Baby pensioni, un fardello da 9 miliardi l’anno: chi paga davvero il conto

Le baby pensioni costano all’Italia 9 miliardi di euro all’anno

Nel 2025 il peso delle cosiddette baby pensioni continua a gravare in modo significativo sui conti pubblici italiani. Secondo il più recente rapporto del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, questa categoria di assegni previdenziali costa allo Stato circa 9 miliardi di euro all’anno, una cifra che, in prospettiva, ricade soprattutto sulle generazioni più giovani e sul futuro equilibrio del sistema pensionistico.

Chi sono i baby pensionati

Il fenomeno delle baby pensioni affonda le sue radici tra gli anni Settanta e Ottanta, quando scelte politiche generose e poco sostenibili consentirono a molti lavoratori di accedere alla pensione in età sorprendentemente giovane. In alcuni casi si andava in quiescenza poco dopo i 39 anni, un’età che oggi coincide appena con la metà della carriera lavorativa media.
Secondo i dati elaborati dal professor Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, i baby pensionati ancora in vita sono circa 400 mila. Gli uomini sono andati mediamente in pensione a 36,4 anni, le donne a 39,5. Per fare un confronto, oggi l’età per la pensione di vecchiaia è di 67 anni e mezzo, mentre quella per le anticipazioni si aggira intorno ai 61-62 anni.
Le origini di tale anomalia risalgono alla normativa introdotta dal governo Rumor nel 1973, che consentiva alle dipendenti pubbliche con figli di ritirarsi dopo appena 14 anni, 6 mesi e un giorno di servizio. Per gli uomini del pubblico impiego il requisito era di 19 anni e mezzo, mentre per i lavoratori degli enti locali il diritto maturava dopo 20 anni di contribuzione per le donne e 25 per gli uomini. Nella maggior parte dei casi, l’importo dell’assegno risultava quasi equivalente all’ultima retribuzione percepita.

Un costo che pesa ancora oggi

Ogni anno le baby pensioni drenano circa 9 miliardi di euro dalle casse dello Stato, una somma che rappresenta uno dei principali squilibri del sistema previdenziale italiano. Molti beneficiari percepiscono la pensione da quasi quattro decenni pur avendo lavorato soltanto per quindici anni, e con un importo medio di 1.200 euro al mese.
Secondo i dati Inps, i pensionati che godono ancora di questo regime sono quasi 190 mila, per un costo complessivo stimato di 2,9 miliardi di euro nel solo comparto rilevato dall’ente. Se si include l’intera platea, come fa Brambilla, si arriva ai 9 miliardi attuali. Nel corso del tempo, il costo complessivo aggiornato a valori attuali si stima in oltre 130 miliardi di euro.

Le conseguenze per le nuove generazioni

Le implicazioni di lungo periodo di questo fenomeno sono profonde. Come sottolinea Brambilla, i conti del sistema previdenziale reggeranno ancora fino al 2035-2040, quando gran parte dei baby boomer si sarà ritirata, ma il prezzo sarà pagato dai più giovani.
La sostenibilità futura richiede l’introduzione di stabilizzatori automatici che adeguino età pensionabile e coefficienti di trasformazione all’aumento dell’aspettativa di vita, insieme al mantenimento dei requisiti contributivi attuali: 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 per le donne. Allo stesso tempo, il centro studi propone incentivi per chi decide di restare al lavoro fino a 71 anni.
L’obiettivo è evitare che gli errori del passato continuino a pesare sulla sostenibilità del presente e che le scelte previdenziali degli anni Settanta e Ottanta si traducano in un ulteriore debito sulle spalle delle generazioni future.

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