Educazione sessuale a scuola, il referendum per cancellare la legge Valditara

È partita la corsa alle firme per un referendum che vuole abrogare la «legge Valditara», la norma entrata in vigore il 7 luglio 2026 che impone il consenso scritto dei genitori per le attività di educazione affettiva e sessuale nelle scuole medie e superiori. Se il quesito passasse, verrebbe eliminato l’obbligo dell’autorizzazione preventiva e la possibilità di allontanare dalla classe gli studenti non autorizzati, ma non verrebbe introdotta automaticamente una nuova materia obbligatoria.

Il quesito referendario: cosa chiede e cosa no

La proposta, depositata in Gazzetta Ufficiale il 29 luglio 2026, è un referendum abrogativo totale della legge 104/2026. Il comitato promotore «Sì educazione Affettiva nelle Scuole» chiarisce che l’obiettivo del referendum non è rendere obbligatorio l’insegnamento dell’educazione sessuale, ma rimuovere le regole introdotte nel 2026. In pratica, se il referendum fosse valido e vincente, sparirebbe l’obbligo del consenso scritto preventivo dei genitori (o dello studente se maggiorenne) per partecipare ad attività su temi sessuo-affettivi. Non si potrebbe più allontanare lo studente dalla classe in caso di mancato consenso, come invece prevede oggi la legge. Le scuole continuerebbero a decidere autonomamente attraverso il PTOF, il Piano triennale dell’offerta formativa, se e come inserire percorsi di educazione affettiva, come avviene per le altre attività curricolari ed extracurricolari. Resterebbero escluse le scuole dell’infanzia e primarie, perché la legge Valditara vieta in ogni caso attività su questi temi in quegli ordini scolastici; l’abrogazione eliminerebbe solo il vincolo del consenso, non introdurrebbe nuovi obblighi. Il comitato spiega inoltre che per «educazione sessuale e affettiva» si intende un percorso calibrato per età: nei primi anni si lavora su emozioni, rispetto del corpo e delle differenze; negli anni successivi si affrontano pubertà, relazioni, consenso, stereotipi, prevenzione della violenza, sicurezza digitale e salute sessuale e riproduttiva.

Che cosa prevede la legge Valditara e perché è al centro del referendum

La norma oggetto del referendum abrogativo, presentata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara a maggio 2025 e approvata in via definitiva dal Senato il 4 giugno 2026 con 78 voti favorevoli e 38 contrari, è entrata in vigore il 7 luglio 2026. I punti cardine sono il consenso informato scritto e preventivo dei genitori (o dello studente se maggiorenne) per partecipare ad attività didattiche o extracurricolari su temi attinenti alla sessualità nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. La legge impone alle scuole di indicare finalità, obiettivi, contenuti, tempi, modalità di realizzazione delle attività, oltre alla possibile presenza di esperti esterni o associazioni, da approvare dal Consiglio d’Istituto. È previsto l’obbligo di organizzare attività alternative per gli studenti i cui genitori non danno il consenso. La norma vieta inoltre in modo assoluto di trattare temi legati alla sessualità nelle scuole dell’infanzia e nella primaria. Valditara ha presentato la legge come una misura di «trasparenza» per ridare voce alle famiglie nelle scelte educative. Diverse associazioni e esponenti politici hanno invece criticato il provvedimento, sostenendo che rischi di ostacolare i percorsi di prevenzione della violenza di genere e limitare la libertà di insegnamento.

La legge Valditara segna un cambiamento rilevante nel panorama scolastico italiano, intervenendo su un tema da anni al centro del dibattito pubblico ma scegliendo una direzione restrittiva. In un Paese in cui l’educazione sessuale non è mai stata resa obbligatoria per legge, la riforma introduce limiti precisi e rafforza il ruolo delle famiglie nelle decisioni su contenuti considerati sensibili. La novità più significativa riguarda le scuole dell’infanzia e le scuole primarie, dove viene introdotto un divieto esplicito: non sarà più possibile affrontare temi legati alla sessualità. Questo include non solo l’educazione sessuale in senso stretto, ma anche percorsi più ampi su affettività, relazioni e conoscenza del corpo, che in molti sistemi educativi europei vengono adattati all’età degli studenti e proposti già nei primi anni di scuola. La scelta del legislatore italiano va dunque in controtendenza rispetto a una linea educativa diffusa a livello internazionale, che considera l’educazione precoce uno strumento di prevenzione e consapevolezza. Nel confronto europeo, l’Italia continua a distinguersi come uno dei pochi Paesi in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria per legge, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania. In molti altri Stati, questi percorsi sono integrati nei programmi scolastici con approcci graduali e differenziati per età. La nuova legge italiana non introduce un sistema organico, ma interviene limitando e regolando ciò che già esiste, con il rischio di accentuare le disuguaglianze tra studenti che avranno accesso a queste informazioni e altri che ne resteranno esclusi.

