Israele approva una legge che introduce la pena di morte per palestinesi condannati per attacchi letali, scatenando critiche internazionali

Israele approva una legge che introduce la pena di morte per palestinesi condannati per attacchi letali, scatenando critiche internazionali

Israele approva una legge che introduce la pena di morte per palestinesi condannati per attacchi letali, scatenando critiche internazionali

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una nuova legge che introduce la pena di morte come condanna standard per palestinesi riconosciuti colpevoli di attacchi letali. Il provvedimento rappresenta una delle misure più controverse promosse dal governo guidato da Benjamin Netanyahu, sotto la pressione dei suoi alleati dell’estrema destra. La legge stabilisce che i palestinesi condannati nei tribunali militari per attacchi mortali possano essere giustiziati mediante impiccagione entro 90 giorni dalla sentenza. È prevista la possibilità di sostituire la pena capitale con l’ergastolo, ma solo in “circostanze speciali” non meglio definite. Non è inoltre previsto alcun diritto alla grazia.

Israele aveva abolito la pena di morte per omicidio nel 1954. L’unico caso di esecuzione dopo un processo civile resta quello di Adolf Eichmann nel 1962. Sebbene i tribunali militari in Cisgiordania possano già teoricamente emettere condanne capitali, finora non lo hanno mai fatto.

Il mito della deterrenza e la realtà empirica

Il cuore della giustificazione della legge è la deterrenza: aumentare la gravità della pena per crimini violanti per ridurne la probabilità. Le evidenze empiriche sono deboli. Amnesty International sottolinea da anni che non esistono prove convincenti di una maggiore efficacia della pena di morte rispetto all’ergastolo nel ridurre i crimini violenti. Nel caso specifico del terrorismo, il problema è ancora più evidente: molti attentatori non agiscono sulla base di un calcolo razionale, ma di motivazioni ideologiche, identitarie o persino suicidarie.

Discriminazione istituzionale e rischio di deriva legale

Uno degli aspetti più controversi della legge riguarda la sua applicazione selettiva. Secondo i critici, la normativa colpisce principalmente i palestinesi, mentre gli israeliani ebrei sarebbero di fatto esclusi. Questo perché la definizione di crimine punibile con la morte include l’intento di “porre fine all’esistenza di Israele”, una formulazione che difficilmente si applica a cittadini ebrei.

Organizzazioni come la Association for Civil Rights in Israel hanno definito la legge “discriminatoria” e hanno già presentato ricorso alla Corte Suprema. Anche B’Tselem ha denunciato il rischio di una giustizia a doppio binario, sottolineando che i tribunali militari nei territori occupati hanno un tasso di condanna del 96%.

Reazioni internazionali e impatto geopolitico

La legge ha suscitato forti critiche da parte della comunità internazionale. I ministri degli esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso preoccupazione per il carattere “de facto discriminatorio” del provvedimento, mentre esperti delle Nazioni Unite hanno sottolineato la vaghezza della definizione di terrorismo.

Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha condannato la legge come una violazione del diritto internazionale, sostenendo che non farà altro che rafforzare la resistenza palestinese. Parallelamente, gruppi come Hamas e la Jihad Islamica Palestinese hanno incitato a nuovi attacchi.

Una tendenza globale in controtendenza

A livello globale, la direzione è opposta. Secondo Amnesty International, 113 Paesi hanno abolito la pena di morte, mentre solo 54 la mantengono. Anche tra le democrazie avanzate, il numero è limitato: oltre agli Stati Uniti, pochi altri Paesi come il Giappone continuano a praticarla. Israele, con questa legge, si colloca quindi in una posizione isolata rispetto ai suoi principali alleati occidentali.

Conclusione

In conclusione, la nuova legge sulla pena di morte segna una svolta significativa nella politica israeliana, ma apre anche scenari complessi e potenzialmente destabilizzanti. Da un lato, il governo la presenta come uno strumento di deterrenza contro il terrorismo; dall’altro, le critiche e i dati evidenziano rischi concreti di discriminazione, violazione dei diritti umani e ulteriore escalation del conflitto. In un contesto già segnato da tensioni profonde e violenze ricorrenti, questa misura potrebbe non solo aggravare le divisioni tra israeliani e palestinesi, ma anche isolare Israele sul piano internazionale, rendendo ancora più difficile il percorso verso una soluzione condivisa e duratura.

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