L’idea che le mafie italiane abbiano imposto un “veto” alla diffusione del fentanyl è un’ipotesi suggestiva e riportata da molti, ma al momento non è sostenuta da prove documentali o investigative. I dati disponibili indicano invece che la scarsa presenza della sostanza in Italia è coerente con una tendenza europea più ampia, legata soprattutto a mercati della droga e abitudini di consumo diversi da quelli degli Stati Uniti.
Un’ipotesi diventata virale
Negli ultimi mesi è tornata con forza la domanda su perché l’Italia non abbia finora conosciuto un’emergenza sanitaria paragonabile a quella provocata dal fentanyl negli Stati Uniti. A rilanciare il tema è stato un articolo dell’Economist, secondo cui la criminalità organizzata italiana potrebbe avere un interesse concreto a mantenere l’oppioide sintetico lontano dalle piazze di spaccio del Paese.
La tesi è stata attribuita anche a Roberto Saviano e al procuratore antimafia Nicola Gratteri. Saviano l’aveva presentata con toni molto decisi su Repubblica, mentre Gratteri aveva spiegato che il mercato europeo del fentanyl appare più limitato e rischioso rispetto a quello della cocaina: secondo il magistrato, la sostanza «uccide facilmente, destabilizza la clientela e attira una pressione investigativa e sanitaria altissima».
L’ipotesi è stata poi ripresa da più testate e da contenuti sui social, incluso un post di Pulp Podcast che riprendeva l’articolo del the economist. In quella ricostruzione, le mafie non avrebbero ovviamente un motivo etico ma strettamente economico per evitare il fentanyl: una droga capace di uccidere rapidamente i consumatori ridurrebbe la base di clienti e destabilizzerebbe il mercato; allo stesso tempo, un’ondata di overdose attirerebbe un’attenzione politica, sanitaria e investigativa tale da rendere l’attività molto più pericolosa.
Cosa dicono i dati italiani
Il punto di partenza della discussione è reale: in Italia il fentanyl non ha prodotto, almeno finora, un numero di morti paragonabile a quello registrato negli Stati Uniti. Secondo la Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze riferita al 2025, le morti imputate al fentanyl sono state cinque, contro le due del 2024: un aumento, ma un livello ancora molto basso
Il dato, tuttavia, non dimostra da solo l’esistenza di un accordo mafioso. Può essere letto, più prudentemente, come l’indicazione che il fentanyl non è ancora entrato in modo significativo nei circuiti di consumo e spaccio italiani. La relazione governativa fotografa infatti un quadro nazionale in cui cocaina e altre sostanze restano centrali, mentre il fentanyl rappresenta una minaccia potenziale più che un’emergenza già consolidata.
È importante non trasformare l’assenza di un’emergenza nella prova di una causa precisa. Il fatto che in Italia ci siano poche morti o pochi sequestri può dipendere da molti fattori: minore disponibilità della sostanza, minore domanda, diversa composizione del mercato degli oppioidi, modalità di rilevazione dei dati e capacità delle reti criminali di privilegiare mercati più consolidati.
La tesi del “veto”
Secondo l’Economist, le organizzazioni criminali italiane avrebbero due ragioni principali per tenere il fentanyl fuori dal mercato nazionale. La prima sarebbe commerciale: vendere una sostanza così letale significherebbe perdere clienti e rendere meno stabile e meno redditizio il traffico nel lungo periodo. La seconda sarebbe strategica: un’emergenza da fentanyl provocherebbe probabilmente controlli più severi, indagini più intense e una risposta politica molto più aggressiva.
È una spiegazione che ha una logica. Il fentanyl è un oppioide sintetico estremamente potente: dosi molto piccole possono provocare un’overdose, e la sostanza viene talvolta nascosta in pillole contraffatte oppure miscelata ad altre droghe senza che il consumatore ne sia consapevole. Per questo la sua diffusione su larga scala avrebbe conseguenze sanitarie immediate e molto visibili
Al momento questa ricostruzione, per quanto plausibile sul piano teorico, non è accompagnata da evidenze concrete. Non esistono, finora, documenti, intercettazioni, atti di indagine o confessioni che dimostrino un accordo tra Cosa Nostra, Camorra, ’Ndrangheta e altre organizzazioni per escludere collettivamente il fentanyl dai rispettivi mercati. Lo stesso Economist riconosce che non ci sono prove di intese di questo tipo.
Perché gli esperti sono scettici
Federico Varese, professore di criminologia presso Sciences Po di Parigi, ha contestato la lettura secondo cui il basso numero di morti italiane richiederebbe necessariamente una spiegazione eccezionale. A suo avviso, i dati italiani sono sostanzialmente coerenti con quelli di altri Paesi europei, anche se il confronto è complicato dal fatto che ciascun Paese utilizza criteri di rilevazione diversi.
