A partire dal 1° agosto e per la durata di un mese, il governo italiano ha deciso di reintrodurre controlli sui movimenti di persone provenienti dalla Spagna, sospendendo di fatto – seppur temporaneamente e in modo limitato – il principio della libera circolazione prevista dallo spazio Schengen. La misura, annunciata dopo l’arrivo di decine di migliaia di migranti a Ceuta, rappresenta più un segnale politico di propaganda che un reale strumento di gestione dei flussi migratori.
Nel concreto, trattandosi di due Paesi che non condividono un confine terrestre, i controlli riguarderanno principalmente voli e collegamenti marittimi tra Italia e Spagna. Si tratterà dunque di verifiche documentali su passeggeri in arrivo, con particolare attenzione ai cittadini non appartenenti all’Unione europea. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha assicurato che l’intervento sarà calibrato per ridurre al minimo l’impatto su turismo e traffici regolari.
La decisione arriva in seguito a un evento eccezionale: in poche ore circa 50mila persone hanno attraversato il confine tra il Marocco e Ceuta, enclave spagnola situata nel Nord Africa. L’ingresso massiccio ha messo sotto pressione le autorità spagnole e riacceso il dibattito europeo sulla gestione delle frontiere esterne. Madrid ha reagito rapidamente, dispiegando migliaia di militari e riportando indietro la grande maggioranza dei migranti. Secondo il governo spagnolo, circa 48mila persone sono già state respinte o rientrate in Marocco.
Dal punto di vista pratico, tuttavia, la misura italiana incide poco sui movimenti reali dei migranti. Ceuta è soggetta a un regime speciale: chi entra nell’enclave non può muoversi liberamente verso l’Europa continentale senza controlli. I trasferimenti verso la Spagna peninsulare avvengono via traghetto e sono già sottoposti a verifiche di identità. Inoltre, anche qualora un migrante raggiungesse la Spagna continentale, per arrivare in Italia dovrebbe necessariamente utilizzare mezzi – aerei o navali – che prevedono controlli sui passeggeri.
In assenza di un confine diretto, la misura appare come una misura unicamente simbolica. Non a caso, anche la Francia – che condivide invece una frontiera terrestre con la Spagna – ha annunciato un rafforzamento dei controlli, sottolineando però che esistono già sistemi di monitoraggio attivi dal 2020. Il presidente Emmanuel Macron ha evidenziato come si tratti soprattutto di un’intensificazione di controlli già esistenti.
Sul piano operativo, la scelta del governo italiano di reintrodurre controlli sui collegamenti con la Spagna è sostanzialmente inutile: non esiste un confine terrestre tra i due Paesi, i migranti che arrivano a Ceuta non hanno l’Italia come destinazione immediata e, comunque, voli e traghetti prevedono già verifiche documentali. Sul piano politico, invece, la decisione assume un significato ben preciso: l’esecutivo Meloni si trova sotto pressione sul tema migratorio, non solo per le critiche dell’opposizione, ma soprattutto per la crescente competizione alla sua destra, dove il nuovo soggetto politico guidato dal generale Roberto Vannacci sta guadagnando consensi con posizioni ancora più estreme e populiste in materia di confini e sicurezza. In questo quadro, le dichiarazioni dei vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani – entrambi favorevoli a una sospensione di Schengen con la Spagna – rispondono a una logica di consenso elettorale: mostrare fermezza, dire «noi agiamo», inviare un segnale forte alla propria base e, al tempo stesso, marcare la differenza con chi, come Vannacci, chiede misure ancora più radicali. Non si tratta dunque di una risposta a un’emergenza reale, ma di una mossa calibrata per gestire la percezione del loro elettorato
La reazione della Spagna non si è fatta attendere. Madrid ha criticato la decisione italiana e ha convocato l’ambasciatore italiano, aprendo un piccolo caso diplomatico tra due Paesi membri dell’Unione europea. La tensione riflette anche una diversa lettura della situazione: mentre l’Italia sottolinea il rischio di propagazione dei flussi migratori, la Spagna insiste sulla natura circoscritta dell’emergenza e sulla capacità di gestione già dimostrata.
