Meta e TikTok collaboreranno con l’Unione Europea per verificare i contenuti online legati alla crisi migratoria di Ceuta e contrastare la diffusione di informazioni false. L’annuncio è stato dato da Henna Virkkunen, commissaria europea per la Sovranità tecnologica, che negli ultimi giorni aveva mantenuto i contatti con i rappresentanti delle due piattaforme per sollecitare un intervento. Per il momento la Commissione non ha fornito dettagli sul funzionamento dell’iniziativa. Secondo tre fonti anonime citate da Politico, tuttavia, dovrebbe essere attivato un canale specifico per lo scambio di informazioni sulla disinformazione relativa alla situazione di Ceuta. Il sistema metterebbe in comunicazione gli esperti di fact checking, i gestori dei social network e la Commissione europea, così da consentire la segnalazione più rapida dei contenuti ritenuti falsi e, quando necessario, la richiesta di rimozione.
Le nuove tensioni alla frontiera di Ceuta
Bruxelles considera urgente un’azione coordinata perché i social network avrebbero avuto un ruolo significativo nella circolazione di informazioni che il 30 luglio hanno contribuito a spingere circa 50mila persone verso il confine tra il Marocco e Ceuta, enclave spagnola situata sulla costa nordafricana. La maggior parte dei migranti è poi rientrata in Marocco nel giro di poche ore. Nel frattempo, sui social stanno circolando anche voci su una possibile nuova crisi migratoria nella zona, indicata per il 15 agosto. L’ipotesi non è considerata del tutto infondata: in numerosi gruppi marocchini sono comparsi messaggi attraverso i quali alcune persone sembrano organizzarsi o raccogliere informazioni sulla possibilità di tentare l’attraversamento della frontiera nel giorno di Ferragosto.
Il precedente del fact checking di Meta
La collaborazione con l’Unione Europea arriva in una fase delicata per Meta, che il 7 gennaio 2025, attraverso il suo amministratore delegato Mark Zuckerberg, ha annunciato la fine negli Stati Uniti del programma di fact checking affidato a organizzazioni indipendenti. Il servizio era stato introdotto dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016, quando Facebook era accusato di favorire la circolazione di notizie false e di contribuire alla propaganda politica delle destre reazionarie. Il suo obiettivo era verificare la fondatezza di foto, video e articoli pubblicati sulle piattaforme della società, applicando un avviso ai contenuti ritenuti falsi e riducendone la distribuzione nei suggerimenti agli utenti. È difficile stabilire quanto questo sistema abbia effettivamente limitato la disinformazione, anche perché non esiste una situazione di confronto che permetta di misurare cosa sarebbe accaduto in sua assenza. La rielezione di Trump nel 2024 è stata comunque utilizzata dai critici del fact checking come prova dei suoi presunti limiti, mentre negli ultimi anni il modello ha perso consensi non soltanto a destra, ma anche tra esponenti del centro e della sinistra. Nel linguaggio giornalistico, l’espressione fact checking indica in senso ampio la verifica dei fatti e delle fonti, un’attività che dovrebbe rientrare nel normale lavoro delle redazioni. Nel caso di Meta, invece, indicava un programma specifico, gestito da soggetti esterni e finanziato dalla stessa società, con organizzazioni diverse a seconda dei Paesi. In Italia il progetto era gestito da partner come Facta e Open, mentre Pagella Politica appartiene alla stessa società di Facta, ma non è la testata direttamente coinvolta nel programma. Le ricerche scientifiche disponibili non offrono una valutazione univoca sull’efficacia del fact checking sui social network. Una revisione di 30 studi pubblicata nel 2019, su un campione di oltre 20mila persone, aveva rilevato un effetto complessivamente positivo e statisticamente significativo sulle convinzioni degli utenti, sottolineando però una forte variabilità legata al contesto. Le segnalazioni sembrano funzionare meno quando riguardano temi altamente polarizzati, come la Brexit o le elezioni statunitensi, perché le persone con convinzioni politiche consolidate tendono a rifiutare le informazioni che danneggiano l’immagine del proprio partito. Un’altra critica riguarda il rischio che il fact checking finisca per dare maggiore visibilità proprio ai contenuti che intende smentire, invece di limitarne la diffusione. È un meccanismo simile al cosiddetto effetto Streisand, cioè la propagazione di un’informazione provocata dal tentativo di censurarla o nasconderla. In altri casi, il problema non sarebbe l’idea di verificare le notizie, ma il modo in cui vengono selezionati i contenuti da esaminare: secondo i critici, le organizzazioni incaricate avrebbero concentrato l’attenzione soprattutto su affermazioni diffuse da ambienti vicini alla destra statunitense, alimentando l’impressione di un orientamento politico progressista. I sostenitori del sistema ribattono che la disinformazione proveniente da destra è più frequente e che, di conseguenza, riceve più verifiche. Il dibattito si è concentrato anche su alcuni errori commessi dai fact checker, come la scelta di trattare inizialmente come teoria del complotto le accuse secondo cui il governo statunitense avrebbe cercato di nascondere i problemi fisici e cognitivi di Joe Biden, una ricostruzione poi confermata da successive inchieste giornalistiche. Per alcuni esperti, il fact checking non dovrebbe essere separato dal lavoro giornalistico, perché verificare fonti, contattare le persone coinvolte, consultare specialisti e decidere quali informazioni pubblicare sono attività che dovrebbero riguardare l’intera redazione e non soltanto un gruppo di esperti di disinformazione. Anche il modello alternativo delle community notes, scelto da Meta negli Stati Uniti e già adottato da X, presenta però diversi limiti. Il sistema consente agli utenti di aggiungere informazioni, correggere contenuti falsi o fornire un contesto, ma la sua efficacia dipende dalle modalità di applicazione e dalla partecipazione della comunità. Alcuni studi hanno rilevato che le note possono contribuire a ridurre la disinformazione soprattutto se affiancate da altri strumenti di moderazione; altre analisi hanno però mostrato che su X vengono spesso aggiunte quando i contenuti hanno già raggiunto un’ampia diffusione. Secondo ulteriori ricerche, oltre il 70 per cento dei contenuti di disinformazione pubblicati sulla piattaforma non riceverebbe alcuna nota. Esiste inoltre il rischio che anche questo sistema sia condizionato da pregiudizi collettivi o manipolato da gruppi di utenti intenzionati a screditare determinate fonti o a orientare la valutazione dei post. Per queste ragioni, la decisione di Meta di sostituire il fact checking professionale con le note della comunità è stata accolta con cautela: le critiche al vecchio programma non dimostrano necessariamente che la verifica dei fatti sia inutile, ma evidenziano la difficoltà di renderla efficace, imparziale e realmente integrata in un più ampio processo giornalistico.