L’Economist avrebbe inoltre costruito un confronto poco rappresentativo, mettendo accanto i dati italiani e quelli tedeschi. La Germania registra numeri più alti, ma questo non dimostra che l’Italia sia un’anomalia europea: Paesi come Spagna e Francia mostrano anch’essi livelli molto contenuti, pur con sistemi di raccolta dei dati non perfettamente sovrapponibili.
Varese ha anche osservato che le mafie non hanno mai mostrato una riluttanza di principio verso il traffico di sostanze pericolose. Il coinvolgimento delle organizzazioni criminali italiane nel commercio internazionale di cocaina è ampiamente documentato; alcune indagini stanno inoltre esaminando il possibile ruolo della criminalità organizzata nello spaccio di crack, una derivata della cocaina considerata particolarmente dannosa.
Il problema dei numeri tedeschi
Uno degli elementi più deboli della narrazione del “veto” riguarda proprio l’uso dei dati sulla Germania. L’Economist avrebbe citato 95 morti legate al fentanyl nel 2024, presentandole come un termine di paragone che renderebbe il caso italiano particolarmente eccezionale. Secondo Varese, però, il dato corretto è 98 e non indica le morti causate esclusivamente dal fentanyl.
Quel numero comprende le persone decedute nelle cui analisi tossicologiche era stata rilevata la presenza del fentanyl. In 76 casi erano presenti anche altre sostanze: le intossicazioni in cui era stato individuato soltanto il fentanyl scenderebbero quindi a 22. E, anche in questi casi, non è possibile affermare con certezza che il fentanyl sia stato la causa diretta della morte, perché mancano accertamenti tossicologici più specifici.
Lo stesso limite vale, in parte, per Francia e Spagna. In Francia le rilevazioni sono disponibili solo per alcune regioni e indicano pochi casi all’anno; in Spagna, come negli altri Paesi, è difficile stabilire con precisione il rapporto causale tra consumo della sostanza e decesso. Usare questi dati come se fossero omogenei rischia quindi di amplificare artificialmente la distanza tra l’Italia e il resto d’Europa
Perché il fentanyl è così pericoloso
Il fentanyl è un farmaco oppioide sintetico impiegato legittimamente in medicina, soprattutto per il trattamento del dolore intenso e in ambito anestesiologico. Produce effetti simili a quelli della morfina, ma con una potenza molto superiore: questa caratteristica lo rende utile in contesti clinici controllati e, allo stesso tempo, estremamente rischioso quando circola illegalmente.
La sua pericolosità dipende dalla facilità con cui una quantità minima può provocare un’overdose. Nel mercato illecito il rischio aumenta perché la sostanza può essere aggiunta a eroina, cocaina o altre droghe per aumentarne gli effetti, oppure inserita in pillole contraffatte che imitano farmaci comuni. In entrambi i casi il consumatore può non sapere di assumerla e non essere in grado di dosarla.
Negli Stati Uniti la diffusione del fentanyl è il risultato di una lunga crisi degli oppioidi, iniziata negli anni Novanta. La commercializzazione dell’OxyContin, un antidolorifico oppioide prodotto da Purdue Pharma, fu accompagnata da una promozione aggressiva e dalla minimizzazione del rischio di dipendenza; quando l’accesso al farmaco fu limitato, molte persone dipendenti si orientarono verso eroina e, progressivamente, verso il fentanyl.
L’Europa è diversa
Una spiegazione della scarsa diffusione del fentanyl in Italia potrebbe non essere un presunto accordo tra mafie, ma la diversa struttura del mercato europeo degli oppioidi. In molti Paesi europei l’eroina è rimasta disponibile e non è stata sostituita su larga scala dal fentanyl, mentre negli Stati Uniti la crisi degli oppioidi ha creato le condizioni perché la sostanza diventasse dominante in vaste fasce del mercato illegale.
Questo non significa che l’Italia sia immune. Il primo ritrovamento di una traccia di fentanyl in una dose di eroina è avvenuto nel 2024 a Perugia, un segnale che va tenuto sotto osservazione. La presenza isolata della sostanza non equivale a un’epidemia, ma dimostra che il rischio di infiltrazione nei circuiti di spaccio esiste.
La differenza tra Stati Uniti ed Europa non va quindi letta come una garanzia permanente. I mercati della droga cambiano rapidamente, le sostanze sintetiche si adattano alle richieste dei consumatori e le reti criminali possono modificare le proprie strategie in base a profitto, rischio e disponibilità delle materie prime. Per questo il monitoraggio dei sequestri, delle analisi tossicologiche e delle segnalazioni sanitarie resta essenziale.