Il quadro giuridico e le sospensioni precedenti
Dal punto di vista giuridico, parlare di “sospensione dell’accordo di Schengen” è improprio e tecnicamente errato. L’accordo di Schengen, firmato per la prima volta il 14 giugno 1985 nella cittadina lussemburghese che gli dà il nome e inizialmente sottoscritto soltanto da Belgio, Francia, Germania occidentale, Lussemburgo e Paesi Bassi, prevede la graduale eliminazione dei controlli alle frontiere comuni; nel 1997 è stato incorporato nel “Trattato di Amsterdam”, uno dei trattati fondativi dell’Unione europea, entrando così a far parte a tutti gli effetti dell’ordinamento giuridico comunitario. Oggi l’accordo viene applicato in 25 dei 27 Paesi membri dell’UE – Irlanda ha scelto di non aderire, mentre Cipro non ha ancora eliminato tutti i controlli all’ingresso – e consente a una persona di attraversare i confini tra gli Stati dell’Unione senza essere sottoposta sistematicamente a un controllo di frontiera. L’eliminazione dei controlli interni è tuttavia accompagnata da regole comuni riguardanti il controllo delle frontiere esterne, la concessione di visti per soggiorni brevi, la cooperazione tra forze di polizia (incluse sorveglianza e inseguimento transfrontalieri) e la cooperazione giudiziaria. In linea di principio, dunque, è sbagliato sostenere – come fa il governo italiano – che si possa «sospendere» l’accordo di Schengen con un singolo Paese, come se quel Paese venisse temporaneamente escluso dal sistema. Al massimo, secondo il Codice frontiere Schengen, gli Stati membri possono reintrodurre temporaneamente i controlli alla frontiera interna con uno specifico Stato, ma solo a precise condizioni: deve esserci una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna; la misura deve essere eccezionale, necessaria e proporzionata; deve costituire un’extrema ratio, ovvero un’opzione da adottare soltanto quando non esistono alternative meno restrittive; e deve avere una durata limitata nel tempo. Inoltre, la decisione di istituire controlli alle frontiere non può essere presa in maniera unilaterale, ma deve essere formalmente notificata alla Commissione europea, al Parlamento europeo, al Consiglio dell’Unione europea e a tutti gli altri Stati membri.
Questo tipo di intervento, peraltro, non è affatto raro. Negli ultimi anni, diversi Paesi europei hanno ripristinato controlli interni in risposta a crisi migratorie, emergenze di sicurezza o grandi eventi. Attualmente l’accordo europeo è sospeso in diversi casi: l’Italia, ad esempio, mantiene controlli al confine con la Slovenia dal 19 giugno 2024 e fino al 18 dicembre 2026, per far fronte alla «minaccia di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori lungo la rotta dei Balcani occidentali, crisi in corso in Medio Oriente e Ucraina, alto livello di migrazione irregolare tra cui una forte presenza di contrabbando criminale e reti di traffico». Per motivi analoghi, i Paesi Bassi hanno aumentato i controlli ai confini con Belgio e Germania; l’Austria sorveglia le frontiere con Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovenia; la Germania controlla quelle con Francia, Lussemburgo, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria, Svizzera, Repubblica Ceca e Polonia. In molti di questi casi, al fattore migratorio si aggiungono le minacce alla sicurezza interna legate alla guerra in Ucraina e alla crisi in Medio Oriente; anche la Norvegia ha ripristinato controlli ai porti per motivazioni connesse al conflitto ucraino. Tra i casi più recenti, va segnalata la sospensione temporanea attivata dall’Italia nei confronti della Francia dal 24 al 26 luglio 2026, in concomitanza con il festival “Alta Felicità” a Venaus, in Val di Susa, nell’area limitrofa ai cantieri della linea alta velocità Torino-Lione (TAV): nonostante l’aumento dei controlli, in quell’occasione si sono verificati violenti scontri con le forze dell’ordine. Non è la prima volta che Schengen viene sospeso in occasione di manifestazioni o grandi eventi: era già accaduto tra il 3 e il 4 novembre 2022, in occasione della partita di Champions League disputata a Napoli tra Napoli ed Eintracht Francoforte.
