a rispondere contro infrastrutture strategiche iraniane.
Il calcolo di Teheran, dunque, si muove tra deterrenza e rischio di escalation. Mostrare di poter colpire oltre la regione può servire a dissuadere Trump da una nuova offensiva. Ma trasformare la minaccia in un’azione concreta potrebbe produrre l’effetto opposto, portando il conflitto fuori dal Medio Oriente e rendendo più difficile qualsiasi ritorno alla diplomazia.









