Elon Musk ha confermato che lascerà il suo incarico come capo del DOGE, il Dipartimento per l’Efficienza del Governo, un organismo creato su misura per lui dall’amministrazione Trump con l’obiettivo di riformare radicalmente la macchina statale. Il ruolo era stato pensato come temporaneo, e la sua scadenza è fissata per il 30 maggio. Musk ricopriva la carica con lo status di “impiegato speciale del governo”, che gli consentiva di operare all’interno dell’amministrazione senza essere soggetto ai vincoli finanziari e ai conflitti di interesse previsti per i funzionari ordinari. La legge gli permetteva di lavorare al massimo per 130 giorni all’anno. In passato l’amministrazione aveva cercato di aggirare questa regola, ipotizzando di conteggiare solo i giorni lavorativi, ma il tentativo è stato abbandonato.
Contrasti interni e risultati deludenti
Negli ultimi mesi, Musk aveva già ridotto notevolmente il suo coinvolgimento. La sua uscita segna una netta presa di distanza dalla politica, dopo una fase di forte sostegno a Trump. Le motivazioni sembrano essere due: da un lato la necessità di concentrarsi sulle sue aziende, che hanno sofferto in termini di immagine a causa del suo ruolo politico; dall’altro, i contrasti con diversi esponenti dell’amministrazione e la mancanza di risultati concreti da parte del DOGE. L’unico impatto tangibile dell’iniziativa è stato lo smantellamento dell’USAID, l’agenzia per gli aiuti internazionali. Per il resto, il dipartimento si è distinto per licenziamenti arbitrari in vari uffici federali, spesso annullati dai tribunali. La promessa rivoluzionaria si è così conclusa con un bilancio scarso e una ritirata silenziosa.






