L’Unione Europea approva nuove sanzioni contro i coloni israeliani in Cisgiordania

L’Unione Europea ha approvato un nuovo pacchetto di sanzioni contro cittadini israeliani e organizzazioni estremiste legate al movimento delle colonie nei territori palestinesi occupati della Cisgiordania. La decisione, adottata lunedì dai ministri degli Esteri dei paesi membri, rappresenta uno dei segnali politici più netti inviati da Bruxelles nei confronti delle violenze compiute dai coloni israeliani negli ultimi mesi.

Le misure riguardano individui e gruppi accusati di sostenere o partecipare ad attività violente contro la popolazione palestinese, incluse aggressioni, incendi dolosi, intimidazioni e occupazioni illegali di terreni. Sebbene la lista ufficiale delle persone e delle organizzazioni colpite non sia ancora stata pubblicata, secondo indiscrezioni riportate dal quotidiano israeliano Haaretz tra i soggetti sanzionati ci sarebbe anche Regavim, organizzazione nazionalista di estrema destra molto influente all’interno del movimento dei coloni.

Regavim è nota per promuovere l’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati e per i suoi stretti legami con esponenti dell’attuale governo israeliano. Tra i fondatori dell’organizzazione figura infatti una personalità vicina al ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, uno dei membri più radicali dell’esecutivo guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu.

Cosa prevedono le sanzioni europee

Secondo quanto dichiarato dal ministro degli Esteri olandese Tom Berendsen, le nuove sanzioni dovrebbero includere il congelamento dei beni detenuti nell’Unione Europea e il divieto di ingresso nei paesi membri per le persone coinvolte. Si tratta di misure mirate, già utilizzate in passato contro singoli coloni o gruppi estremisti, ma che assumono oggi un peso politico maggiore per via del deterioramento della situazione in Cisgiordania.

Negli ultimi mesi, infatti, organizzazioni internazionali, Nazioni Unite e ONG per i diritti umani hanno denunciato un forte aumento delle violenze dei coloni contro i civili palestinesi. In molti casi le autorità israeliane avrebbero tollerato o addirittura indirettamente favorito tali azioni attraverso la protezione militare garantita agli insediamenti.

L’Unione Europea considera illegali le colonie israeliane nei territori occupati sulla base del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU.

Il ruolo di Viktor Orbán e il cambio politico in Ungheria

L’approvazione del nuovo pacchetto di sanzioni è arrivata dopo mesi di stallo diplomatico. A bloccare l’iniziativa era stato soprattutto il primo ministro ungherese Viktor Orbán, tra i più stretti alleati europei del governo israeliano.

All’interno dell’Unione Europea, le decisioni di politica estera richiedono spesso l’unanimità dei paesi membri, permettendo quindi a singoli governi di esercitare un potere di veto molto forte. Orbán aveva ripetutamente frenato iniziative considerate troppo ostili nei confronti di Israele, in linea con la sua politica estera fortemente sovranista e con i rapporti consolidati con Netanyahu.

Il quadro politico europeo è però cambiato dopo la recente sconfitta elettorale del governo ungherese. Il nuovo leader Péter Magyar ha posizioni meno estreme e appare meno incline a proteggere automaticamente le posizioni del governo israeliano all’interno delle istituzioni europee. Questo ha contribuito a sbloccare il dossier rimasto congelato per diversi mesi.

Bruxelles evita per ora sanzioni dirette con il governo israeliano

Nonostante la nuova linea più dura contro i coloni estremisti, l’Unione Europea continua però a evitare sanzioni dirette contro il governo israeliano. La Commissione Europea ha proposto alcune misure commerciali e diplomatiche per aumentare la pressione sul governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, anche in risposta alle accuse internazionali sui crimini e sugli abusi commessi nella Striscia di Gaza. Tuttavia, approvare provvedimenti concreti contro Israele resta estremamente complicato sul piano politico.

Per sospendere il trattato di associazione tra Unione Europea e Israele è infatti necessaria una maggioranza qualificata nel Consiglio dell’UE, cioè il voto favorevole di almeno 15 dei 27 stati membri rappresentanti almeno il 65% della popolazione europea. In questo contesto il peso di paesi come Germania e Italia diventa decisivo. Senza il loro sostegno sarebbe molto difficile raggiungere la soglia necessaria.

Al momento però né il governo tedesco né quello italiano sembrano intenzionati ad approvare misure che possano compromettere i rapporti con Israele. In Germania, dove per ragioni storiche la politica mantiene tradizionalmente posizioni molto filoisraeliane, il governo guidato da Friedrich Merz teme anche possibili ripercussioni interne nel sostenere provvedimenti percepiti come anti-israeliani. Anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha mantenuto finora una linea piuttosto vicina a Israele, pur avendo espresso negli ultimi mesi critiche sempre più dure verso le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza.

Altri grandi paesi europei, come Francia e Spagna, spingono invece per una posizione più severa nei confronti del governo israeliano. Questa divisione interna riflette ancora una volta la difficoltà dell’Unione Europea nel costruire una politica estera comune su uno dei dossier più delicati e polarizzanti della politica internazionale.

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