La carriera militare di Roberto Vannacci è solida, con incarichi di comando in reparti d’élite e missioni internazionali, ma la narrazione che lui stesso ha costruito intorno a quella carriera – quella del generale “fuori dagli schemi”, punito per la sua coraggiosa denuncia sull’uranio impoverito e per il suo anticonformismo – regge solo in parte alla verifica dei fatti e, in più punti, si presenta come una ricostruzione forzatamente strumentale. Nato a La Spezia ma cresciuto tra Ravenna, Parigi e poi la Versilia, Vannacci è dovuto spostarsi spesso dapprima per seguire suo padre, militare anch’esso, e poi per la propria carriera, un percorso che ha intrecciato storia familiare e selezione professionale più che un’idea di “eroe solitario” contro il sistema. È stato comandante del reggimento d’assalto dei paracadutisti Col Moschin e della brigata paracadutisti della Folgore, due corpi d’élite, e ha partecipato a missioni estere con ruoli di comando di rilievo: Somalia, Ruanda, Yemen, Bosnia, Afghanistan, Iraq e Libia, un curriculum che conferma un valore operativo reale, ma non lo rende di per sé un caso eccezionale rispetto agli standard dei vertici delle Forze armate. Ha ricevuto il grado di generale di divisione nella primavera del 2020, un traguardo importante che, però, proprio intorno alla metà di quell’anno rappresenta di fatto il tetto massimo della sua progressione: le graduatorie interne del ministero della Difesa indicano che non aveva i requisiti per ambire ai gradi superiori, precludendogli la possibilità di raggiungere generale di corpo d’armata e, eventualmente, quelli di capo di stato maggiore dell’Esercito o della Difesa.
Non si tratta di negare il valore operativo di un ufficiale che ha prestato servizio in conflitti complessi e ha comandato reparti d’élite: si tratta invece di mettere in luce che la sua ascesa si è arrestata prima ancora di emergere le sue posizioni più controverse, e che alcuni dei suoi comportamenti – dalla tempistica della denuncia in Iraq fino all’approccio tenuto in Russia – hanno contribuito a creare un’immagine ambigua, utilizzata poi come base per una carriera politica mediatica piuttosto calcata sulla contraddizione e sulla spettacolarizzazione.
Vannacci, oggi europarlamentare e leader di Futuro Nazionale, ha curato nei suoi libri e nelle sue apparizioni pubbliche un’immagine di sé quasi da romanzo: il militare integerrimo, il paracadutista intrepido, l’incursore che non teme di esporsi contro i superiori, il servitore dello Stato capace di decidere in pochi istanti e di sacrificare tutto per la Patria e per i commilitoni. È un ritratto che funziona bene a livello mediatico, ma che si scontra con una serie di dettagli che lui stesso racconta solo in parte o che vengono lasciati sullo sfondo.
Uranio e tempismo: la denuncia come strumento di narrazione politica
Per quanto riguarda la “punizione” per la denuncia sull’uranio, la realtà è più complessa. Vannacci ha presentato il suo esposto alla procura di Roma nel giugno 2020, denunciando gravi omissioni nella tutela della salute dei militari italiani in Iraq, con particolare riferimento all’uso di uranio impoverito. Tuttavia, la promozione a generale di divisione arriva nella primavera del 2020, prima dell’esposto, e le graduatorie interne del ministero della Difesa indicano che, già in quel momento, non aveva i requisiti per ambire ai gradi superiori, quello di generale di corpo d’armata e, potenzialmente, a quelli di vertice delle Forze armate. La sua carriera non è quindi stata bloccata per motivi politici o per la sua denuncia, ma perché, secondo i criteri oggettivi delle promozioni, semplicemente non raggiungeva i punteggi necessari. In altre parole, il generale Vannacci ha costruito una narrazione di “martire del sistema” che regge solo in parte: la progressione si è conclusa prima delle sue prese di posizione più controverse, non dopo.
La tempistica della denuncia sull’uranio è, inoltre, uno degli elementi che alimenta perplessità. Vannacci era comandante della missione italiana in Iraq tra il settembre 2017 e l’agosto 2018, ma l’esposto arriva oltre due anni dopo il suo rientro, nel 2020, e non subito dopo la missione, come ci si potrebbe aspettare da un ufficiale preoccupato per la salute dei propri soldati. Questo ritardo, coincidente con la presa d’atto della fine della propria ascesa nelle gerarchie militari, rende lecito ipotizzare che la denuncia abbia avuto anche una funzione di ridefinizione del proprio ruolo pubblico: non solo tutela dei soldati, ma anche strumento per costruire una nuova identità di “generale coraggioso e incompatibile con un sistema corrotto”.
Non si escludono problematiche reali legate all’uranio impoverito, ma la narrazione di Vannacci ne amplifica alcuni aspetti – quantità, responsabilità, coperture – in modo che non sempre rispecchia la complessità tecnica e scientifica del tema, e che sembra puntare più a creare un caso politico che a avanzare una valutazione equilibrata. Nel suo esposto, Vannacci parla di un «uso su larga scala di uranio impoverito in Iraq», quantificato tra le 300 e le 450 tonnellate, una stima che il ministero della Difesa considera del tutto irrealistica, anche solo per le quantità ipotizzate. L’uranio impoverito è uno scarto del procedimento di arricchimento dell’uranio, utilizzato a partire dagli anni Sessanta in ambito militare per la capacità di colpire e distruggere carri armati; nell’esplosione si liberano particelle di uranio, che possono essere inalate o rimanere al suolo. È lecito chiedersi se le cifre riportate da Vannacci siano supportate da dati verificabili o se rientrano piuttosto in una narrazione che amplifica la dimensione del fenomeno per aumentare il suo impatto politico e mediatico.
