In Turchia è esploso, tra la fine di agosto e la metà di settembre 2026, uno dei più gravi scandali finanziari degli ultimi decenni: una bolla speculativa alimentata da sette società di gestione di fondi d’investimento, con attività complessive stimate tra i 18 e i 20 miliardi di dollari, è collassata trascinando nella crisi quasi mezzo milione di piccoli risparmiatori e coinvolgendo esponenti di primo piano della politica, della diplomazia e dell’accademia turca. Le autorità hanno disposto la liquidazione di 131 fondi, mentre la giustizia ha già arrestato oltre 45 persone, portato a 217 il numero totale dei sospettati e avviato indagini su manipolazione di mercato, frode, crimine organizzato e violazione della normativa sui mercati dei capitali.
La genesi della bolla: come sette società hanno gonfiato artificialmente il mercato azionario turco
La bolla ha preso forma circa due anni fa, quando sette società finanziarie – Tera Yatırım, Pusula Finans Holding, Hedef, Bulls Yatırım, Atlas, A1 Capital e Pardus – hanno cominciato a investire, tramite i loro fondi d’investimento, in azioni di aziende poco scambiate sulla Borsa di Istanbul. Si trattava di titoli illiquidi, con volumi di scambio ridotti: anche acquisti relativamente modesti erano sufficienti a farne schizzare i prezzi. I fondi, acquistando massicciamente queste azioni, ne hanno gonfiato le quotazioni in modo artificiale, creando l’illusione di rendimenti straordinari e attirando così nuovi investitori. Il meccanismo si è autoalimentato: più affluivano capitali, più le società potevano acquistare ulteriori titoli, innescando una spirale di crescita apparentemente inarrestabile.
La crescita era talmente robusta che la società di investimento Hedef, una delle sette coinvolte e che gestiva vari fondi, è diventata per un breve periodo la seconda società per capitalizzazione alla Borsa di Istanbul. Alcuni gestori di fondi si sono persino indebitati, offrendo in garanzia i titoli in portafoglio per poter acquistare ancora più azioni, in una leva finanziaria sempre più rischiosa. Le valutazioni gonfiate miglioravano artificialmente i rendimenti riportati dai fondi, attirando nuovi risparmiatori il cui denaro veniva reinvestito negli stessi titoli o in azioni collegate, in un circuito che ricordava da vicino la dinamica degli schemi Ponzi.
I primi segnali d’allarme: i warning di MSCI e le prime indagini della magistratura
La crescita anomala non è passata inosservata agli osservatori internazionali. Già a giugno 2026, il gruppo finanziario MSCI, fornitore globale di indici di riferimento per gli investitori istituzionali, aveva segnalato i rischi nell’investire nella Borsa turca, ipotizzando una possibile manipolazione coordinata dei prezzi di alcune azioni. MSCI ha messo in guardia su “possibili operazioni coordinate” che coinvolgevano partecipazioni di fondi legate a società turche di minori dimensioni quotate in Borsa, affermando che ciò poteva distorcere i prezzi. All’epoca, MSCI non aveva fatto i nomi di Tera né di altre società, ma il segnale era chiaro: c’era qualcosa di profondamente distorto nel mercato.
Il titolo Tera, ad esempio, ha guadagnato oltre il 50.000% dal debutto in Borsa al picco, un’impennata insostenibile senza manipolazione. Dopo che i regolatori turchi hanno irrigidito in agosto le norme sui fondi di investimento, il crollo delle azioni si è accentuato. MSCI ha fatto sapere che potrebbe valutare ulteriori interventi sul trattamento dei titoli turchi nei propri indici se, in vista della revisione di novembre, dovesse riscontrare progressi insufficienti. Nel frattempo, la magistratura turca ha avviato le prime indagini su alcune operazioni sospette, ma la bolla continuava a gonfiarsi.
