Dopo oltre cinque anni di guerra — iniziata con l’invasione russa dell’Ucraina, un atto di aggressione che ha violato il diritto internazionale e destabilizzato l’Europa — il conflitto sta entrando in una fase sempre più logorante. Non solo sul campo di battaglia, ma anche all’interno degli equilibri di potere del Cremlino. Mentre i negoziati restano bloccati e Kiev intensifica le operazioni in profondità, emergono segnali sempre più evidenti di malcontento tra settori influenti dell’élite russa. Tuttavia, le critiche che emergono non rappresentano una messa in discussione del sistema di potere del Cremlino: piuttosto, riflettono una crescente preoccupazione per i costi economici e strategici della guerra. Una parte dell’élite russa inizia infatti a riconoscere come il conflitto stia diventando sempre più insostenibile, tra sanzioni, isolamento internazionale e pressione sulle risorse interne, aprendo così crepe pragmatiche — più che politiche — nel consenso attorno alla linea del Cremlino.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, figure di primo piano dell’establishment politico, militare e accademico russo stanno iniziando a rompere il muro del silenzio che ha finora accompagnato quella che Vladimir Putin continua a definire “operazione militare speciale”, espressione con cui il Cremlino chiama l’invasione dell’Ucraina. Non si tratta di dissidenti marginali, ma di personalità con accesso diretto ai centri decisionali del potere, alcune delle quali storicamente considerate vicine alle posizioni più dure del Cremlino. Il dato più significativo è proprio questo: le critiche stano arrivando anche da ambienti tradizionalmente favorevoli a una linea aggressiva.
Le crepe tra i falchi: anche i fedelissimi ora dubitano della guerra
Emblematica è la posizione di Oleg Tsaryov, ex parlamentare ucraino rifugiatosi in Russia dopo il 2014 e considerato uno dei principali candidati per guidare un eventuale governo fantoccio filorusso a Kiev nelle prime fasi dell’invasione. In un messaggio pubblicato su Telegram, Tsaryov ha denunciato il ruolo della propaganda nella costruzione di una narrativa distorta del conflitto. Secondo lui, il sistema informativo russo avrebbe alimentato l’illusione di una vittoria inevitabile, finendo per convincere non solo l’opinione pubblica, ma anche sé stesso. Ora, avverte, “il mondo dell’illusione e quello della realtà si stanno scontrando”, e lo fanno nel modo più doloroso possibile.
Un’analisi altrettanto critica arriva da Aleksey Chadaev, storico ed ex funzionario governativo, oggi a capo di un centro di ricerca specializzato nella guerra con droni. Chadaev parla apertamente del rischio di una “non vittoria” che potrebbe trasformarsi in una sconfitta su larga scala. La sua proposta è chiara: una pausa strategica per consentire alla Russia di riorganizzarsi, evitando di continuare su una traiettoria che appare sempre più insostenibile. Non è una posizione isolata, ma riflette un sentimento crescente tra quegli analisti che guardano al conflitto con un approccio pragmatico piuttosto che ideologico.
Ancora più significativa è la presa di posizione di Vasily Kashin, uno dei più autorevoli esperti di politica internazionale russi. In un articolo pubblicato su una rivista di riferimento per la diplomazia russa, Kashin ha messo nero su bianco quello che fino a poco tempo fa era considerato un tabù: l’obiettivo di installare un regime filo-russo a Kiev non è più realistico. Secondo l’analista, l’Ucraina, anche a causa delle enormi perdite subite, resterà inevitabilmente un Paese profondamente anti-russo e sempre più integrato nel campo occidentale. Kashin spinge l’analisi oltre, sottolineando come eventuali tentativi estremi, come l’eliminazione della leadership ucraina, rischierebbero di produrre effetti opposti, favorendo l’emergere di una nuova classe dirigente ancora più radicale e determinata.
Queste posizioni trovano eco in alcuni settori dello stesso apparato statale russo. Secondo diverse analisi, un approccio più realistico starebbe emergendo tra figure influenti come Sergey Kiriyenko, vice capo dell’amministrazione presidenziale, e in ambienti legati ai servizi di intelligence esterna. Anche una parte del mondo economico spinge per una de-escalation, consapevole del peso crescente delle sanzioni e dell’isolamento internazionale sull’economia russa. L’obiettivo, in questi ambienti, non è tanto una resa quanto un ritorno, per quanto parziale, a una forma di stabilità che consenta di ridurre i costi del conflitto.
