Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina, il Cremlino apre esplicitamente alla possibilità di importare prodotti petroliferi per sostenere il mercato interno, segnalando una pressione crescente sul sistema energetico russo. A confermare questo scenario è stato il portavoce Dmitry Peskov, che ha parlato di contatti in corso con potenziali partner esteri per eventuali forniture, purché a “prezzi accettabili”. Una svolta significativa per un Paese tradizionalmente tra i principali esportatori globali di carburanti raffinati.
La decisione, ancora allo studio, arriva in un contesto segnato dall’intensificazione degli attacchi ucraini contro infrastrutture strategiche russe. Negli ultimi mesi, Kiev ha ampliato la propria campagna di raid con droni a lungo raggio, colpendo raffinerie, depositi e terminal petroliferi nel tentativo di ridurre la capacità di Mosca di finanziare lo sforzo bellico. Gli effetti di questa strategia iniziano ora a emergere con chiarezza anche nelle dichiarazioni ufficiali russe.
Gli effetti degli attacchi sul sistema energetico
Secondo fonti di settore, almeno due importanti raffinerie sono state colpite recentemente. Tra queste, un impianto nella regione di Krasnodar, snodo chiave per le esportazioni via Mar Nero, con una capacità di lavorazione di circa quattro milioni di tonnellate annue. Un altro attacco, rivendicato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, avrebbe interessato una raffineria nella regione di Yaroslavl, a circa 700 chilometri dal confine ucraino, dimostrando la crescente profondità operativa delle forze di Kiev.
Le conseguenze sono tangibili. La produzione di benzina in Russia ha registrato un calo significativo, con una riduzione stimata attorno al 25% rispetto ai livelli medi del giugno 2025. Attualmente, la produzione giornaliera si attesterebbe intorno alle 90mila tonnellate, un livello insufficiente a garantire stabilità al mercato interno senza interventi straordinari. Parallelamente, anche le esportazioni marittime di prodotti petroliferi hanno subito una contrazione rilevante: nella prima metà di giugno si sono fermate a circa 3,3 milioni di tonnellate, in calo del 15% rispetto al mese precedente.
Di fronte a questa situazione, Mosca ha già adottato misure emergenziali, tra cui la sospensione temporanea delle esportazioni di benzina e carburante per aerei, con l’obiettivo di privilegiare l’approvvigionamento interno. Tuttavia, tali interventi non sembrano sufficienti a compensare i danni strutturali causati dagli attacchi, né a contenere le tensioni sui prezzi e sulla disponibilità di carburante in diverse regioni del Paese.
Le contromisure del Cremlino
Il presidente Vladimir Putin ha riconosciuto pubblicamente le difficoltà, parlando di “una certa carenza” di carburante e definendo l’attuale fase come un “periodo difficile” per il settore energetico. Durante una recente riunione governativa, il leader del Cremlino ha promesso un rafforzamento della protezione delle infrastrutture critiche, un’accelerazione dei lavori di riparazione degli impianti danneggiati e un incremento della produzione di sistemi di difesa aerea per contrastare i raid ucraini.
Sul piano operativo, il governo starebbe valutando un pacchetto più ampio di misure. Oltre all’eventuale ricorso alle importazioni, si discute dell’introduzione di sussidi pubblici per il carburante acquistato all’estero, con l’obiettivo di contenere i prezzi alla pompa e limitare il rischio di un’accelerazione dell’inflazione. In diverse aree del Paese si registrano già segnali di tensione, tra cui razionamenti, code ai distributori e restrizioni alla vendita.
La prospettiva di importare carburante rappresenta un passaggio simbolicamente rilevante per la Russia, che negli ultimi decenni ha costruito gran parte della propria influenza economica e geopolitica proprio sull’export energetico. Un eventuale ricorso ai mercati esteri per soddisfare la domanda interna segnerebbe una temporanea inversione di ruolo, evidenziando la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche di fronte a una guerra sempre più tecnologica e asimmetrica.
Secondo diversi analisti occidentali, la campagna ucraina contro il sistema energetico russo starebbe producendo effetti non solo economici, ma anche militari, rallentando le operazioni sul campo e aumentando la pressione sul Cremlino. In questo contesto, le difficoltà nel garantire forniture stabili di carburante potrebbero incidere sulla capacità logistica delle forze russe e, indirettamente, sugli equilibri del conflitto.








