Violenza dei coloni israeliani: dal 2020 zero incriminazioni per uccisioni di civili palestinesi

Un’inchiesta del The Guardian mette in luce un dato tanto semplice quanto allarmante: dal 2020 nessun cittadino israeliano è stato incriminato per l’uccisione di civili palestinesi nei territori occupati della Cisgiordania. Secondo le Nazioni Unite, almeno 1.100 civili palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania dal 2020, e circa un quarto delle vittime erano bambini. Nonostante questi numeri, nessun caso ha portato a un’incriminazione. L’ultimo procedimento contro membri delle forze di sicurezza risale al 2019, mentre per un civile israeliano bisogna tornare addirittura al 2018. I dati dell’organizzazione Yesh Din rafforzano ulteriormente questo quadro. Tra il 2020 e il 2025 oltre il 96% delle indagini sulla violenza dei coloni si è concluso senza alcuna incriminazione. Su 368 casi esaminati, solo una minima parte ha portato a una condanna, spesso parziale. Questo suggerisce un problema strutturale più che episodico.

Le accuse dall’interno: “terrorismo organizzato”

Le critiche non arrivano solo da osservatori esterni, ma anche da figure della politica israeliana. L’ex primo ministro Ehud Olmert ha chiesto esplicitamente un intervento della Corte Penale Internazionale, sostenendo che la situazione attuale richiede un’azione esterna per ristabilire la legalità. Olmert ha parlato di una campagna di violenza sostenuta, direttamente o indirettamente, da ambienti governativi. Secondo le sue parole, l’obiettivo dell’intervento internazionale sarebbe quello di “salvare i palestinesi e anche Israele” da una deriva pericolosa irreversibile.

Ancora più significativa è una lettera firmata da decine di ex vertici militari, dell’intelligence e della polizia. Il documento descrive le violenze come “terrorismo ebraico organizzato” e avverte che si tratta ormai di un fenomeno sistemico, non più riconducibile a pochi individui isolati. Gli attacchi, spesso quasi quotidiani, includono omicidi, incendi e distruzione di proprietà.

Il nodo politico: insediamenti e responsabilità dello Stato

Il fenomeno della violenza dei coloni è strettamente legato alla più ampia questione degli insediamenti israeliani nei territori occupati. Negli ultimi decenni, la popolazione dei coloni è cresciuta costantemente, sostenuta da politiche pubbliche e investimenti statali. Secondo diversi analisti, non si tratta di una dinamica limitata all’attuale governo, ma di un progetto sviluppato nel tempo da governi di diverso orientamento politico. Questo rende il problema più complesso, perché implica responsabilità diffuse e non facilmente attribuibili a un singolo esecutivo.

Dal punto di vista economico, gli insediamenti rappresentano anche una scelta di allocazione delle risorse pubbliche. Infrastrutture, sicurezza e incentivi fiscali sono stati utilizzati per sostenere la crescita di queste comunità. Tuttavia, quando l’applicazione della legge diventa selettiva, si rischia di compromettere uno dei principi fondamentali delle economie di mercato: la certezza del diritto.

Implicazioni internazionali: il rischio di isolamento

L’assenza di incriminazioni ha implicazioni anche sul piano internazionale. Il principio di complementarità prevede che la Corte Penale Internazionale intervenga quando uno Stato non è in grado o non vuole perseguire i responsabili di crimini gravi.

In passato, Israele ha potuto difendersi da accuse internazionali facendo leva sul proprio sistema giudiziario. Anche pochi casi di incriminazione erano sufficienti per dimostrare che il sistema funzionava. Oggi, secondo diversi esperti legali, questo argomento sta perdendo forza. L’avvocato Michael Sfard ha sottolineato che il sistema tende a produrre impunità, mantenendo solo in passato alcuni casi isolati per dimostrare formalmente il funzionamento della giustizia. Se questa tendenza dovesse continuare, il rischio è quello di un maggiore intervento internazionale, con possibili conseguenze politiche ed economiche.

Per un Paese fortemente integrato nei mercati globali, un deterioramento dello stato di diritto può tradursi in perdita di credibilità, minore attrattività per gli investimenti e aumento del rischio paese.

Diritto e stabilità come pilastri economici

La violenza dei coloni in Cisgiordania non è solo una questione umanitaria o politica, ma anche istituzionale ed economica. Le economie di mercato funzionano quando le regole sono chiare e applicate in modo uniforme. Quando questo principio viene meno, si crea un contesto in cui l’incertezza prende il posto della fiducia. Le prese di posizione di figure come Ehud Olmert e di numerosi ex responsabili della sicurezza indicano che il problema è riconosciuto anche all’interno di Israele. La questione ora è se questa consapevolezza porterà a un cambiamento concreto. Perché, in ultima analisi, senza stato di diritto non esiste stabilità duratura. E senza stabilità, anche le basi economiche più solide rischiano di indebolirsi.

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