Crisi bancaria in Russia: Mosca pronta a salvare le sue banche mentre l’economia vacilla sotto il peso della guerra

Crisi bancaria in Russia: Mosca pronta a salvare le sue banche mentre l’economia vacilla sotto il peso della guerra

Crisi bancaria in Russia: Mosca pronta a salvare le sue banche mentre l’economia vacilla sotto il peso della guerra

Lo spettro del bailout: banche russe in difficoltà

A due anni e mezzo dall’invasione dell’Ucraina, le conseguenze economiche della guerra cominciano a colpire con forza il cuore del sistema finanziario russo. Secondo quanto riportato da Bloomberg News , almeno tre delle principali banche del Paese starebbero valutando la possibilità di un salvataggio da parte dello Stato. La richiesta nasce dalla crescente difficoltà dei clienti a ripagare i prestiti in un contesto economico sempre più compromesso.

Finora le autorità russe avevano imposto agli istituti di credito di non comunicare apertamente il volume dei crediti deteriorati, suggerendo invece di ricorrere a ristrutturazioni contabili per “abbellire” i bilanci. Ma questo escamotage – utile a guadagnare tempo – sembra ormai vicino al capolinea. Le banche hanno bisogno di liquidità, e Mosca potrebbe presto intervenire direttamente.


L’economia russa: crescita “di guerra”, fragilità strutturali

Nel 2023, secondo le stime ufficiali, l’economia russa è cresciuta del 4,3%. Un dato sorprendente, a prima vista, ma che nasconde una realtà distorta: la crescita è stata alimentata da un’enorme espansione della spesa militare. Circa un rublo su tre del bilancio pubblico è oggi destinato al comparto bellico. Una sorta di keynesismo bellico, che però lascia indietro il resto dell’economia.

Il settore privato, infatti, è in piena recessione. L’indice PMI (Purchasing Managers’ Index), che misura la fiducia e l’attività delle imprese, è sceso ai minimi dal febbraio 2022. A questo si aggiungono problemi strutturali aggravati dalla guerra: fuga di manodopera qualificata all’estero, mobilitazione militare, crollo degli investimenti esteri e isolamento tecnologico.

Goldman Sachs prevede per il 2025 una crescita del PIL pari appena allo 0,5%, nonostante l’enorme spesa militare. L’inflazione è ormai in doppia cifra e anche i beni alimentari di base, come le patate, stanno diventando beni rari per le famiglie russe.


Sanità dei conti pubblici e ruolo del petrolio: Mosca perde margine di manovra

Il governo russo continua a sostenere lo sforzo bellico anche con bonus straordinari e stipendi elevati ai militari. Questi pagamenti aiutano a mantenere il consenso interno, ma pesano pesantemente sulle casse dello Stato. Nel frattempo, le entrate petrolifere – vitali per il bilancio pubblico – sono scese di circa un terzo rispetto all’anno precedente. Il prezzo del greggio sugli scambi internazionali, non sempre accessibili alla Russia a causa delle sanzioni, è calato da 85 a 67 dollari al barile.

Il rublo, secondo Goldman Sachs, potrebbe svalutarsi fino al 30% rispetto al dollaro entro la fine dell’anno. Una svalutazione di tale portata aumenterebbe ulteriormente il costo delle importazioni, alimentando una spirale inflazionistica che già colpisce duramente le famiglie e le imprese russe.

La Banca centrale ha mantenuto i tassi d’interesse al 20%, un livello da economia in crisi, nel tentativo di contenere la fuga di capitali e difendere la valuta. Ma l’efficacia di questa politica è sempre più limitata da una realtà economica che peggiora di mese in mese.


L’isolamento internazionale e il rischio di nuove sanzioni

Le pressioni sull’economia russa potrebbero aumentare ulteriormente se si concretizzerà la minaccia dell’ex presidente (e attuale candidato) Donald Trump. Il tycoon ha annunciato che, qualora non si raggiunga un accordo con Mosca sull’Ucraina, imporrà dazi del 100% su tutti i prodotti provenienti da Paesi che intrattengono relazioni commerciali con la Russia. Una misura che avrebbe un effetto domino sull’intero sistema economico russo, già fortemente ridimensionato dallo sganciamento dalle filiere globali.

Nel frattempo, la Russia continua a stringere rapporti con partner alternativi – Cina, India, Iran – ma la qualità degli scambi è peggiorata e le condizioni imposte da questi Paesi sono sempre più sfavorevoli. Senza accesso pieno alla tecnologia occidentale, all’investimento privato internazionale e con un settore bancario in crisi, la Russia si avvia a essere una “economia di guerra permanente”.


Considerazioni finali: il prezzo di un’economia militarizzata

Il caso delle banche russe dimostra quanto sia pericoloso per un sistema economico deviare dalle logiche di mercato e abbracciare una strategia militarizzata. I salvataggi di Stato possono tamponare l’emergenza nel breve termine, ma non risolvono le fragilità strutturali: mancanza di fiducia, fuga di cervelli, riduzione della produttività e collasso della domanda interna.

L’economia russa è oggi un’economia “gonfiata dalla guerra”, e come tale non sostenibile nel lungo periodo. Gli istituti finanziari, che dovrebbero essere il cuore pulsante di un sistema sano, stanno diventando invece un nuovo fronte della crisi. E se Mosca dovesse procedere con i bailout, si tratterebbe dell’ennesima dimostrazione che l’economia pianificata – anche quando mascherata da nazionalismo – ha un prezzo. E spesso è salato.

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