Un nuovo dossier sul rapporto tra Iran e criptovalute riporta al centro Binance, la più grande piattaforma di scambio crypto al mondo, accusata da documenti interni, fonti investigative e analisi blockchain di aver consentito, per anni e fino a tempi recentissimi, il passaggio di enormi flussi di denaro riconducibili a reti finanziarie del regime iraniano e in particolare ai Guardiani della Rivoluzione Islamica, l’IRGC, che rappresentano una delle colonne portanti del potere politico, militare ed economico di Teheran. Al cuore della vicenda c’è Babak Zanjani, imprenditore iraniano già noto per le sue attività di elusione delle sanzioni e da lui stesso definito un operatore “antisanction”, che secondo i report di compliance di Binance avrebbe fatto transitare circa 850 milioni di dollari in transazioni sulla piattaforma nell’arco di due anni, soprattutto tramite un singolo account di trading, mentre altri conti collegati a una sorella, a un partner sentimentale e a un dirigente della sua società risultavano aperti e utilizzati dagli stessi dispositivi, un pattern che gli investigatori della società avevano considerato indicativo di un tentativo coordinato di aggirare le sanzioni statunitensi contro l’Iran.
La rete Zanjani e i segnali d’allarme ignorati
Secondo il materiale citato nelle inchieste, l’account principale sarebbe rimasto operativo per almeno 15 mesi nonostante ripetuti allarmi interni e risultava ancora aperto a gennaio, mentre le attività della rete sarebbero continuate fino a dicembre e, per alcune componenti, perfino oltre, con autorità straniere che avrebbero continuato a tracciare nel 2026 movimenti di denaro verso entità iraniane collegate al regime, segnalando transazioni ancora in corso in questo mese. La stima più ricorrente indica che, poiché gli 850 milioni includono depositi e prelievi, circa 425 milioni potrebbero aver rappresentato fondi effettivamente diretti a finanziare la macchina militare iraniana, una lettura condivisa da persone esperte di finanziamento del terrorismo e da funzionari di law enforcement straniero citati nelle ricostruzioni. Ma il caso Zanjani è solo il tassello più recente di un quadro molto più ampio: negli ultimi anni sarebbero passati da Binance anche altri flussi di grandi dimensioni legati a soggetti iraniani, inclusi circa 1,7 miliardi di dollari che gli investigatori di compliance avrebbero attribuito a una rete di finanziamento già segnalata in precedenza, oltre a circa 107 milioni di dollari provenienti nel 2025 da wallet digitali della banca centrale iraniana verso account Binance, circa 260 milioni di transazioni dirette nel 2024 e 2025 tra conti sull’exchange e wallet associati a entità iraniane sanzionate o a finanziatori del terrorismo, e un ulteriore trasferimento da 218 milioni di dollari verso una rete di finanziamento statale iraniana tramite un wallet esterno alla piattaforma ma collegato a Binance.
La risposta di Binance e la pressione di Washington
Questi fondi, secondo le fonti, si inserirebbero in una rete di pagamenti che avrebbe continuato a funzionare anche dopo la condanna di Binance nel 2023 per violazioni antiriciclaggio e sanzioni, quando l’azienda aveva ammesso di aver “criticamente indebolito” il sistema sanzionatorio statunitense sull’Iran e aveva accettato una multa record da 4,3 miliardi di dollari, mentre il fondatore Changpeng Zhao aveva scontato quattro mesi di carcere prima di ricevere la grazia presidenziale nell’ottobre successivo. Dopo quel patteggiamento, Binance si era impegnata a rafforzare i controlli e a operare sotto la supervisione di monitor nominati dal governo statunitense, ma secondo ex dipendenti della compliance e documenti interni, l’azienda avrebbe continuato a mostrare resistenze nel rimuovere clienti ad alto rischio, a rallentare accessi interni ai dati sensibili e a limitare il lavoro degli investigatori su alcuni account ritenuti delicati, compresi quelli appartenenti a cosiddetti “internal accounts”, spesso legati a entità aziendali della stessa piattaforma. Questa dinamica avrebbe generato crescente frustrazione tra i responsabili della conformità, alcuni dei quali avrebbero lasciato la società a partire dalla metà del 2024, proprio mentre i flussi sospetti verso l’Iran tornavano a intensificarsi. Binance, da parte sua, respinge le accuse affermando di applicare una politica di tolleranza zero verso le attività illecite, di aver trasformato il proprio programma di compliance dal 2024 in poi e di avere ridotto l’esposizione verso aree ad alto rischio fino a livelli quasi nulli, sostenendo inoltre che le transazioni contestate non sarebbero direttamente riconducibili alla piattaforma o che, in ogni caso, gli eventuali soggetti sanzionati sarebbero stati rimossi una volta identificati.
