Zhang Jindong, ex proprietario dell’Inter: Come il fondatore di Suning ha perso tutto a causa dei debiti.

Dall’ascesa imprenditoriale al tracollo finanziario

Per oltre tre decenni, Zhang Jindong è stato uno dei simboli del capitalismo cinese emergente. Fondatore del colosso retail Suning, aveva costruito un impero che spaziava dall’elettronica al commercio online, fino allo sport, con l’acquisizione dell’Inter nel 2016. Oggi, però, quella parabola imprenditoriale si è conclusa con una delle cadute più clamorose della recente storia economica cinese.

Secondo quanto riportato da diversi media cinesi e confermato dal Tribunale intermedio del popolo di Nanchino, Zhang ha perso l’intero patrimonio personale nell’ambito di una gigantesca ristrutturazione del debito del gruppo Suning. L’operazione ha coinvolto 39 entità societarie per un valore complessivo di circa 238,7 miliardi di yuan, pari a quasi 30 miliardi di euro. Una cifra che dà la misura della portata sistemica della crisi.

Non si tratta semplicemente di un imprenditore che ha visto ridursi la propria ricchezza: Zhang rappresenta un caso quasi unico, il primo grande fondatore di un conglomerato privato cinese ad aver azzerato completamente il proprio patrimonio personale a seguito di una ristrutturazione.

Tutto all’asta: la liquidazione totale del patrimonio

Il punto più emblematico della vicenda riguarda il ruolo di Zhang come garante personale dei debiti contratti dal gruppo. In un sistema, come quello cinese, dove il confine tra patrimonio aziendale e personale può essere più labile rispetto agli standard occidentali, questa scelta si è rivelata fatale.

Per soddisfare i creditori, Zhang è stato costretto a mettere a disposizione l’intero patrimonio: immobili di lusso tra Nanchino e Shanghai, partecipazioni finanziarie, strumenti di investimento e persino collezioni d’arte di grande valore, tra cui opere di artisti come Zhang Daqian e Fu Baoshi. Tutti questi beni sono stati venduti tramite aste giudiziarie o trasferimenti negoziati.

Non solo. Sono state cedute anche le partecipazioni indirette in Suning.com, inclusa una quota del 4,15% e circa 1,64 miliardi di azioni già precedentemente date in pegno e congelate. Alla fine del processo, né Zhang né la moglie risultano più titolari di asset liberamente disponibili: l’intero patrimonio è stato trasferito in un trust destinato al rimborso dei creditori.

Il risultato finale è drastico: patrimonio netto praticamente azzerato. Una dinamica che ricorda, per certi versi, i fallimenti personali degli imprenditori occidentali del XIX secolo, quando la responsabilità illimitata era la norma, ma che oggi appare eccezionale per un gruppo di tali dimensioni.

L’origine della crisi: crescita aggressiva e leva finanziaria

Per comprendere le ragioni del collasso, bisogna tornare al periodo tra il 2016 e il 2020, quando Suning ha intrapreso una strategia di espansione estremamente aggressiva. In quegli anni, il gruppo ha raccolto oltre 180 miliardi di yuan attraverso prestiti bancari, emissioni obbligazionarie e altri strumenti di finanziamento.

Questa liquidità è stata utilizzata per finanziare acquisizioni e investimenti, tra cui proprio l’ingresso nel capitale dell’Inter. Una strategia coerente con la fase di espansione dell’economia cinese, ma fortemente dipendente dall’accesso continuo al credito.

Il problema è emerso quando questo meccanismo si è inceppato. La pandemia del 2020 ha rappresentato il punto di rottura: la chiusura dei negozi fisici ha fatto crollare i ricavi, mentre il sistema di rifinanziamento del debito si è progressivamente bloccato. Nel 2021, le perdite del gruppo hanno superato i 40 miliardi di yuan e i debiti scaduti hanno oltrepassato la soglia dei 100 miliardi.

In altre parole, Suning si è trovata intrappolata in una classica spirale da leva finanziaria: crescita sostenuta dal debito in fase espansiva, ma vulnerabilità estrema quando le condizioni macroeconomiche cambiano.

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