Per quanto riguarda le scuole secondarie, cioè medie e superiori, la legge non introduce un divieto, ma stabilisce un sistema rigido di consenso informato. Gli studenti minorenni potranno partecipare ai corsi di educazione sessuale e affettiva solo previa autorizzazione dei genitori, mentre gli studenti maggiorenni potranno decidere autonomamente. Le scuole saranno tenute a fornire una comunicazione dettagliata alle famiglie: dovranno indicare gli obiettivi educativi, gli argomenti trattati, le modalità di svolgimento delle attività e l’eventuale coinvolgimento di esperti esterni. Inoltre, il materiale didattico dovrà essere reso disponibile in anticipo per consentire ai genitori una valutazione completa. La norma prevede anche tempistiche precise: il consenso dovrà essere richiesto almeno una settimana prima dell’avvio delle attività. In caso di rifiuto da parte delle famiglie, gli istituti scolastici avranno l’obbligo di organizzare attività formative alternative per gli studenti esclusi dai corsi. Questo aspetto apre interrogativi organizzativi non trascurabili per le scuole, chiamate a gestire percorsi differenziati all’interno delle stesse classi.

Scontro politico e “ideologia gender”: la strategia della destra tra allarmismo e costruzione di un nemico culturale

Il provvedimento nasce da una proposta inizialmente presentata da Rossano Sasso, allora esponente della Lega e oggi vicino a Futuro Nazionale, il movimento guidato da Roberto Vannacci. Nel corso dei mesi, il disegno di legge è diventato uno dei terreni di scontro politico più accesi, riflettendo visioni profondamente diverse sul ruolo della scuola e su quello della famiglia nell’educazione dei giovani. I partiti di maggioranza, in particolare Lega e Fratelli d’Italia, hanno sostenuto la necessità di limitare l’intervento della scuola su questi temi, rivendicando il diritto dei genitori di avere l’ultima parola. Nel dibattito politico è tornato con forza il riferimento alla cosiddetta “ideologia gender”, un’espressione usata da anni da una parte della destra per attaccare l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Il problema è che questa “ideologia” non esiste: è un’etichetta costruita nel discorso politico per mettere insieme, in modo confuso e errato, temi diversi come identità di genere, orientamento sessuale ed educazione al rispetto. Diversi studiosi e organismi internazionali sottolineano che si tratta di una semplificazione fuorviante, che trasforma percorsi educativi basati su dati scientifici in una presunta minaccia ideologica. In pratica, contenuti che riguardano prevenzione, consenso, relazioni e contrasto alle discriminazioni vengono presentati come forme di “indottrinamento”, alimentando paure che non trovano riscontro nei programmi reali. Questa narrazione ha un obiettivo politico preciso: spostare il dibattito dal piano dei dati e dell’efficacia educativa a quello dello scontro culturale, dove è più facile mobilitare consenso. Il rischio è quello di creare diffidenza verso la scuola e di delegittimare strumenti che secondo organizzazioni come l’OMS, sono fondamentali per la salute e la sicurezza dei giovani, contribuendo concretamente a diminuire il numero di gravidanze precoci, prevenire le infezioni sessualmente trasmissibili e contrastare violenze, abusi e discriminazioni. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha difeso la riforma parlando di tutela dei minori e di maggiore centralità delle famiglie. Ma per molti osservatori, il continuo richiamo alla “ideologia gender” finisce per rafforzare una narrazione priva di basi scientifiche e per giustificare restrizioni che potrebbero ridurre l’accesso degli studenti a informazioni essenziali.

Chi c’è dietro il referendum e la corsa alle firme

A promuovere l’iniziativa è il «Comitato Sì educazione Affettiva nelle Scuole», composto da 12 persone, tra cui i portavoce Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, fondatori del Partito Gay LGBT+ e già impegnati in campagne referendarie sui diritti civili, come quella per il matrimonio egualitario. Il comitato include anche Eliodoro Belmare, Giovanna Cremona, Alessandra Feola, Giampiero Guidotti, Cristiano Ceriello, Stefano Ladarola, Elona Nderjaku, Andrea Vania, Polidoro Zeray Jordanos e Lucia Fusco. La raccolta firme è partita il 6 agosto 2026 sulla piattaforma ministeriale, accessibile con SPID o Carta d’Identità Elettronica, e dovrà chiudersi entro il 30 settembre 2026. In cinque giorni sono state superate le 70 mila sottoscrizioni; secondo alcune stime, nel primo weekend si sono già raccolte oltre 40 mila firme. Per andare al voto servono almeno 500 mila firme di elettori o il sostegno di cinque consigli regionali. Il percorso referendario prevede diversi step. La raccolta firme deve concludersi entro il 30 settembre 2026. Successivamente le firme vanno depositate in Cassazione tra il 1° gennaio e il 30 settembre dell’anno successivo. Entro il 31 ottobre l’Ufficio centrale per il referendum controlla la regolarità delle sottoscrizioni. La Corte costituzionale, entro il 10 febbraio dell’anno successivo, decide se il quesito è legittimo. Se il quesito è valido, la votazione può essere fissata in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno, salvo sovrapposizioni con elezioni politiche. I promotori hanno già segnalato che, se si raggiungesse il numero di firme richiesto, la votazione si terrebbe dopo le prossime elezioni, diventando «il primo banco di prova per il prossimo Governo».

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