Un ulteriore elemento da considerare è l’efficacia concreta della misura. Anche con controlli rafforzati tra Italia e Spagna, i migranti potrebbero comunque raggiungere il territorio italiano passando attraverso altri Paesi, come la Francia. Per bloccare realmente i movimenti secondari, sarebbe necessario estendere i controlli a tutte le frontiere terrestri, con un impatto significativo su cittadini, lavoratori e turismo. Inoltre, le organizzazioni che gestiscono i flussi migratori irregolari tendono ad adattarsi rapidamente, modificando rotte e modalità di viaggio: questo rende le misure unilaterali meno efficaci nel lungo periodo, soprattutto se non accompagnate da una strategia coordinata a livello europeo.
Le ragioni nascoste dietro l’esplosione migratoria a Ceuta
L’arrivo improvviso e massiccio di decine di migliaia di migranti a Ceuta non è un evento isolato o casuale, ma il risultato di una convergenza complessa di fattori giuridici, politici e geopolitici che, sommandosi, hanno creato le condizioni per una crisi senza precedenti negli ultimi anni. La miccia, secondo molte analisi, è stata accesa da una sentenza del Tribunal Supremo spagnolo che ha stabilito un principio apparentemente tecnico ma dal forte impatto simbolico: i respingimenti “a caldo” – ovvero il rimpatrio immediato senza procedure formali – non possono essere applicati automaticamente alle persone intercettate in mare mentre cercano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla. La norma speciale prevista per le due enclave consente infatti il respingimento immediato solo di chi supera materialmente le strutture di contenimento della frontiera, come le recinzioni fisiche. I giudici, però, hanno chiarito che telecamere, sensori e droni utilizzati in mare sono strumenti di sorveglianza, non barriere fisiche: chi viene fermato in acqua deve quindi essere identificato e sottoposto alle procedure previste dalla legge, compresa la possibilità di chiedere protezione internazionale. La decisione non attribuisce un diritto a restare in Spagna, né impedisce una successiva espulsione, ma attraverso social network e canali informali il suo significato è stato semplificato e distorto fino a trasformarsi nel messaggio virale: “Chi arriva a nuoto non può essere rimandato indietro”. Madrid accusa le reti di trafficanti di aver sfruttato questa interpretazione per spingere migliaia di giovani verso la frontiera, promettendo loro un passaggio sicuro e l’impunità giuridica. Va inoltre chiarito che entrare a Ceuta non significa poter raggiungere liberamente la Spagna continentale o il resto d’Europa: l’enclave è sottoposta a un regime particolare, per cui per imbarcarsi verso la penisola iberica sono previsti controlli dei documenti e dell’identità, e chi entra irregolarmente resta soggetto a procedure di identificazione, asilo, rimpatrio o regolarizzazione.