Il furto all’Ospedale Israelitico
L’allarme sul fentanyl in Italia è diventato più concreto anche a causa del furto di 80 fiale di Fentanest, un anestetico a base di fentanyl, dalla farmacia dell’Ospedale Israelitico di Roma. Secondo le prime stime riportate all’epoca, la quantità sottratta sarebbe stata sufficiente per confezionare fino a circa 20mila dosi destinate potenzialmente al mercato illegale.
L’episodio ha provocato una reazione istituzionale immediata, con una riunione d’urgenza convocata a Palazzo Chigi e la partecipazione di ministero della Salute, Direzione centrale per i Servizi antidroga, Regione Lazio e Dipartimento per le politiche contro le dipendenze. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per furto e detenzione ai fini di spaccio, mentre i Carabinieri del NAS hanno avviato le verifiche necessarie.
Per il furto sono state indagate due persone che lavoravano come custodi nella struttura. Il caso ha evidenziato non soltanto il rischio legato alla circolazione illecita del fentanyl, ma anche la vulnerabilità della filiera legale: un farmaco ad altissimo rischio, pur custodito in un ospedale, può diventare un obiettivo per chi cerca di immetterlo nel mercato nero.
Cosa è cambiato dopo il furto
Dopo l’accaduto, il ministero della Salute ha rafforzato le indicazioni sulla custodia dei medicinali contenenti sostanze stupefacenti e psicotrope. Le strutture sanitarie sono state invitate a conservare questi farmaci in armadi chiusi a chiave, separati dagli altri medicinali, e a rendere più rigoroso il controllo delle giacenze.
È stata inoltre raccomandata la coincidenza tra il responsabile del controllo e dello stoccaggio e il detentore delle chiavi, una misura pensata per ridurre le possibilità di accesso non autorizzato. L’obiettivo è duplice: proteggere la salute pubblica e impedire che furti o irregolarità nella gestione ospedaliera possano alimentare il mercato illegale.
Negli ultimi dieci anni sono stati registrati circa una ventina di episodi simili, cioè furti o dispersioni di oppioidi da strutture sanitarie. Non sono necessariamente segnali di una diffusione già avviata del fentanyl, ma indicano che il controllo della filiera legale è una parte fondamentale della prevenzione.
Perché la distinzione conta
Dire che le mafie potrebbero avere un interesse a evitare il fentanyl non è la stessa cosa che dimostrare che abbiano imposto un veto. La prima è un’ipotesi economica e criminologica; la seconda sarebbe un fatto rilevante, che richiederebbe prove concrete su accordi, comunicazioni, meccanismi di controllo o decisioni condivise tra organizzazioni criminali.
Confondere i due piani rischia di produrre una spiegazione troppo semplice di un fenomeno complesso. Il basso numero di morti da fentanyl in Italia è un dato importante, ma va spiegato alla luce del mercato europeo degli oppioidi, delle abitudini di consumo, della disponibilità di eroina e delle modalità con cui i Paesi rilevano le morti e le intossicazioni.
La prudenza è particolarmente necessaria quando una tesi viene ripetuta fino a sembrare acquisita. L’idea del “veto mafioso” può avere un forte impatto narrativo, anche per il richiamo a Il Padrino e all’immagine di un crimine organizzato che rifiuta certi affari per principi distorti. Ma, allo stato attuale delle conoscenze, si tratta di un’ipotesi non provata, non di una spiegazione accertata.
Un rischio da non sottovalutare
Il fatto che la tesi della mafia non sia provata non riduce l’importanza della prevenzione. Il fentanyl resta una delle sostanze più pericolose che possano entrare nei mercati illegali, perché la sua potenza rende difficilissimo dosarlo in sicurezza e perché può essere nascosto in altre droghe senza che il consumatore lo sappia
L’Italia deve quindi continuare a rafforzare i controlli sulle farmacie ospedaliere, migliorare il monitoraggio delle sostanze presenti nelle analisi tossicologiche, potenziare i sequestri e garantire una risposta sanitaria rapida in caso di comparsa della sostanza nelle piazze di spaccio. Queste misure sono più solide di una spiegazione basata su un presunto patto tra mafie, per il quale non esistono ancora prove.
In sintesi: non ci sono elementi sufficienti per affermare che la mafia stia “tenendo il fentanyl fuori dall’Italia”. L’ipotesi esiste, è stata sostenuta da voci autorevoli e ripresa dall’Economist, ma resta non dimostrata; la spiegazione più verificabile è che il mercato italiano e europeo degli oppioidi si è sviluppato in modo diverso da quello statunitense, dove il fentanyl ha trovato le condizioni per diffondersi su larga scala.





