A Marina di Carrara, a pochi metri dal club nautico, è tornato a occupare la sua banchina lo Scheherazade, il superyacht da 140 metri considerato da anni uno dei simboli più enigmatici del potere russo e del lusso legato agli ambienti vicini al Cremlino. L’imbarcazione, conosciuta anche come lo “yacht di Putin”, è rientrata alla fine di luglio nel porto toscano dopo una serie di interventi eseguiti all’interno del cantiere di The Italian Sea Group, la società incaricata della sua manutenzione. La nave, del valore stimato di almeno un miliardo di euro e dotata di due eliporti, una piscina e sofisticati sistemi antidroni, è sottoposta a sanzioni dal 2022, dopo l’invasione russa dell’ucraina. Tuttavia, nei quattro anni trascorsi dal congelamento, la sua conservazione e i lavori di manutenzione avrebbero comportato costi complessivi vicini ai 40 milioni di euro. La domanda, quindi, è inevitabile: chi sta pagando davvero per tenere in funzione il superyacht formalmente riconducibile all’ex presidente di Rosneft Eduard Yurievich Khudainatov, ma da sempre associato alla figura di Vladimir Putin? Il caso dello Scheherazade è particolarmente complesso perché, a differenza di altri beni congelati in Italia, il denaro necessario per mantenerlo non arriverebbe direttamente dallo Stato italiano. Secondo quanto ricostruito sulla base di documenti visionati da La Stampa, a sostenere le spese sarebbe l’armatore attraverso la società Bielor Assets Ltd, utilizzando un sistema di pagamenti concordato con le autorità italiane. Il meccanismo sarebbe stato definito poco dopo il congelamento dell’imbarcazione e avrebbe coinvolto il Comitato di Sicurezza finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia del Demanio. In base all’accordo, ogni anno verrebbero messi a disposizione tra i 10 e i 12 milioni di euro, destinati a coprire sia le spese operative sia gli interventi di refitting. Il denaro verrebbe trasferito su due conti correnti separati, ciascuno con una funzione distinta.
Il percorso dei pagamenti
Il primo conto è destinato alle spese ordinarie e dirette della nave: gli stipendi dell’equipaggio, l’assicurazione, le forniture, le attività interne e tutto ciò che serve per garantire la sicurezza e la funzionalità dello yacht. Formalmente, il conto sarebbe intestato a The Italian Sea Group, che lo gestirebbe secondo una lista di pagamenti autorizzati, con l’indicazione dei destinatari e degli importi da versare. Le somme sarebbero poi riportate nei bilanci consolidati del gruppo alla voce “altri debiti”. Nel solo 2024, per esempio, risultano due importi distinti pari a circa 4,603 milioni e 1,383 milioni di euro, per un totale vicino ai sei milioni. Il secondo conto sarebbe invece dedicato agli interventi di refit, cioè ai lavori di manutenzione straordinaria, adeguamento e ammodernamento dell’imbarcazione. Anche in questo caso, The Italian Sea Group fatturerebbe gli interventi, compresi quelli svolti con l’ausilio di fornitori esterni, per una cifra annuale anch’essa vicina ai sei milioni di euro. Le attività connesse al Motor yacht 140, la denominazione utilizzata nei documenti per indicare lo Scheherazade, sono diventate così una delle poche commesse di refitting ancora operative nel cantiere di Marina di Carrara. Un elemento particolarmente rilevante per il gruppo nautico fondato da Giovanni Costantino, che sta attraversando una fase di grave difficoltà finanziaria. Nel 2025, la divisione Refit avrebbe registrato ricavi per circa 17,1 milioni di euro, in calo del 59 per cento rispetto all’anno precedente. In questo quadro, il contratto relativo allo Scheherazade assume un peso ancora maggiore, anche perché la sua scadenza è fissata al 16 settembre 2026. Il contratto di refit era stato firmato nel 2021, prima dell’invasione russa dell’Ucraina e dell’inserimento dell’imbarcazione nel perimetro delle sanzioni. Ora, però, la scadenza si avvicina mentre The Italian Sea Group si trova in concordato in bianco e il consiglio di amministrazione è decaduto. Costantino, che ha lasciato la presidenza, ricopre ancora il ruolo di amministratore del bene. Secondo la documentazione esaminata da La Stampa, i legali dell’armatore avrebbero già chiesto di valutare la nomina di un amministratore terzo, una figura indipendente incaricata di occuparsi della gestione dello yacht e dei rapporti con le autorità e i fornitori. Una richiesta che apre nuovi interrogativi sul futuro dell’imbarcazione e sulla possibilità che il cantiere continui a occuparsi della sua manutenzione oltre il 16 settembre.
