Referendum in Islanda: vince il No all’ Unione Europea. Cosa ha pesato nella decisione?

Al referendum del 29 agosto 2026 gli islandesi hanno respinto la riapertura dei negoziati di adesione all’Unione Europea: il No ha ottenuto il 52,8% dei voti contro il 47,2% del Sì, con uno scarto di circa 13.000 preferenze su 225.000 votanti. L’affluenza è stata dell’82,5%, la più alta dal 2009, e il No ha vinto in quattro delle sei circoscrizioni, perdendo solo nei due collegi di Reykjavík, dove risiede circa un terzo della popolazione.

Il quesito, il contesto politico e il significato del voto

Il referendum non chiedeva agli islandesi se entrare subito nell’Ue, ma se autorizzare il governo a riaprire i negoziati di adesione, interrotti nel 2013. Una vittoria del Sì avrebbe quindi solo dato il mandato a trattare le condizioni di un eventuale ingresso, con un secondo referendum richiesto per ratificare l’adesione vera e propria. La consultazione era stata promossa dalla coalizione di centrosinistra filoeuropea uscita vincitrice dalle elezioni del 2024, ma il governo aveva condotto la campagna con cautela, riconoscendo la divisività del tema. Per mesi i sondaggi avevano mostrato un margine ridottissimo, con il Sì talvolta in vantaggio, per poi essere superato dal No nelle ultime settimane.

La prima ministra Kristrún Frostadóttir aveva spiegato di voler avviare i negoziati soprattutto per conoscere le condizioni concrete, per poi valutare se all’Islanda convenisse accettarle. Il voto, però, ha chiuso questa porta: il paese resta fuori dall’Ue, pur continuando a far parte del mercato unico (insieme a Norvegia e Liechtenstein) e dell’area Schengen. La vittoria del No non vieta futuri tentativi, ma lascia la situazione com’è oggi, confermando una scelta di fondo già emersa nel 2013–2015, quando la domanda di adesione presentata nel 2009 fu prima sospesa e poi ritirata

La pesca come “linea rossa”: export, quote e acque islandesi

Il cuore del dibattito è stato l’impatto sull’industria della pesca, settore vitale per l’economia islandese: impiega circa 4.000 persone su 400.000 abitanti, costituisce quasi il 40% delle esportazioni e circa l’8% del Pil, poco meno del turismo. Molti islandesi temono che l’adesione all’Ue comporterebbe la perdita, almeno parziale, del controllo nazionale sulla pesca: quote decise a livello europeo, limiti più stringenti e, soprattutto, l’apertura delle acque islandesi ai pescherecci di altri paesi membri.

I trattati Ue attribuiscono all’Unione ampi poteri di regolamentazione: le quote annuali per paese e specie sono stabilite dal Consiglio dell’Ue; esistono norme su periodi di pesca, attrezzi consentiti e quote di esemplari giovani da tutelare per garantire la riproduzione delle specie. In linea generale, le regole prevedono che i pescherecci Ue abbiano accesso alle acque dei paesi membri, pur con possibili eccezioni temporanee. Per un’economia in cui la pesca è un pilastro, la prospettiva di condividere le proprie acque è percepita come un rischio strutturale.

Questa preoccupazione è trasversale: anche partiti e politici favorevoli all’integrazione europea hanno ribadito che, in caso di negoziati, l’Islanda chiederebbe di mantenere il controllo completo sul settore. Gudrún Hafsteinsdóttir, leader del partito conservatore di opposizione Indipendenza, ha dichiarato che l’Islanda «non accetterà mai» di condividere il proprio settore della pesca con altri paesi. La ministra degli Esteri Thorgerdur Katrín Gunnarsdóttir, esponente del partito liberale Rinascita e tra le più filoeuropee, ha detto che, se si fossero riaperti i negoziati, Reykjavík avrebbe comunque chiesto di mantenere il controllo totale sulla pesca.

Prima del voto, il commissario europeo alla Pesca, Costas Kadis, aveva aperto alla possibilità di concessioni, ma la Commissione Ue ha anche fatto capire che un’esenzione totale non sarà possibile. Questo messaggio ha rafforzato la percezione che l’adesione comporterebbe compromessi inaccettabili per un settore considerato strategico e identitario.

Geografia del voto: Reykjavík per il Sì, il resto del paese per il No

La mappa del voto racconta due Islande. Il Sì ha vinto nei due collegi della capitale, Reykjavík Nord e Reykjavík Sud, dove il tessuto economico è più diversificato e la popolazione è più giovane e cosmopolita. Il No ha invece prevalso in tutte le altre circoscrizioni, in particolare nelle zone più legate all’industria della pesca, come la regione che guarda verso la Groenlandia, dove il No ha raggiunto il 62,87%.

Questa distribuzione conferma che il voto è stato fortemente condizionato da fattori economici locali: nelle aree dove la pesca è il motore dell’occupazione e delle esportazioni, la paura di perdere il controllo sulle risorse marine ha spinto gli elettori verso il No. Nella capitale, invece, hanno pesato di più argomenti come la stabilità monetaria, l’influenza sulle regole Ue e la dimensione geopolitica.