Lo scoppio della bolla: il default di Pusula e Tera, la corsa agli sportelli e il crollo verticale delle quotazioni
La bolla è scoppiata a metà settembre 2026, quando la società finanziaria Pusula, che gestiva vari fondi, non è stata in grado di eseguire i pagamenti previsti ad alcuni investitori che avevano richiesto il rimborso. Il 16 settembre, la divisione di gestione dei fondi di Tera Yatırım ha dichiarato di non essere riuscita a effettuare alcuni pagamenti a causa dei riscatti da due suoi fondi, mentre anche Pusula Portföy ha segnalato ritardi. Il panico si è rapidamente diffuso: i risparmiatori hanno chiesto massicciamente il ritiro dei capitali anche dagli altri fondi, innescando vendite forzate e un crollo verticale delle quotazioni.
Le azioni di Hedef, per esempio, sono scese al prezzo di 8 lire turche: ad agosto avevano raggiunto il picco a oltre 360 lire, un crollo del 97,8% in poche settimane. L’indice Borsa Istanbul All Shares è sceso del 12% dall’inizio della settimana dello scoppio della crisi, con circa 50 titoli che hanno perso il 40% o più. La Borsa di Istanbul ha escluso 27 aziende dal BIST 100, il principale indice di riferimento della Borsa, mentre la Commissione per i mercati finanziari (SPK), l’ente di vigilanza, ha disposto la sospensione delle negoziazioni e la liquidazione dei 131 fondi gestiti dalle sette società incriminate.
L’intervento delle autorità: la “quarantena finanziaria” di Şimşek e la liquidazione dei 131 fondi
Di fronte al rischio di un contagio sistemico, la Commissione per i mercati finanziari è intervenuta a fine settembre disponendo la liquidazione dei 131 fondi d’investimento. Il ministro delle Finanze Mehmet Şimşek ha paragonato la decisione a una sorta di “quarantena finanziaria”, destinata a durare sei mesi e a permettere la vendita graduale degli asset per rimborsare, per quanto possibile, gli investitori. “Abbiamo messo in quarantena l’area problematica”, ha dichiarato il ministro in un’intervista televisiva, sottolineando che i fondi interessati rappresentano solo il 10% del settore delle società d’investimento.
Il processo di liquidazione, supervisionato dalla banca privata İşbank e dalla banca pubblica Ziraat Bank, prevede che le autorità svolgano una progressiva vendita dei beni posseduti dai fondi e che utilizzino i proventi per rimborsare gli investitori in modo proporzionale alle loro quote. Tuttavia, la liquidazione ha un problema strutturale: le cifre raccolte non permettono di ripagare totalmente gli investitori. Il ministro Şimşek ha stimato il valore complessivo dei fondi in 18,3 miliardi di dollari (15,9 miliardi di euro) e ha aggiunto di non aspettarsi che la crisi si estenda all’intero mercato finanziario turco, ma la sfiducia degli investitori rimane alta.
L’inchiesta penale: 217 sospettati, 56 in carcere, 88 agli arresti domiciliari e oltre 45 arresti già eseguiti
Parallelamente all’intervento regolatorio, la magistratura turca ha avviato un’inchiesta penale su vasta scala. Il 19 settembre sono stati fermati i vertici di Pusula e Tera; il 23 settembre è scattato l’arresto del presidente di Tera, Emre Tezmen, e di altri quattro dirigenti, tra cui i fratelli Kerem ed Emre Alkin, membri del consiglio di amministrazione della stessa società. Kerem Alkin è stato ambasciatore turco all’OCSE tra il 2021 e il 2024; Emre Alkin è un noto economista, rettore dell’università Topkapı di Istanbul e commentatore televisivo. Il fondatore di Tera Yatırım, Emre Tezmen, resterà in detenzione cautelare in attesa di processo.
