Una “tassa di guerra” nel bilancio 2026
Il ministero delle Finanze russo ha proposto di aumentare l’aliquota dell’IVA dal 20% al 22% a partire dal 2026, per coprire parte delle spese militari e ridurre un disavanzo pubblico in forte crescita. La misura rientra nella bozza di bilancio approvata dal governo questa settimana, definita da diversi funzionari del Cremlino come un vero e proprio “bilancio di guerra”.
Secondo i documenti ministeriali esaminati da Reuters, le spese per la difesa scenderanno a 12,6 trilioni di rubli nel 2026, dai 13,5 del 2025, comunque un livello record. Nonostante la lieve riduzione, il peso della guerra continuerà a condizionare finanze pubbliche ed economia. Per il 2025 il deficit è stimato al 2,6% del PIL, il più alto dall’inizio del conflitto, ben oltre l’obiettivo iniziale.
L’aumento dell’IVA è stato concepito per generare un gettito aggiuntivo di circa 1,2 trilioni di rubli (14,3 miliardi di dollari). Si tratta di una misura considerata efficace in termini amministrativi: l’imposta sul valore aggiunto ha infatti già coperto il 37% delle entrate statali nel 2024. Ma il suo impatto ricadrà soprattutto sui consumatori.
Le ragioni fiscali e militari
La logica del Cremlino è evidente: in tempo di guerra lo Stato deve rafforzare la capacità di spesa, anche a costo di penalizzare la domanda interna. Non a caso il ministero ha collegato la riforma a “difesa e sicurezza nazionale”, ribadendo che i fondi saranno destinati agli stipendi dei militari, al sostegno delle loro famiglie e alla modernizzazione delle industrie belliche.
Il presidente Vladimir Putin ha già segnalato la disponibilità ad alzare le tasse in questa fase, ricordando che anche gli Stati Uniti aumentarono la pressione fiscale durante i conflitti in Vietnam e Corea. In altre parole, Mosca tenta di costruire un parallelo che normalizzi la scelta.
La mossa tuttavia avviene in un contesto delicato. Secondo le proiezioni, la crescita economica russa rallenterà drasticamente: dall’espansione del 4,3% del 2024 a un moderato 1% nel 2025. La guerra, le sanzioni e la fuga di capitali mettono pressione sul sistema produttivo; una nuova stretta fiscale rischia di amplificare la recessione latente.
Rischi di inflazione e reazioni dei mercati
Un punto critico riguarda l’inflazione. La Banca centrale di Russia ha ricordato che un aumento di due punti dell’IVA nel 2019 fece crescere il tasso inflattivo di 0,6 punti percentuali. Gli analisti di T-Bank stimano che l’attuale riforma possa aggiungere fino all’1,5% all’inflazione del 2026, rendendo più difficile il compito della banca centrale, che punta a ricondurla verso il target del 4%.
Un’inflazione più alta limita inoltre la possibilità di ulteriori tagli ai tassi d’interesse, che finora hanno sostenuto il rublo. Il cambio ha mostrato una relativa stabilità attorno agli 83,7 rubli per dollaro, ma le previsioni indicano un indebolimento fino a quota 92 nel 2026.
Anche il mondo imprenditoriale russo non nasconde il malcontento. Alexander Shokhin, leader di una delle principali associazioni di business, ha definito l’aumento “spiacevole”. In un’economia che già affronta rallentamenti e sanzioni esterne, il peso addizionale sull’impresa interna rischia di zavorrare gli investimenti e i consumi.
La dimensione geopolitica e l’isolamento economico
L’annuncio della riforma fiscale arriva in parallelo all’intensificarsi della retorica politica internazionale. Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha definito la Russia un “tigre di carta”, sottolineando “grandi difficoltà economiche”. Kiev, a sua volta, interpreta i segnali di debolezza finanziaria come un’opportunità per incrementare la pressione militare.
Mosca replica con tono difensivo. Il portavoce Dmitry Peskov ha liquidato le critiche parlando di un’economia “adattata al conflitto” e ribadendo che la Russia è un orso, non una tigre: “non esiste un orso di carta”. Ma dietro la retorica resta il fatto che il Paese si trova a finanziare una guerra lunga e costosa facendo ricorso a leve fiscali sempre più pesanti.
Il rischio maggiore è che questo rafforzamento fiscale si trasformi in un freno strutturale alla crescita: l’aumento dell’IVA erode la capacità di spesa delle famiglie, mentre l’isolamento dai mercati finanziari occidentali riduce l’accesso a capitali privati. Ne deriva un equilibrio pericoloso, in cui lo Stato si trova costretto a scegliere tra stabilità militare e benessere economico.