Putin non cambia linea: tra escalation militare e negoziati bloccati, la guerra continua
Resta però il nodo centrale: la posizione di Vladimir Putin. Non vi sono elementi concreti che indichino un cambio di strategia da parte del Cremlino, nonostante una guerra che, dopo oltre cinque anni, mostra rendimenti sempre più limitati sul piano militare e crescenti costi economici e politici. Come osservano diversi analisti, non è affatto certo che Putin riconosca di trovarsi in un vicolo cieco. Al contrario, l’impostazione del sistema russo — fortemente militarizzato e strutturato attorno alla logica del conflitto permanente — rende difficile una marcia indietro. “La guerra è il modus vivendi di questo regime: è come andare in bicicletta, se si fermano cadono”, ha spiegato l’ex ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin, sottolineando come la prosecuzione delle ostilità sia ormai parte integrante della sopravvivenza politica del potere putiniano.
In questo contesto, anche il fronte diplomatico resta bloccato. Mosca continua a dichiararsi “formalmente aperta” a una fine del conflitto, ma solo a condizioni impossibili da accettare per Kiev, come la cessione di aree strategiche del Donetsk nell’ambito di presunte intese mai riconosciute dall’Ucraina. Secondo l’Alto rappresentante dell’Unione Europea Kaja Kallas, i negoziati non avanzano proprio perché la Russia insiste su richieste massimaliste che non è riuscita a ottenere sul campo di battaglia. Una posizione che rende il dialogo sostanzialmente sterile e allontana qualsiasi soluzione negoziale nel breve periodo.
Sul terreno, intanto, la guerra continua a intensificarsi. Negli ultimi giorni la Russia ha aumentato gli attacchi missilistici contro Kiev e altre città ucraine, colpendo duramente anche obiettivi civili: uno dei raid più recenti ha causato decine di morti e oltre cento feriti, segnando uno degli episodi più sanguinosi degli ultimi mesi. Putin ha parlato di una “nuova qualità del conflitto”, lasciando intendere una possibile escalation. Parallelamente, anche l’Ucraina sta modificando il proprio approccio, colpendo sempre più in profondità il territorio russo e le aree occupate. L’uso di droni a medio raggio, spesso supportati da sistemi di intelligenza artificiale, sta mettendo in seria difficoltà la logistica russa: convogli militari, depositi di carburante e arterie di rifornimento verso la Crimea sono finiti nel mirino, causando razionamenti di carburante in regioni chiave come Luhansk, Donetsk e la stessa penisola annessa.
Questa nuova fase del conflitto evidenzia uno stallo sempre più evidente: la Russia intensifica i bombardamenti senza ottenere progressi decisivi, mentre l’Ucraina dimostra una crescente capacità di colpire obiettivi strategici, portando la guerra anche nel cuore della Federazione. Attacchi come quello contro un terminal petrolifero a San Pietroburgo mostrano il potenziale destabilizzante della strategia di Kiev, anche se, come sottolineano analisti occidentali, l’impatto di queste operazioni potrebbe richiedere tempo per riflettersi realmente sulle decisioni politiche di Mosca, anche a causa del forte controllo autoritario esercitato dal Cremlino sulla società.
Nel frattempo, all’interno della Russia, le voci più critiche restano sotto pressione. Gli ambienti ultranazionalisti e l’apparato di sicurezza continuano a limitare la diffusione di analisi più pragmatiche. Emblematico è il caso di un articolo del quotidiano filo-Cremlino Moskovski Komsomolets, rimosso dopo aver ricordato come alcune sconfitte militari nella storia russa — dalla guerra di Crimea del XIX secolo al conflitto con il Giappone — abbiano poi aperto la strada a riforme e maggiore prosperità interna. Un segnale di quanto sia ancora ristretto lo spazio per un dibattito pubblico reale sulle conseguenze della guerra.
In questo quadro, il paradosso è evidente: mentre una parte dell’élite inizia a riconoscere i limiti e i costi del conflitto, il sistema politico russo sembra strutturalmente incapace di trasformare questa consapevolezza in un cambio di rotta. E così, tra escalation militare, stallo diplomatico e tensioni interne, la guerra continua, sempre più difficile da vincere — e sempre più difficile da fermare.