A fine settembre il numero degli arrestati ha superato le 45 unità, mentre le indagini hanno raggiunto i 217 sospettati, di cui 56 in carcere in attesa di processo e 88 agli arresti domiciliari o con obblighi di firma. Il 30 settembre, il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha annunciato l’ordine di detenzione per altri 34 sospettati, portando il totale delle persone targettizzate dall’inchiesta a 217. Le autorità stanno anche esaminando l’attività di trading in 26 azioni quotate alla Borsa di Istanbul ritenute oggetto di transazioni manipolative, nonché i trasferimenti di denaro e criptovalute verso l’estero dal 2024, per verificare se siano stati spostati asset fuori dal Paese.
I nomi illustri coinvolti: la vicepresidente dell’AKP, l’ex ambasciatore all’OCSE e l’economista televisivo
Lo scandalo ha travolto anche esponenti di spicco del partito di governo AKP. Fatma Betül Sayan Kaya, vicepresidente dell’AKP e ex ministro, si è dimessa dopo che l’opposizione l’ha accusata di essersi arricchita investendo nei fondi prima del crollo. I procuratori hanno congelato e poi parzialmente revocato i blocchi sui beni di decine di società e fondi legati all’inchiesta, mentre la giustizia ha avviato procedimenti per crimine organizzato, frode, danneggiamento dello Stato e violazione della legge sui mercati dei capitali. Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha ribadito che “tutti coloro che sono coinvolti in irregolarità, corruzione o abusi saranno chiamati a rispondere”.
Durante le indagini su TERA, una delle sette società finanziarie coinvolte e quella più esposta, la polizia ha arrestato il suo presidente Emre Tezmen e due membri del consiglio di amministrazione, i fratelli Kerem e Emre Alkin. Kerem Alkin, ambasciatore all’OCSE fino al 2024, e Emre Alkin, economista di fama e rettore universitario, rappresentano il volto più visibile dell’intreccio tra potere politico, élite finanziaria e accademia. La loro implicazione ha sollevato interrogativi sulla permeabilità delle istituzioni turche agli interessi privati e sulla capacità del sistema di garantire trasparenza e tutela dei risparmiatori.
Le conseguenze economiche: il rischio per la credibilità della Turchia e il fragile processo di normalizzazione
Le ripercussioni dello scandalo minacciano di compromettere il faticoso processo di normalizzazione economica avviato dalla Turchia negli ultimi anni sotto la guida del ministro Şimşek. Dopo anni di politiche monetarie alquanto discutubili volute dal presidente Recep Tayyip Erdoğan – caratterizzate da tassi di interesse artificialmente bassi nonostante un’inflazione alle stelle, che ha toccato l’85% alla fine del 2022 – Ankara aveva cercato di riguadagnare la fiducia degli investitori internazionali con un ritorno a ricette più ortodosse. La crisi dei fondi, però, riaccende i dubbi sulla solidità del sistema finanziario turco e sulla capacità delle autorità di garantire trasparenza e tutela dei risparmiatori.
Il contesto rimane delicato: l’inflazione, sebbene in calo rispetto ai picchi del biennio 2022-2023, resta elevata; la lira turca continua a essere debole; e la crescita del PIL, sostenuta da misure espansive e sussidi, nasconde tensioni sociali e un potere d’acquisto eroso. La bolla speculativa, in questo quadro, appare come l’ultimo episodio di una serie di distorsioni economiche e finanziarie accumulate nell’ultimo decennio, tra populismo, interventismo statale e scarsa indipendenza delle istituzioni di vigilanza. La Commissione per i mercati finanziari, ad esempio, non è un ente indipendente, ma risponde alle logiche politiche dettate dal presidente Erdoğan, che ha più volte licenziato governatori della banca centrale contrari alle sue direttive.