Ma la sentenza da sola non spiega la portata dell’evento. Resta aperta la domanda centrale: come hanno potuto decine di migliaia di persone raggiungere contemporaneamente Ceuta, attraversando a piedi la frontiera o aggirando a nuoto il frangiflutti del Tarajal? Non esiste, al momento, una prova pubblica che Rabat abbia ordinato di aprire la frontiera, e il governo Sánchez continua a parlare di collaborazione con il Marocco, attribuendo formalmente la crisi alle organizzazioni criminali e alla diffusione di informazioni ingannevoli. Tuttavia, fonti governative e di intelligence citate dalla stampa spagnola riferiscono che i controlli marocchini si erano progressivamente ridotti nei giorni precedenti e che, nelle ore decisive, i gendarmi sarebbero scomparsi da alcuni tratti della frontiera, per poi tornare a intervenire con reparti antisommossa, idranti e lacrimogeni solo successivamente. Questo scenario alimenta inevitabilmente i sospetti, soprattutto alla luce del precedente del 2021: in quell’occasione Madrid aveva accolto segretamente in ospedale Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, gravemente malato di Covid, e Rabat aveva reagito con durezza allentando i controlli: in pochi giorni almeno 8mila persone entrarono a Ceuta, e la pressione cessò solo quando la crisi diplomatica iniziò a ricomporsi. Quell’episodio è stato spesso definito un caso di “migrazione usata come arma”: non la creazione dei flussi, ma il loro controllo selettivo per esercitare pressione su un altro Stato. Anche oggi questa è una delle interpretazioni più accreditate, ma rimane un’ipotesi politica, non un fatto dimostrato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la dimensione geopolitica, legata al difficile equilibrio che la Spagna cerca di mantenere tra Marocco e Algeria, le due potenze rivali del Maghreb. Il 20 luglio Pedro Sánchez è tornato ad Algeri per ricostruire i rapporti deterioratisi nel 2022, quando aveva abbandonato la tradizionale posizione di equilibrio della Spagna e aveva riconosciuto il piano marocchino per il Sahara Occidentale come la soluzione più credibile alla disputa, normalizzando i rapporti con Rabat ma provocando una grave rottura con Algeri. L’Algeria è un fornitore strategico di gas per la Spagna ed è il principale sostenitore del Fronte Polisario, che rivendica l’indipendenza del Sahara Occidentale, mentre il Marocco considera quel territorio parte integrante del regno e propone soltanto un’autonomia sotto la sovranità di Rabat. La recente visita di Sánchez in Algeria potrebbe quindi essere stata percepita dal Marocco come un tentativo di riequilibrare nuovamente la politica spagnola, avvicinandosi di nuovo ad Algeri. A questo si aggiunge il progetto discusso a Madrid per concedere la cittadinanza spagnola ai saharawi nati quando il Sahara Occidentale era ancora amministrato dalla Spagna e ai loro discendenti: anche questa iniziativa può essere letta da Rabat come un rafforzamento del legame politico e storico tra Madrid e il popolo saharawi. Nessuno di questi elementi dimostra che il Marocco abbia organizzato l’ondata migratoria, ma spiegano perché la crisi sia stata immediatamente interpretata anche come un messaggio indirizzato al governo spagnolo, un avvertimento sulle conseguenze di un eventuale riavvicinamento ad Algeri o di un sostegno troppo esplicito alle rivendicazioni saharawi.
In sintesi, ciò che è accaduto a Ceuta non è solo una questione migratoria, ma un intreccio di sentenze giudiziarie, dinamiche di traffico umano, sospetti di strumentalizzazione politica e tensioni geopolitiche regionali. La sentenza del Supremo ha creato un vuoto normativo percepito come un’opportunità; le reti di trafficanti hanno sfruttato questo vuoto per organizzare flussi massicci; i controlli marocchini, ridotti o allentati in momenti chiave, hanno reso possibile l’attraversamento; e il contesto geopolitico – con la Spagna stretta tra Marocco e Algeria, tra gas e Sahara Occidentale – ha trasformato l’evento in un potenziale strumento di pressione internazionale. Nessuna di queste spiegazioni è definitiva, ma insieme delineano un quadro in cui la migrazione non è mai solo un fenomeno umano o economico, ma anche un riflesso di equilibri di potere, decisioni giudiziarie e strategie statali.
