L’ipotesi di un arresto del premier israeliano Benjamin Netanyahu a New York, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite prevista per settembre, si sta imponendo come uno dei casi politico-giuridici più delicati del momento. A rilanciarla è stato il sindaco della città, Zohran Mamdani, che ha avviato consultazioni con i legali del Comune per valutare se esistano strumenti concreti per intervenire qualora il leader israeliano arrivasse sul territorio cittadino.
Alla base della questione c’è il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale nel novembre 2024 nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Le accuse riguardano crimini contro l’umanità e crimini di guerra legati alle operazioni militari nella Striscia di Gaza successive al 7 ottobre 2023. Secondo i giudici dell’Aia, i due sono accusati di aver deliberatamente utilizzato la fame come arma di guerra, causato sofferenze estreme alla popolazione civile e condotto attacchi contro obiettivi non militari. Una linea accusatoria rafforzata nell’aprile 2025, quando i mandati sono stati confermati.
Il funzionamento della Corte, tuttavia, introduce un primo limite sostanziale. L’Aia non dispone infatti di una propria forza esecutiva e può agire solo attraverso la cooperazione degli Stati che hanno aderito allo Statuto di Roma, attualmente 123. In teoria, questi Paesi sono obbligati ad arrestare individui destinatari di un mandato qualora si trovino nel loro territorio. Ma il nodo decisivo riguarda proprio gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato lo Statuto e non riconoscono la giurisdizione della Corte penale internazionale.
Le reazioni politiche e lo scontro negli Usa
È su questo punto che si infrange, almeno per ora, l’iniziativa di Mamdani. Il sindaco, esponente socialista democratico e da tempo vicino alle causa palestinese, aveva già promesso in campagna elettorale di voler fermare Netanyahu. Oggi ribadisce la sua linea, sottolineando di essere in “confronto attivo” con l’ufficio legale della città e assicurando che agirà nei limiti consentiti dalla legge: “Faremo tutto ciò che la legge ci consente di fare a New York”. Una dichiarazione che ha soprattutto un peso politico, più che operative possibilità di tradursi in un arresto effettivo.
Dal lato israeliano, la reazione è stata immediata e dura. Netanyahu ha accusato il sindaco newyorkese di “odiare segretamente l’America”, mentre l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha escluso qualsiasi cambiamento di programma, confermando la presenza del premier all’Assemblea generale.
Negli Stati Uniti, la vicenda si è rapidamente trasformata in terreno di scontro politico. Donald Trump è intervenuto in difesa del leader israeliano con parole nette: Benjamin Netanyahu, ha dichiarato, “non verrà mai, in nessuna circostanza arrestato negli Stati Uniti”. Il presidente ha attaccato direttamente Mamdani, respingendo l’idea che un sindaco possa anche solo ipotizzare un simile scenario e prendendo apertamente posizione a favore dell’alleato.
Nel suo intervento, Trump ha inoltre spostato il focus sul ruolo dell’Iran, sostenendo che “gli unici che dovrebbero essere arrestati sono coloro che hanno trascinato l’Iran in questa inedita spirale di morte e distruzione”.
I limiti legali e le implicazioni internazionali
Rimane tuttavia aperta la questione giuridica: un sindaco può ordinare l’arresto di un leader straniero? Secondo la maggior parte degli esperti, la risposta è negativa. Senza il riconoscimento della Corte penale internazionale da parte degli Stati Uniti, i mandati emessi dall’Aia non hanno applicabilità automatica sul territorio americano. Qualsiasi eventuale azione richiederebbe un coinvolgimento delle autorità federali, che al momento appare altamente improbabile.
A rendere ancora più complesso il quadro è la posizione dell’amministrazione Trump nei confronti della stessa Corte. Washington da tempo contesta l’operato dell’Aia e il segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente dichiarato l’intenzione di smantellarla, accusandola di essere “in guerra con gli Stati Uniti”. Una linea che conferma la distanza strutturale tra gli Stati Uniti e il sistema giudiziario internazionale.
La vicenda si intreccia infine con i rapporti sempre più tesi tra Trump e Mamdani. Nonostante un iniziale tentativo di dialogo, le relazioni tra i due si sono progressivamente deteriorate. Emblematiche le occasioni mancate di contatto: entrambi presenti alle finali NBA al Madison Square Garden e alla finale dei Mondiali di calcio al MetLife Stadium, non si sono mai incontrati né scambiati un gesto pubblico, segno di una frattura ormai evidente.
In questo contesto, l’eventualità di un arresto di Netanyahu a New York resta estremamente remota sul piano giuridico. Tuttavia, la presa di posizione di Mamdani assume un significato politico preciso: riflette il mutamento in corso in una parte dell’opinione pubblica americana e il crescente distacco di settori del Partito Democratico dalle tradizionali posizioni di sostegno incondizionato a Israele.









