La criminalizzazione della cannabis light in Italia sta incontrando un ostacolo sempre più evidente: la prova dei tribunali. A distanza di oltre un anno e mezzo dall’inasprimento normativo voluto dal governo, le decisioni dei giudici e le perizie tecniche stanno mettendo in discussione il presupposto stesso del divieto, rivelandone fragilità giuridiche e contraddizioni scientifiche.
Alla base delle operazioni di sequestro condotte dalle forze dell’ordine vi è l’idea che i prodotti a base di CBD, principio attivo non psicoattivo della cannabis, possano alterare lo stato psicofisico delle persone e rappresentare un rischio per la sicurezza pubblica. È su questa convinzione che si è costruita la linea repressiva culminata nel decreto sicurezza dell’aprile 2025, che ha vietato in modo esteso la lavorazione, la vendita e la distribuzione delle infiorescenze di canapa, includendo anche derivati come oli, resine ed estratti.
Tuttavia, questo impianto normativo si sta progressivamente sgretolando di fronte ai risultati delle analisi scientifiche disposte dalle procure. In numerosi procedimenti, i laboratori incaricati dai tribunali hanno certificato l’assenza di “efficacia drogante” nei prodotti sequestrati. Un dato tutt’altro che sorprendente per la comunità scientifica e per gli operatori del settore, considerando che la cannabis light ha un contenuto di THC troppo basso per avere effetti stupefacenti e che la normativa europea fissa soglie comprese tra lo 0,2 e lo 0,6 per cento per consentire la coltivazione.
Gli effetti sul settore e le decisioni dei giudici
Prima della stretta normativa, la disciplina della cannabis light era regolata dalla legge del 2016 sulla canapa industriale, che aveva favorito la nascita di un intero comparto economico, composto da aziende agricole, negozi specializzati e filiere produttive innovative. Il passaggio da un regime di liceità a uno di divieto quasi totale ha avuto conseguenze immediate e profonde: chiusure, licenziamenti e un clima di forte incertezza che ha colpito migliaia di lavoratori.
Sul piano giudiziario, però, la reazione è stata altrettanto significativa. In molti casi, dopo i sequestri iniziali, i prodotti sono stati restituiti ai proprietari proprio perché privi di effetti stupefacenti. Le statistiche raccolte da associazioni di categoria mostrano una tendenza chiara: gran parte delle inchieste si conclude con archiviazioni, dissequestri o assoluzioni. Anche casi emblematici, come quello del commerciante arrestato nel bresciano per detenzione ai fini di spaccio, si sono rapidamente ridimensionati, con la revoca delle misure cautelari già alla prima udienza.
Questa discrepanza tra l’impostazione del legislatore e gli esiti giudiziari ha aperto un fronte costituzionale. Diversi tribunali hanno sollevato dubbi sulla legittimità dell’articolo 18 del decreto sicurezza, ritenendo problematica la “presunzione assoluta di pericolosità” attribuita alla cannabis light. Secondo alcuni giudici, tale presunzione contrasta non solo con le evidenze scientifiche, ma anche con il quadro normativo europeo, che distingue chiaramente tra sostanze stupefacenti e prodotti derivati dalla canapa con basso contenuto di THC.
Il nodo costituzionale e le prospettive
I ricorsi alla Corte costituzionale, già presentati da tribunali di diverse città italiane, chiedono di chiarire se il divieto sia compatibile con i principi di proporzionalità e ragionevolezza, oltre che con il diritto dell’Unione europea. L’udienza attesa nei prossimi mesi potrebbe rappresentare un passaggio decisivo, destinato a ridefinire l’intero impianto normativo.
Nel frattempo, anche sul piano operativo si registrano segnali di cambiamento. La diminuzione dei sequestri negli ultimi mesi suggerisce una crescente cautela da parte delle forze dell’ordine, probabilmente consapevoli del rischio di interventi destinati a essere smentiti in sede giudiziaria. Una dinamica che evidenzia un paradosso: mentre la norma resta formalmente in vigore, la sua applicazione concreta appare sempre più incerta e disomogenea.
Il caso della cannabis light si sta così trasformando in un banco di prova per il rapporto tra politica, scienza e diritto. Da un lato, un intervento legislativo costruito su una presunzione generalizzata di pericolosità; dall’altro, un sistema giudiziario che, attraverso perizie e sentenze, ne mette in discussione i fondamenti. In mezzo, un settore economico in crisi e un quadro normativo che rischia di perdere coerenza e credibilità.