Il piano di risarcimento: rimborsi parziali, appelli “solidali” e la proposta per i piccoli investitori
Uno dei nodi più delicati della crisi è il destino dei risparmiatori. Le autorità hanno chiarito che i proventi della liquidazione non basteranno a ripagare integralmente gli investitori. Per attenuare le perdite, è stato lanciato un insolito appello “solidale”: chi ha disinvestito prima del crollo, realizzando profitti, è invitato – senza obbligo – a restituire una parte delle somme ottenute, da redistribuire tra chi ha subito perdite. È allo studio anche una misura che garantirebbe un rimborso immediato e integrale a chi deteneva quote inferiori a un milione di lire turche (circa 18mila euro), limitando i tagli agli investitori più esposti. Non è però chiaro come questa misura verrebbe finanziata, né quali garanzie offrirebbe ai piccoli risparmiatori.
Il ministro Şimşek ha cercato di tranquillizzare la popolazione, dicendo che non c’è il rischio che la crisi diventi sistemica, cioè che contagi e danneggi altri investitori o altri settori dell’economia. Ha spiegato che le società coinvolte rappresentano solo una piccola parte del settore delle società d’investimento. Tuttavia, la portata dello scandalo – mezzo milione di investitori, 18 miliardi di euro di attività, decine di arresti e indagini su oltre 200 persone – solleva interrogativi sulla trasparenza dei mercati, sulla solidità della vigilanza e sulla capacità dello Stato di tutelare i risparmiatori.
Le radici delle politiche economiche di Erdoğan: pensioni anticipate, tassi bassi e la spirale inflattiva
Per comprendere appieno il terreno su cui è germogliata la bolla, occorre guardare alle scelte di politica economica degli ultimi anni. Nel dicembre 2022, Erdoğan annunciò la fine del requisito dell’età per andare in pensione: bastano 20-25 anni di contributi per chi ha iniziato a lavorare prima del settembre 1999. La misura, estremamente generosa, avrebbe consentito a oltre 2 milioni di turchi di ritirarsi immediatamente, con un costo stimato in oltre 100 miliardi di lire turche l’anno (circa 5 miliardi di euro). Una riforma insostenibile nel lungo periodo, ma funzionale a consolidare il consenso in vista delle elezioni.
Sul fronte monetario, Erdoğan ha imposto per anni tassi di interesse bassissimi, contro ogni logica economica tradizionale, pur di sostenere la crescita e le esportazioni in un contesto di inflazione galoppante. La banca centrale, priva di indipendenza, ha eseguito le direttive presidenziali, abbassando i tassi mese dopo mese mentre tutte le altre banche centrali occidentali li alzavano per raffreddare l’economia. Il risultato è stato un’economia “surriscaldata”, con prezzi in rapida ascesa, potere d’acquisto in calo e una popolazione sempre più impoverita e sfiduciata verso il governo.
La riforma delle pensioni e la spirale prezzi-salari-prezzi: il costo del consenso elettorale
La riforma pensionistica del dicembre 2022 si inserisce in un quadro più ampio di misure populiste, volte a massimizzare il consenso in vista delle elezioni. Nello stesso periodo, Erdoğan ha anche aumentato per tre volte il salario minimo, portandolo a 8.500 lire turche al mese (circa 425 euro), nel tentativo di compensare l’inflazione. Tuttavia, in un contesto di prezzi in rapida ascesa e di politica monetaria controproducente, l’effetto benefico di questi aumenti è destinato a durare pochi mesi: le aziende, costrette a sostenere salari più alti, trasferiscono i costi sui prezzi, alimentando la cosiddetta “spirale prezzi-salari-prezzi” e accelerando ulteriormente l’inflazione.
Questa dinamica ha creato un terreno fertile per la bolla speculativa: da un lato, una popolazione impoverita e alla ricerca di rendimenti elevati per proteggere i propri risparmi; dall’altro, un sistema finanziario poco trasparente, con istituzioni di vigilanza subordinate al potere politico e una cultura della speculazione diffusa. La bolla dei fondi, in questo senso, non è un episodio isolato.