I sospetti sulla proprietà
Lo Scheherazade è stato sequestrato e congelato il 6 maggio 2022, dopo che il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza aveva rilevato “significativi collegamenti economici e di affari con elementi di spicco del governo russo”. Il provvedimento era arrivato dopo settimane di crescente attenzione internazionale sul superyacht, formalmente intestato a Khudainatov, ma da tempo indicato da diverse inchieste come riconducibile al presidente russo. Già l’11 marzo 2022 era emerso che il proprietario ufficiale dell’imbarcazione era l’ex presidente di Rosneft, società petrolifera russa guidata da Igor Sechin, uno degli uomini più vicini a Putin. Pochi giorni dopo, il 21 marzo, un’inchiesta pubblicata dal sito dell’attivista russo Alexei Navalny aveva sostenuto che almeno 23 membri dell’equipaggio risultavano collegati al Servizio federale di protezione, la struttura incaricata della sicurezza del presidente russo e delle principali autorità del Paese. Gli elementi raccolti alimentarono i sospetti sull’effettivo beneficiario dello yacht, anche se l’intestazione formale rimase a Khudainatov. Il superyacht, battente bandiera delle isole Cayman, al momento del varo aveva un valore stimato di circa 700 milioni di dollari. Oggi, secondo le valutazioni riportate, potrebbe valere almeno un miliardo. La sua dotazione comprende spazi di lusso, ampie aree di accoglienza, una piscina, due piattaforme per elicotteri e sistemi di sicurezza avanzati, tra cui apparati antidroni. Nel corso degli anni trascorsi a Marina di Carrara sarebbero stati effettuati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, lavori di verniciatura, adeguamenti strutturali e modifiche agli spazi esterni. Tra gli interventi più visibili ci sarebbe la realizzazione di una spiaggetta di poppa, una piattaforma che facilita la discesa in acqua e può essere utilizzata come area relax direttamente sul mare. Il punto centrale della vicenda riguarda il rapporto tra il congelamento del bene e gli obblighi di custodia dello Stato. Le sanzioni europee contro la Russia impediscono al proprietario di utilizzare il bene per produrre valore, di affittarlo, venderlo o impiegarlo per attività commerciali. Il congelamento, tuttavia, non equivale alla confisca definitiva. La proprietà rimane tutelata dal diritto e il bene deve essere conservato per tutta la durata del provvedimento, evitando che perda valore o si deteriori. In linea generale, le spese di mantenimento ordinario gravano sullo Stato che ha disposto il sequestro. È quanto avviene, tra gli altri casi, per lo Yacht A, il veliero di 142 metri riconducibile ad Andrey Melnichenko e congelato nel porto di Trieste. Lo Scheherazade rappresenterebbe invece un caso particolare, perché l’onere economico della manutenzione sarebbe stato lasciato all’armatore, attraverso una società offshore e un sistema di conti sottoposto al controllo delle autorità italiane. Il modello consente di mantenere la nave in condizioni operative senza attribuire direttamente allo Stato l’intero costo della gestione, ma rende anche più difficile comprendere la provenienza effettiva delle risorse e il ruolo dei soggetti che si trovano dietro la società utilizzata per i pagamenti.
Il futuro dello Scheherazade
Nel frattempo, l’equipaggio è stato ridimensionato. Prima del maggio 2022, a bordo lavoravano più di 70 persone. Oggi il comandante Guy Bennett-Pearce coordinerebbe circa 25 membri dell’equipaggio. Soltanto un paio sarebbero italiani, mentre gli altri arriverebbero soprattutto dal Sudafrica, dalla Nuova Zelanda e dalla Spagna. Nonostante la riduzione del personale, mantenere operativo un’imbarcazione di queste dimensioni richiede costi elevatissimi. Un superyacht lungo 140 metri, con apparati tecnologici complessi e impianti che devono essere controllati costantemente, non può rimanere fermo per anni senza interventi. La manutenzione riguarda i motori, gli impianti elettrici, la sicurezza, la climatizzazione, le strutture esterne, le dotazioni di bordo e tutti i sistemi necessari a evitare il deterioramento della nave. Il caso dello Scheherazade non è isolato per quanto riguarda i beni attribuiti a Khudainatov. L’ex dirigente di Rosneft è stato definito dalle inchieste giornalistiche un vero “collezionista di yacht” e, al momento dell’introduzione delle sanzioni, risultava collegato ad almeno altre tre imbarcazioni. Tra queste c’è l’Amadea, lunga 106 metri, sequestrata alle isole Fiji nell’aprile 2022 e ritenuta dall’Fbi riconducibile in realtà all’oligarca Suleiman Kerimov. C’è poi il Crescent, lungo 135 metri, fermato in Spagna nello stesso mese e indicato da diverse inchieste come appartenente a Igor Sechin. Infine, il Divina Barbara, uno yacht più piccolo, lungo 35 metri, trattenuto in Finlandia. A Khudainatov è stata inoltre collegata Villa Altachiara, la storica proprietà di Portofino con trenta stanze acquistata all’asta dall’oligarca per circa 25 milioni di euro. Anche in quel caso, la gestione del bene ha richiesto interventi di conservazione e ristrutturazione. In un documento dell’Agenzia del Demanio, il complesso viene descritto come interessato da “articolati interventi di ristrutturazione edilizia”. Almeno fino al 2024, la manutenzione della villa sarebbe stata sostenuta dallo Stato italiano. Il confronto tra la villa e lo Scheherazade mostra la singolarità del superyacht di Marina di Carrara: mentre per altri beni congelati i costi ricadono direttamente sulle casse pubbliche, nel caso dell’imbarcazione il denaro arriverebbe formalmente dal proprietario attraverso Bielor Assets Ltd, ma all’interno di un percorso autorizzato e monitorato dalle autorità. Resta da capire cosa accadrà dopo la scadenza del contratto con The Italian Sea Group. La crisi del gruppo, il concordato in bianco e la richiesta di nominare un amministratore terzo potrebbero modificare l’attuale assetto. Il cantiere potrebbe non essere più nelle condizioni di continuare a gestire il bene, mentre lo Stato dovrà comunque garantire che la nave non venga danneggiata o lasciata senza adeguata custodia. Nel frattempo, lo Scheherazade resta fermo a Marina di Carrara, sorvegliato e sottoposto a manutenzione, in una posizione paradossale: è un bene congelato dalle sanzioni, ma per conservarne il valore servono milioni di euro; è formalmente attribuito a un uomo colpito dalle misure restrittive, ma il suo nome continua a essere associato a Vladimir Putin; e la gestione quotidiana è affidata a un cantiere italiano che attraversa una fase delicatissima. La risposta alla domanda su chi paghi davvero lo yacht di Putin, dunque, conduce a una società offshore, a due conti correnti separati e a un accordo con le autorità italiane.









