Per anni il nord della Cisgiordania è stato considerato un’eccezione nel mosaico frammentato dei territori palestinesi: un’area relativamente continua, densamente popolata da palestinesi e meno esposta alla pressione diretta delle colonie israeliane. Questa configurazione, frutto anche del cosiddetto “piano di disimpegno” del 2005, aveva contribuito a renderla una delle zone più stabili della regione. Oggi, però, questo equilibrio è in rapido cambiamento. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu, sostenuto da una coalizione di estrema destra, sta portando avanti una strategia che, passo dopo passo, sta ridefinendo la geografia e gli equilibri politici del nord della Cisgiordania.
Per comprendere l’attuale trasformazione è necessario tornare al 2005, quando il governo israeliano guidato da Ariel Sharon approvò il piano di disimpegno. Il provvedimento è noto soprattutto per il ritiro istraeliano dalla Striscia di Gaza, ma ebbe conseguenze significative anche in Cisgiordania: diverse colonie israeliane, in particolare nell’area compresa tra Nablus e Jenin, furono evacuate. Questo portò alla creazione della più ampia area con continuità territoriale palestinese dell’intera Cisgiordania, una zona in cui la presenza militare israeliana risultava più limitata e dove, per un periodo, si registrò un livello relativamente basso di violenza.
Questa fase si è progressivamente chiusa con il ritorno al potere di Netanyahu e, soprattutto, con il rafforzamento politico del movimento dei coloni all’interno delle istituzioni israeliane. Un passaggio decisivo è avvenuto nel marzo 2023, quando il governo ha abrogato la legge che vietava agli israeliani di tornare negli insediamenti evacuati nel 2005. Questa decisione ha aperto la strada al ripopolamento di colonie simboliche come Homesh e Sa-Nur, che negli anni precedenti erano già state oggetto di tentativi di rioccupazione illegale attraverso avamposti informali.
Espansione territoriale e strategia delle infrastrutture
Nel 2025 il processo ha subito un’ulteriore accelerazione: il governo ha formalmente autorizzato il ritorno dei coloni e approvato la costruzione di nuove colonie, almeno quattordici, molte delle quali situate in aree dove non esisteva alcuna presenza israeliana precedente. Questo dato segna un cambio di paradigma: non si tratta più soltanto di espandere insediamenti esistenti, ma di ridisegnare completamente la presenza israeliana nella regione.
Il sostegno politico a questa strategia è esplicito e proviene dai livelli più alti del governo. Figure chiave come Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e noto sostenitore dell’annessione della Cisgiordania, incarnano il legame sempre più stretto tra istituzioni statali e movimento dei coloni. La partecipazione di ministri a eventi simbolici come l’inaugurazione di nuovi insediamenti segnala chiaramente che la colonizzazione non è più un fenomeno periferico o tollerato, ma una politica attivamente promossa.
Uno degli aspetti più strategici di questa espansione riguarda la localizzazione delle nuove colonie. Molte sono costruite in prossimità dell’Area A, ossia le zone che, secondo gli accordi di Oslo degli anni Novanta, dovrebbero essere sotto pieno controllo palestinese. La Cisgiordania, infatti, è formalmente divisa in tre aree: la A, amministrata dall’Autorità Palestinese; la B, a gestione mista ma di fatto sotto controllo israeliano; e la C, completamente controllata da Israele. La costruzione di insediamenti ai margini dell’Area A ha un obiettivo preciso: frammentare ulteriormente il territorio palestinese e ridurre la continuità geografica delle comunità locali.
A questo si aggiunge lo sviluppo di infrastrutture pensate per collegare tra loro le colonie. Strade riservate o comunque controllate dai coloni attraversano o lambiscono aree palestinesi, creando una rete che favorisce la mobilità israeliana ma interrompe quella palestinese. Il risultato è una progressiva disarticolazione dello spazio, in cui i centri abitati palestinesi diventano enclave isolate, sempre più difficili da collegare tra loro.
Militarizzazione e conseguenze sul conflitto
Parallelamente all’espansione civile, si registra un rafforzamento della presenza militare. In molte nuove colonie sono state costruite basi o installazioni dell’esercito israeliano. Formalmente, queste strutture hanno il compito di garantire la sicurezza dei coloni, ma nella pratica contribuiscono a consolidare il controllo israeliano sull’area. Posti di blocco, operazioni militari e restrizioni alla circolazione sono diventati strumenti quotidiani che incidono profondamente sulla vita della popolazione palestinese.
La situazione è ulteriormente cambiata dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. Da allora, la Cisgiordania è stata sempre più trattata come un fronte secondario del conflitto, con un approccio militare più aggressivo. Un esempio emblematico è rappresentato dalle operazioni nel campo profughi di Jenin, storicamente uno dei centri più sensibili della resistenza palestinese. Nel gennaio 2025, l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala, utilizzando tattiche simili a quelle impiegate nella Striscia di Gaza: evacuazioni forzate, demolizioni estese e modifiche strutturali del territorio per facilitare le operazioni militari. Le conseguenze sono state devastanti: una parte significativa del campo è stata distrutta e molti residenti non hanno ancora potuto fare ritorno alle proprie case.
Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, questa combinazione di espansione coloniale e pressione militare rischia di innescare una spirale di violenza difficile da contenere. Gli attacchi da parte di gruppi armati palestinesi contro i coloni o le forze israeliane tendono a provocare risposte su larga scala, che colpiscono anche la popolazione civile. In questo contesto, la distinzione tra sicurezza e controllo territoriale diventa sempre più sfumata.
Nel lungo periodo, ciò che emerge è una strategia coerente: consolidare la presenza israeliana attraverso insediamenti civili, infrastrutture e controllo militare, fino a rendere irreversibile la trasformazione del territorio. Il nord della Cisgiordania, un tempo considerato uno degli ultimi spazi di continuità palestinese, sta diventando un laboratorio di questa politica.
Questo processo rappresenta anche una vittoria politica per il movimento dei coloni, che negli ultimi decenni ha acquisito un’influenza crescente non solo nella politica, ma anche all’interno dell’apparato militare. Sempre più ufficiali dell’esercito provengono da insediamenti e condividono una visione favorevole alla loro espansione. Questa convergenza tra potere politico, militare e movimento dei coloni rende la colonizzazione non solo possibile, ma strutturale.








