L’UE e il FMI ci dicono da anni che il forfettario è un errore. L’Italia annuisce, archivia e ricomincia da capo. È la storia della nostra vita.
Il Country Report 2026 della Commissione Europea, pubblicato il 3 giugno, raccomanda ancora una volta di intervenire sul regime forfettario. Identica raccomandazione dal FMI a maggio 2025. Due delle istituzioni economiche più autorevoli al mondo. Stessa diagnosi. Stesso paziente che si rifiuta di prendere la medicina.
Ora: o sono scemi loro — migliaia di economisti, analisti, istituzioni internazionali — oppure abbiamo un problema che ci rifiutiamo di vedere perché fa comodo a cinque milioni di elettori. Scegliete voi.
Cos’è il regime forfettario
È un regime fiscale agevolato per lavoratori autonomi e partite IVA con ricavi sotto gli 85.000€. Si chiama forfettario perché invece di dedurre i costi reali, si applica un coefficiente di redditività calcolato per categoria — i cosiddetti studi di settore. Sul reddito imponibile così ottenuto si paga una flat tax del 15%, oppure 5% nei primi cinque anni di attività.
Per confronto, un lavoratore dipendente con lo stesso reddito netto paga l’IRPEF progressiva: 23%, 33%, 43% a seconda dello scaglione.
Problema 1: distorce il mercato del lavoro
Sento già il coro: “Eh ma i lavoratori autonomi non hanno ferie, malattia, TFR…”
Vero. Nessuno lo nega. Ma quel divario dovrebbe riflettersi nel salario lordo negoziato tra le parti — non essere tappato dallo Stato con una tassazione di favore. Non è questo il ruolo del fisco.
Il principio cardine dell’economia fiscale si chiama neutralità: le tasse non devono cambiare le scelte degli agenti economici. Se sei un avvocato e devi decidere se aprire uno studio in proprio o lavorare alle dipendenze di un grande studio, quella scelta deve dipendere dal tuo reddito atteso, dalla tua preferenza per l’autonomia, dalla tua propensione al rischio. Non da quante tasse paghi.
È un concetto che la politica italiana odia nominare: l’efficienza economica. Significa che le risorse — tempo, talento, capitale — finiscono dove producono più valore. Quando un avvocato bravo sceglie di lavorare in uno studio grande perché lì può specializzarsi, delegare i lavori minori, servire più clienti con qualità più alta, il mercato funziona bene: il professionista guadagna di più, il cliente paga meno per un servizio migliore, l’economia cresce. Tutti ci guadagnano. Questo è l’efficienza. Non è un concetto astratto — è la differenza tra un paese che cresce e uno che ristagna. Il forfettario rompe questo meccanismo. Crea un sussidio implicito al lavoro autonomo e spinge le scelte nella direzione sbagliata. E i sussidi distorcono i mercati — è economics 101, non è un’opinione politica.
Attenzione: nessuno vuole obbligare nessuno a fare niente. Vuoi lavorare come libero professionista? Benissimo, è un diritto sacrosanto. Preferisci lo studio in proprio alla dipendenza? Ottimo, il mercato ha bisogno di entrambi. Ma quella scelta deve essere tua — fatta in base alle tue preferenze, al tuo progetto di vita, alla tua valutazione del rischio. Non dettata da un vantaggio fiscale artificiale che lo Stato ti mette davanti come una carota. La libertà economica vera è scegliere senza distorsioni. Il forfettario non ti dà libertà, ti corrompe.
Il risultato concreto: ci sono più liberi professionisti di quanti il mercato richiederebbe in assenza di questo vantaggio artificiale. Prendiamo il mercato legale. Supponiamo che l’equilibrio naturale — quello efficiente, quello dove le risorse vanno dove producono più valore — sia 100 avvocati liberi professionisti e 100 alle dipendenze di grandi studi. Il forfettario spinge verso 150 e 50. Quei 50 avvocati in più che lavorano da soli invece di essere assunti da studi strutturati non sono una vittoria del libero mercato. Sono una distorsione prodotta da un’aliquota sbagliata.
Le conseguenze le paga anche il cliente finale: più caro, peggio servito. L’avvocato forfettario oberato di lavoro non ha paralegali, non ha segretarie, fa tutto da solo — compresi i lavori che dovrebbe fare un junior a un terzo del suo costo orario. O alza i prezzi, o abbassa la qualità. Spesso entrambe le cose. E il cliente paga. L’efficienza perduta non è un numero su un grafico: è la parcella più alta che hai pagato l’ultima volta che hai avuto bisogno di un avvocato.
Problema 2: crea uno scalone fiscale da 30.000 euro
Ho fatto due conti abbastanza semplici. Con un fatturato di 85.000€ in regime forfettario, con un coefficiente di redditività al 78%, dopo imposte e contributi ti rimangono circa 57.665€ netti. Superi gli 85.000€? Passi al regime ordinario. E nel regime ordinario, il tuo netto diventa improvvisamente 44.836€. Sono circa 13.000€ in meno. Quante volte ci pensereste prima di accettare un altro cliente? Per portarti a casa gli stessi 57.665€, devi fatturare circa 115.000€.

Rileggete. Per guadagnare la stessa cifra, devi fare 30.000 euro in più di fatturato. Non è una progressione. Non è una rampa. È un muro. Uno scalone fiscale da 30.000 euro che si materializza dal nulla nel momento in cui hai il coraggio di crescere.