La questione degli effetti sanitari dell’uranio impoverito è da anni dibattuta: munizioni all’uranio impoverito furono largamente usate dagli Stati Uniti nella guerra del Golfo, in ex Jugoslavia e in Iraq, e diversi soldati hanno sostenuto di aver contratto malattie, in particolare forme di cancro, per l’inalazione di uranio impoverito polverizzato nelle esplosioni. Finora, tuttavia, non è mai stata dimostrata una correlazione diretta e scientificamente consolidata tra l’uranio impoverito e le malattie dei soldati. Questo rende ancora più delicata la scelta di presentare la denuncia in termini quasi certainisti, come se l’impatto sanitario fosse già provato oltre ogni discussione, anziché come un problema complesso che richiede ulteriori indagini e valutazioni.
La narrazione di Vannacci, inoltre, non si limita a segnalare un possibile rischio: attribuisce responsabilità precise, parla di omissioni gravi e ripetute nella tutela della salute, e mette in causa direttamente vertici militari come l’allora capo del COVI, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. La denuncia viene ripresa da alcuni giornali del settore difesa, da Il Fatto Quotidiano e dalla Lega, e nel luglio 2020 i senatori Candiani e Pucciarelli ne fanno oggetto di una interrogazione al ministro della Difesa. In questo modo il tema dell’uranio in Iraq viene rapidamente trasfigurato in un caso politico, che riattiva anche la vecchia polemica sul Kosovo e sul ruolo di Sergio Mattarella, ministro della Difesa all’epoca, oggi presidente della Repubblica. L’uso di riferimenti storici già infiammati da precedenti battaglie politiche suggerisce che la denuncia non è solo una segnalazione tecnica, ma un elemento inserito in un discorso più ampio, orientato a costruire una narrazione di “militare contro il sistema” e a generare un dibattito pubblico carico di implicazioni ideologiche e di scontro parlamentare.
Mosca e Ucraina: fluidità nei rapporti con Putin e errori di valutazione strategica
Il periodo in Russia rappresenta un capitolo ancora più controverso. Addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca dal 2021, Vannacci ha mostrato un atteggiamento considerato da diversi funzionari dell’ambasciata e da parlamentari “più accomodante” del dovuto rispetto al regime di Putin. La sua partecipazione assidua a eventi mondani promossi dalle istituzioni russe, l’entusiastica adesione agli inviti organizzati da apparati militari e di sicurezza russi, e lo stile di vita particolarmente allineato alle abitudini locali – anche durante la pandemia, quando molti altri funzionari di ambasciate europee avevano adottato misure di profilassi più rigorose – hanno contribuito a creare un’immagine di eccessiva fluidità nei rapporti con il potere russo. Nulla di formalmente illegale, ma una serie di elementi che, nel contesto di una successiva invasione Russa dell’ Ucraina e di un progressivo isolamento della Russia dall’Occidente, hanno sollevato quantomeno domande sulla sua capacità di analizzare correttamente la situazione strategica.
E proprio la capacità di analisi strategica è uno dei punti più critici. Alla vigilia dell’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, Vannacci – secondo testimonianze dell’ambasciatore Giorgio Starace e di altri funzionari – escludeva un conflitto su larga scala e, dopo l’inizio dell’attacco, prevedeva un rapido collasso dell’Ucraina e la rapida conquista di Kiev, in linea con la propaganda del Cremlino. La realtà dei fatti ha smentito clamorosamente queste previsioni: la guerra si è rivelata ben più dura e complessa, e ormai da anni è ancora in corso. Per un addetto militare, il cui compito principale è proprio quello di “misurare la temperatura” del contesto strategico e di fornire informazioni utili alla catena di comando, si tratta di un errore significativo, che incide sulla credibilità complessiva del suo operato e sulla narrazione di “generale che sa leggere l’aria”. Se fosse stato realmente in grado di “annusare l’aria”, avrebbe dovuto cogliere segnali di tensione e di possibile escalation, non escludere una guerra di vaste proporzioni e prevedere un rapido successo russo.
Conclusione
Dopo il rientro in Italia, il percorso di Vannacci subisce un ulteriore ridimensionamento. Gli viene affidata la direzione dell’Istituto Geografico Militare, un incarico considerato marginale rispetto al suo curriculum operativo. È a questo punto che matura la svolta: la decisione di intraprendere una carriera pubblica alternativa, prima attraverso la scrittura e poi con l’impegno politico. Il successo editoriale de “Il mondo al contrario” e la successiva ascesa nella Lega – fino alla rottura e alla fondazione di un nuovo partito politico – segnano il passaggio definitivo da generale a protagonista del dibattito politico-mediatico.
Alla luce di questi elementi, la rappresentazione di Vannacci come vittima di un sistema ostile appare riduttiva e in parte fuorviante. Più che un ufficiale fermato per le sue denunce, emerge il profilo di un generale la cui carriera aveva già raggiunto il suo apice, e che ha successivamente costruito una narrazione alternativa per rilanciarsi nello spazio pubblico.