L’architettura finanziaria del regime iraniano
Sullo sfondo c’è il ruolo dell’IRGC, organizzazione potentissima che non solo guida settori chiave della politica interna iraniana ma sostiene anche gruppi armati regionali come Hamas, Hezbollah e gli Houthi yemeniti, e che secondo le autorità americane usa il sistema crypto per aggirare le restrizioni imposte dagli Stati Uniti e finanziare attività militari e sovversive fuori dal perimetro del circuito bancario tradizionale. Le nuove sanzioni e le nuove pressioni del Tesoro statunitense vanno in questa direzione: nelle ultime settimane le autorità hanno avvertito che l’IRGC sta sfruttando le lacune dei controlli anti-terrorismo delle piattaforme crypto e hanno congelato 344 milioni di dollari in asset digitali collegati a entità iraniane, mentre nell’ambito dell’operazione “Economic Fury” hanno avvisato le istituzioni finanziarie che qualsiasi facilitazione di trasferimenti per conto dell’Iran potrebbe avere conseguenze. Il profilo di Babak Zanjani rende ancora più simbolica la vicenda: ex commerciante di pelli, poi divenuto uno degli uomini più ricchi e controversi dell’Iran, Zanjani era già stato sanzionato nel 2013 per aver aiutato il governo iraniano a muovere miliardi attraverso una banca malese, si era poi presentato sui media locali come un “soldato Basij economico” e aveva costruito la propria immagine su lusso ostentato, Rolex, auto sportive e jet privati, fino a incarnare il modello del grande intermediario della guerra economica contro l’Occidente.
Petrolio, crypto e nuove rotte di Teheran
L’account Binance di Zedcex, registrato a una filiale di Dubai, avrebbe totalizzato circa 830 milioni di dollari in transazioni complessive tra il 2024 e il 2025, mentre i sistemi interni di Binance avrebbero rilevato accessi da Teheran già alla fine del 2024, con ulteriori alert in serie nei mesi successivi fino a novembre 2025, senza che l’account venisse chiuso tempestivamente. Non solo: anche la sorella di Zanjani, il suo partner romantico e il direttore della filiale dubaita di Zedcex avrebbero gestito conti aggiuntivi sulla piattaforma, incluso un profilo collegato a un venditore di diamanti di Dubai, e tutti questi conti sarebbero stati acceduti dagli stessi dispositivi, a conferma secondo gli investigatori che si trattava di un’unica architettura finanziaria e non di attività scollegate. Un caso particolarmente eloquente riguarda proprio il direttore della controllata Dubai, il cui account avrebbe registrato 21 milioni di dollari di transazioni complessive, con soli 10 milioni in entrata da un wallet legato all’IRGC e quasi 700 mila dollari provenienti da Zedcex, un flusso che secondo gli investigatori suggerisce un uso essenzialmente strumentale del conto come veicolo di trasferimento e non come normale account d’investimento. Il tutto avviene in un momento in cui la criptovaluta è diventata per molti iraniani, civili compresi, un canale di sopravvivenza economica davanti alle sanzioni internazionali e alla difficoltà di accesso al sistema bancario globale: secondo stime di TRM Labs, gli iraniani avrebbero effettuato oltre 10 miliardi di dollari in transazioni crypto nel solo 2025, mentre le autorità iraniane avrebbero persino chiesto a petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz di pagare in crypto o yuan cinesi, segno di un’integrazione ormai profonda delle valute digitali nelle strategie economiche del Paese. Binance, sin dalla sua fondazione nel 2017, sarebbe stata un punto di ingresso privilegiato per i flussi iraniani, soprattutto nelle fasi iniziali in cui era possibile aprire conti senza documenti, rendendola un rifugio naturale per riciclatori, intermediari delle sanzioni e soggetti in cerca di canali paralleli al sistema bancario tradizionale; persino la borsa crypto iraniana Nobitex avrebbe definito Binance la “migliore opzione” per gli utenti iraniani perché causava meno problemi ai clienti locali. Con l’introduzione della verifica obbligatoria dell’identità nel 2021, Binance afferma di aver preso misure proattive per limitare l’esposizione al mercato iraniano, ma le prove raccolte negli anni successivi suggeriscono che i traffici non siano cessati, bensì si siano evoluti in forme più sofisticate, utilizzando società di facciata, wallet intermedi, stablecoin proprie come USDZ e tecniche di camouflage per diluire i flussi nel volume enorme della piattaforma, che muove trilioni di dollari al mese a livello globale. A complicare ulteriormente il quadro ci sono i rapporti con il mondo politico e imprenditoriale statunitense: Binance è stata inoltre indicata come un sostegno cruciale del progetto crypto della famiglia Trump, World Liberty Financial, che avrebbe generato almeno 1,2 miliardi di dollari per i Trump dal 2024, elemento che accende ulteriormente i riflettori sulla rete di relazioni che ruota attorno all’exchange proprio mentre le autorità americane ne esaminano la condotta con attenzione crescente. La questione, in definitiva, non riguarda soltanto Binance, ma la fragilità dell’intero sistema di controllo globale su criptovalute, sanzioni e flussi illeciti: un ecosistema in cui uno Stato sotto pressione come l’Iran può combinare petrolio, intermediari regionali, stablecoin proprietarie, account multipli e piattaforme giganti per muovere fondi in modo difficilmente tracciabile, e in cui anche i controlli più severi sembrano arrivare spesso solo dopo che i capitali hanno già attraversato il confine digitale.