Sicurezza, Artico e la “variabile Trump”: perché la paura non ha bastato

Il sostegno all’Ue era cresciuto dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina nel 2022, in un contesto di crescente tensione nell’Artico, dove la Russia ha aumentato le proprie rivendicazioni. L’Islanda, pur membro della NATO, non ha un esercito proprio e per la difesa dipende dagli Stati Uniti, in base a un accordo del 1951. Il contesto di sicurezza intorno all’Islanda si è fatto più teso negli ultimi anni, e il referendum si è svolto in un’atmosfera segnata dalle notizie sull’Artico e sulla Groenlandia. Gli Stati Uniti stanno pianificando un’espansione significativa della propria presenza militare in Groenlandia: durante un’audizione al Congresso, il generale Gregory M. Guillot ha confermato che Washington sta negoziando con la Danimarca l’accesso a nuove basi, incluse alcune strutture dismesse da decenni, con l’obiettivo di avere “più porti, più piste aeree e maggiori opzioni operative” nell’Artico. Lo scioglimento dei ghiacci, accelerato dal cambiamento climatico, sta aprendo nuove rotte commerciali e rendendo accessibili risorse naturali finora difficili da sfruttare, tra cui minerali rari e idrocarburi, trasformando la regione in una nuova frontiera della competizione tra grandi potenze, con Russia e Cina che aumentano la loro presenza.

In questo quadro, la Groenlandia – territorio autonomo del Regno di Danimarca – assume un valore strategico crescente, sia per le rotte commerciali settentrionali, che riducono significativamente i tempi di navigazione tra Asia ed Europa, sia per le sue risorse naturali, in particolare le terre rare, fondamentali per tecnologie avanzate come batterie, semiconduttori e sistemi militari. L’espansione militare americana si inserisce in un quadro politico delicato: il riferimento giuridico è l’accordo di difesa del 1951 tra Stati Uniti e Danimarca, che concede a Washington ampi margini operativi sull’isola, rendendo difficile per Copenaghen opporsi concretamente ai piani americani. La premier danese Mette Frederiksen si trova così in una posizione complessa, tra la necessità di mantenere relazioni con l’alleato americano e la pressione interna e internazionale per difendere la sovranità territoriale e rispondere alle preoccupazioni della popolazione groenlandese, in gran parte Inuit, che teme impatti ambientali e sociali.

Le minacce del presidente statunitense Donald Trump di annettere la vicina Groenlandia – e i suoi ripetuti errori nel confondere Groenlandia e Islanda – avevano reso più urgente il tema della sicurezza, soprattutto dopo le sue dichiarazioni passate sull’acquisto dell’isola e gli scenari coercitivi evocati, che hanno lasciato strascichi profondi nei rapporti transatlantici. Benché faccia parte della NATO, l’Islanda non ha un esercito proprio, e per la difesa dipende dagli Stati Uniti, che si sono impegnati a difenderla con un accordo del 1951; la prima ministra Frostadóttir ha riconosciuto che molti islandesi sono preoccupati dalla situazione, e sostiene che l’Islanda dovrebbe entrare nell’Unione Europea anche per avere un po’ di sicurezza e stabilità.

Nonostante questo, la vittoria del No è letta come un segnale che le questioni economiche sono state percepite come più concrete e immediate di quelle di sicurezza. La prima ministra Frostadóttir aveva sostenuto che l’Islanda dovrebbe entrare nell’Ue anche per avere più sicurezza e stabilità, riconoscendo le preoccupazioni dei cittadini. Tuttavia, per molti elettori, la prospettiva di cedere parte del controllo sulla pesca è apparsa un prezzo troppo alto da pagare, anche in un contesto geopolitico incerto.

Perché alcuni volevano i negoziati: inflazione, corona e influenza sulle regole Ue

Dopo il 2021, in Islanda l’inflazione è rimasta stabilmente sopra il 5%, con picchi del 10%, mentre il valore della corona ha continuato a oscillare fortemente. Adottare l’euro e integrarsi pienamente nel mercato unico avrebbe potuto offrire una valuta più stabile e contribuire a ridurre l’inflazione.

Inoltre, l’Islanda già si adegua a molte regole Ue per accedere al mercato unico, ma senza poter influire sulla loro formazione. Entrare nell’Ue avrebbe dato a Reykjavík la possibilità di partecipare, almeno in parte, al processo decisionale europeo, riducendo il deficit di influenza. Infine, gli accordi attuali non proteggono pienamente l’Islanda da eventuali dazi o misure protezionistiche da parte dell’Ue: l’adesione avrebbe offerto maggiore certezza giuridica e commerciale.

Storia altalenante di un rapporto con l’Europa: dal 2009 a oggi

L’Islanda è diventata indipendente dalla Danimarca nel 1944 e, da allora, il suo rapporto con l’integrazione europea è stato altalenante. Non c’è mai stato un referendum per decidere se diventare membro a tutti gli effetti, ma negli anni gli approcci sono cambiati. La domanda di adesione fu presentata nel 2009, durante una gravissima crisi economica e finanziaria in cui fallirono varie banche e la corona perse fino al 70% del suo valore.

I negoziati procedettero bene per qualche anno, ma nel 2013 andò al governo una coalizione euroscettica: con le condizioni economiche migliorate, l’urgenza di entrare nell’Ue svanì e, nel 2015, la domanda di adesione fu formalmente ritirata. Il referendum del 2026 ha quindi riaperto un capitolo mai davvero chiuso, ma il risultato conferma che, per ora, l’Islanda preferisce restare fuori, pur mantenendo i legami economici e di circolazione con l’Europa.

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