Pensioni, l’illusione dell’uscita a 64 anni

Il ritorno dell’ipotesi di pensionamento anticipato a 64 anni riapre il dibattito sulla riforma previdenziale, ma solleva anche interrogativi pesanti sulla sostenibilità reale del sistema. Dietro l’idea di maggiore flessibilità, infatti, si nasconde un nodo strutturale che la politica continua a rimandare: i conti dell’INPS e la tenuta complessiva della spesa pubblica. La proposta rilanciata dalla Lega punta a consentire un’uscita anticipata rispetto ai 67 anni previsti dalla legge Fornero, attraverso un sistema interamente contributivo. Una soluzione che, nelle intenzioni, dovrebbe garantire equilibrio finanziario. Ma la realtà è più complessa.

Il nodo reale: conti pubblici e sostenibilità

Il primo elemento critico riguarda proprio i numeri della previdenza italiana. Il sistema, da anni, non si regge esclusivamente sui contributi versati dai lavoratori. Nel 2025, l’INPS ha ruicevuto 167 miliardi di euro dalla fiscalità generale, segno che le entrate contributive non sono sufficienti a coprire la spesa pensionistica. Questo dato, spesso sottovalutato nel dibattito politico, rappresenta il vero punto debole del sistema.

In questo contesto, introdurre nuove forme di uscita anticipata rischia di aumentare ulteriormente la pressione sui conti pubblici, anche in presenza di un ricalcolo contributivo degli assegni. La tesi secondo cui una parte della spesa pensionistica rientra allo Stato tramite l’Irpef — circa 70 miliardi — viene utilizzata per sostenere che il peso reale delle pensioni sia inferiore a quanto appare. Si tratta però di un’argomentazione parziale. Anche considerando questa “partita di giro”, resta il fatto che il sistema previdenziale italiano è già fortemente sostenuto dalla fiscalità generale. Ridurre artificialmente la percezione della spesa non modifica la sostanza: il sistema ha bisogno di risorse pubbliche ingenti per restare in equilibrio.

Italia fanalino di coda in Europa

C’è poi un altro elemento spesso ignorato nel dibattito: la durata della vita lavorativa. Secondo i dati Eurostat 2024, l’Italia ha una vita lavorativa media di 32,8 anni, la seconda più bassa dell’Unione europea, dopo solo la Bulgaria (32,7 anni). La media europea è di 37,2 anni, il che significa che gli italiani lavorano quasi 5 anni in meno rispetto alla media UE. La situazione è ancora più critica per le donne: la durata della vita lavorativa delle italiane è di soli 28,2 anni, la più breve di tutta l’UE, con un gap di genere di 8,9 anni rispetto agli uomini italiani. Negli ultimi 10 anni, la durata media della vita lavorativa nell’UE è aumentata di 2,4 anni, passando da 35,6 anni nel 2020 a 37,2 anni nel 2024. Anche in Italia si registra un aumento (da 31,2 anni nel 2020 a 32,8 anni nel 2024), ma il Paese resta saldamente agli ultimi posti della classifica europea.

In paesi come Svezia e Paesi Bassi, invece, si lavora oltre 43 anni prima di potersi andare in pensione. Questo dato, unito all’invecchiamento della popolazione, è esattamente ciò che la Commissione europea ha invogliato gli Stati membri a contrastare sostenendo l’uscita più tarda dal mercato del lavoro. In questo scenario, abbassare ulteriormente l’età di uscita dal lavoro appare una scelta controcorrente rispetto alle tendenze europee, dove si va nella direzione opposta: allungare la permanenza nel mercato del lavoro per garantire la sostenibilità dei sistemi previdenziali.

Il malinteso sul contributivo

C’è un malinteso di fondo nella proposta dell’uscita a 64 anni con sistema contributivo. Il sistema pensionistico italiano è a ripartizione (pay-as-you-go), non a capitalizzazione. Il contributivo è solo un metodo di calcolo, non cambia la natura del sistema. In un sistema a ripartizione, le pensioni di oggi sono pagate con i contributi versati dai lavoratori di oggi. Questo significa che anche con il metodo contributivo, l’uscita a 64 anni aumenta comunque la spesa pensionistica totale, perché ci saranno più pensionati e meno lavoratori attivi a finanziarli.

Il methodo contributivo determina solo quanto sarà alta la pensione in base ai contributi versati, ma non cambia chi la paga. Il problema demografico rimane irreversibile: in Italia il rapporto tra occupati e pensionati è di circa 1,5 a 1, una soglia critica che si sta restringendo ulteriormente. Entro il 2060, secondo le previsioni OCSE, l’Italia avrà 3,5 milioni di pensionati in più rispetto ad oggi, mentre la popolazione attiva diminuirà di oltre 4 milioni di unità. In questo scenario, anticipare l’uscita dal lavoro significa aumentare la pressione su un sistema già in difficoltà strutturale, indipendentemente dal metodo di calcolo dell’assegno. La “neutrità” del contributivo è quindi un’illusione: riduce l’importo della singola pensione, ma non riduce il numero di persone che la percepiscono né la durata media del periodo pensionistico, che in Italia è già tra i più alti d’Europa (circa 20 anni per le donne, 17 anni per gli uomini).

Un cantiere aperto, ma con molti limiti

Il dossier è già al vaglio dei tecnici del Ministero dell’Economia, della Ragioneria generale dello Stato e dell’INPS, segnale di un approccio cauto che riflette le preoccupazioni sui conti pubblici. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti continua a mantenere una linea prudente, concentrata sulla sostenibilità finanziaria e sulla necessità di evitare squilibri nel lungo periodo. Anche il ministro del Lavoro Marina Calderone ha invitato a non affrettare i tempi, ricordando che il progetto è ancora in una fase preliminare e privo di una proposta definitiva.

Una cautela comprensibile, ma che evidenzia anche le contraddizioni della proposta: mentre si rilanciano ipotesi di maggiore flessibilità in uscita, i numeri del sistema impongono prudenza e limiti stringenti. La riforma delle pensioni si conferma così uno dei dossier più complessi per il governo, stretto tra esigenze politiche e vincoli economici. E proprio questa tensione lascia emergere il rischio principale: trasformare l’uscita a 64 anni in una promessa difficile da sostenere nella realtà dei conti pubblici.

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