L’effetto comportamentale è esattamente quello che immaginate: migliaia di professionisti si fermano agli 84.999€. Aspettano gennaio. Rifiutano clienti. Fanno scelte di business in funzione del calendario fiscale invece che della domanda di mercato. PIL che potrebbe essere creato non viene creato. È ricchezza che non esiste perché qualcuno ha disegnato male una soglia.
Lo ripeto: nessun obbligo a crescere. Chi vuol restare a 84.999€ lo faccia pure. Ma perché bloccare chi vorrebbe crescere?
Ma c’è di peggio. Lo scalone non blocca solo la crescita individuale — blocca le aggregazioni. Due avvocati che in un sistema fiscalmente neutro si unirebbero, assumerebbero un junior, un paralegale, costruirebbero uno studio — restano invece due micro-imprenditori solitari perché unirsi li farebbe sforare la soglia.
Per l’ennesima volta, a costo di sembrare scemo: nessuno è obbligato a fondersi con nessuno. Se vuoi restare piccolo, resta piccolo. Se non vuoi soci, non averli. Se il tuo studio da solo ti basta, benissimo. Ma quella deve essere una scelta tua, basata su come vuoi lavorare e vivere. Non una scelta dettata dal fatto che crescere ti costa 30.000 euro di tasse in più a parità di reddito netto. Stessa cosa per chi si ferma agli 85.000: magari non vuole davvero fermarsi — magari preferisce semplicemente non fare il regalo allo Stato. Ed è comprensibile. Ma non è libertà. È una trappola.
L’Italia ha già un problema strutturale di nanismo imprenditoriale. Una quota abnorme di micro-imprese che non raggiungono mai le dimensioni per essere competitive. Il forfettario non è la causa unica, ma è benzina su questo fuoco. Lo alimentiamo deliberatamente con soldi pubblici — ovvero con le tasse di tutti.
Problema 3: incentiva l’evasione fiscale
Il regime forfettario nasce ufficialmente per semplificare il sistema e ridurre l’evasione. Nella pratica, produce esattamente l’effetto opposto. Su tre livelli distinti.
Primo. Il professionista che si avvicina agli 85.000€ ha un incentivo enorme a fare nero per non superare la soglia. Non è teoria economica astratta — chiunque lavori in certi settori sa benissimo che succede. È strutturale.
Secondo. Nel forfettario i costi non si deducono. Sparisce quindi l’incentivo a richiedere la fattura quando si acquista un bene o un servizio — quella fattura non abbatte nulla. Addio tracciabilità dal lato della domanda. Mezzo sistema produttivo che smette di generare prove fiscali.
Terzo. I forfettari non sono soggetti IVA. L’IVA non è solo una tassa: è uno strumento di controllo incrociato. Ogni transazione IVA lascia una traccia che collega chi vende a chi compra. I forfettari escono da questo sistema. Meno tracce, meno controlli, più opacità.
Un regime progettato per fare emergere il sommerso ha creato un buco nero fiscale da cinque milioni di contribuenti. Complimenti a chi l’ha disegnato.
“Allora vuoi tasse più alte? Comunista!”
No. Voglio un sistema fiscale neutrale, con aliquote più basse per tutti, finanziato da un taglio serio della spesa pubblica. Un’IRPEF con scaglioni ridotti che si applica allo stesso modo a dipendenti e autonomi. Senza regimi speciali, senza sussidi nascosti, senza zombie fiscali.
Non è complicato come concetto. È complicato come politica, perché richiede di dire a qualcuno che la pacchia è finita.
“Ma tante partite IVA chiuderebbero!”
Sì. Esatto. È quello il punto. Se sei sul mercato solo perché hai un vantaggio fiscale artificiale — se la tua attività esiste perché lo Stato ti regala una ventina di punti percentuali di aliquota che i tuoi concorrenti dipendenti non hanno — allora non sei un imprenditore. Sei uno zombie. Un’impresa tenuta in vita da un sussidio nascosto, non dal valore che crei. E gli zombie vanno fatti chiudere. Non per cattiveria — per efficienza. Per far funzionare il mercato come dovrebbe.
La domanda di servizi legali, contabili, tecnici non evapora perché chiude un forfettario. Quella domanda viene assorbita da studi più grandi, più strutturati, più produttivi. O i professionisti si convertono al lavoro dipendente presso quelle strutture. L’occupazione non cala. Si trasforma. Il servizio migliora. Il cliente spende meno o riceve di più.
Tornate all’esempio degli avvocati: il mercato torna da 150-50 a 100-100. I 50 che chiudono non spariscono — vengono assorbiti dagli studi che finalmente possono crescere senza lo scalone fiscale che li teneva piccoli.
una politica economica mal disegnata
Il regime forfettario è una politica economica mal disegnata che distorce il mercato del lavoro, blocca la crescita con uno scalone fiscale indefendibile e incentiva l’evasione smontando i meccanismi naturali di tracciabilità. Non è un’opinione. È aritmetica.
L’UE lo sa. Il FMI lo sa. Chiunque abbia aperto un libro di economia pubblica lo sa.
Il problema è che in Italia toccare il forfettario costa voti. Cinque milioni di forfettari votano, e la politica italiana ha imparato da tempo che il consenso oggi vale più del PIL domani.
E allora continuiamo così. A costruire un’economia di nani fiscalmente dopati, incapace di competere, convinta di essere furba.
Finché non lo saremo più.
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