Tajani e la Spagna: dichiarazioni fuorvianti a confronto con i dati
Le dichiarazioni di Antonio Tajani, che si dice «favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con la Spagna» e manifesta «piena fiducia nell’operato del Ministro Piantedosi», definendo l’immigrazione irregolare «un pericolo per la sicurezza nazionale» e criticando aspramente la scelta del governo di Madrid di aver «dato la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari», appaiono non solo generiche ma sostanzialmente fuorvianti se confrontate con i dati e la strategia reale adottata dalla Spagna. In primo luogo, non è corretto parlare di «cittadinanza» concessa: la misura approvata dal governo Sánchez è una sanatoria, ovvero una regolarizzazione che consente a circa 500 mila migranti già presenti sul territorio da almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025 e senza precedenti penali di ottenere un permesso di soggiorno annuale, rinnovabile, con accesso immediato al mercato del lavoro in tutti i settori e possibilità di ricongiungimento familiare per i figli minori. Non si tratta dunque di un passaporto europeo, ma di uno strumento di emersione dal lavoro irregolare, finalizzato a trasformare lavoratori invisibili in contribuenti regolari, con evidenti ricadute positive sul gettito fiscale e sul welfare. La narrativa del governo spagnolo poggia su una lettura economica rigorosa: nel 2025 la Spagna ha registrato una crescita del PIL del 2,9%, più del doppio della media UE, mentre il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 10% per la prima volta in quasi vent’anni; in questo contesto, gli stranieri – oltre 7 milioni su 49,4 milioni di abitanti – rappresentano circa il 16% degli iscritti alla previdenza sociale, contribuendo in modo determinante al finanziamento del sistema pensionistico e sanitario. La sanatoria, quindi, non è un atto di «apertura indiscriminata», ma una risposta pragmatica a un Paese che invecchia rapidamente e che, senza nuova forza lavoro, rischia di entrare in tensione demografica ed economica. Inoltre, la misura si inserisce in una strategia migratoria molto più ampia e strutturata, la «Spain-Africa Strategy 2025-2028», che punta su cooperazione allo sviluppo, canali legali di ingresso, migrazione circolare e accordi con paesi come Mauritania, Senegal e Gambia per contrastare il traffico di esseri umani e ridurre le cause profonde delle partenze. Mentre molti governi europei – Italia inclusa – scelgono la via del rafforzamento dei controlli e della chiusura delle frontiere, la Spagna opta per un modello che combina regolarizzazione interna, integrazione economica e partnership internazionali, distinguendosi come voce fuori dal coro in un continente sempre più polarizzato. Le critiche di Tajani, dunque, sembrano ignorare non solo i fatti, ma anche le evidenze: la Spagna non sta «incentivando il traffico di essere umani», ma sta cercando di ridurlo attraverso canali legali e cooperazione; non sta «regalando cittadinanza»; non sta «aprendo le porte all’invasione», ma sta gestendo un fenomeno strutturale con strumenti che, almeno nei numeri macroeconomici, stanno funzionando.
Conclusione
In sintesi, l’intera vicenda della “sospensione di Schengen con la Spagna” si rivela, a un’analisi attenta, come un esercizio di propaganda politica più che una misura concreta di sicurezza: non esiste un confine terrestre tra Italia e Spagna, i migranti di Ceuta non hanno né mezzi né documenti per raggiungere l’Italia, e i controlli su voli e traghetti sono già obbligatori per legge. Il governo italiano, invece di collaborare con Madrid nella gestione di una crisi umanitaria e politica, ha scelto di costruire un’emergenza artificiale, diffondendo falsità e alimentando paure irrazionali per rafforzare la propria immagine di fermezza agli occhi di un elettorato sempre più sensibile al tema confini. La mossa si inserisce in un contesto di competizione interna a destra, con il partito di Vannacci che spinge su toni ancora più estremi, e risponde a una logica di consenso più che di efficacia operativa. Dal punto di vista giuridico, poi, parlare di “sospensione di Schengen” è tecnicamente errato: l’accordo non si disattiva unilateralmente, ma prevede solo reintroduzioni temporanee e notificate di controlli, già ampiamente utilizzate in passato da Italia e altri Paesi UE. Il risultato è un dibattito pubblico avvelenato, una crisi diplomatica inutile e una classe politica che preferisce lo spettacolo alla sostanza: mentre si urla alla “invasione”, si ignora che la Spagna sta regolarizzando lavoratori per emersare il nero e sostenere il welfare; mentre si dipinge Madrid come “fuori controllo”, si tace che il suo modello migratorio sta funzionando meglio di molti altri in Europa. Insomma, non è sicurezza: è marketing. Non è emergenza: è costruzione dell’emergenza. Non è difesa dei confini: è difesa dei sondaggi.








