Midterm USA 2026, oggi si vota: cosa c’è da sapere sulle elezioni di metà mandato e quali sono le strategie di Trump per non accettare un’eventuale sconfitta

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Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 non decidono la presidenza, ma possono decidere se Donald Trump continuerà a governare con un Congresso repubblicano o se dovrà affrontare, negli ultimi due anni del secondo mandato, una Camera e forse un Senato controllati dai democratici. Il presidente non può annullare unilateralmente una sconfitta: le elezioni federali sono organizzate soprattutto dagli Stati e la certificazione dei risultati segue procedure legali precise. Tuttavia, la sua amministrazione ha già predisposto una strategia articolata per trasformare un eventuale risultato avverso in una battaglia infinita su frodi, brogli, macchine vulnerabili, schede sospette e presunte interferenze straniere.

Il punto centrale non è soltanto vincere o perdere seggi. È mantenere il controllo della narrazione. Se i repubblicani dovessero perdere la Camera, e forse anche il Senato, Trump potrebbe non riconoscere una sconfitta netta, ma costruire un racconto alternativo: non avrebbe perso, sarebbe stato “derubato”; non avrebbe subito un verdetto degli elettori, ma sarebbe vittima di un complotto elettorale. È una strategia già sperimentata nel 2020, quando decine di cause furono respinte dai tribunali e la contestazione culminò nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. La differenza è che oggi Trump dispone direttamente della Casa Bianca, del Dipartimento di Giustizia e di una parte rilevante dell’apparato federale.

Il contesto: un referendum su Trump

Le Midterm si svolgono a metà del mandato presidenziale, esattamente due anni dopo l’elezione del presidente e due anni prima della successiva, e sono chiamate così perché si collocano “a metà strada” tra due elezioni presidenziali. Il 3 novembre gli americani rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, eletti ogni due anni in altrettanti collegi uninominali in cui vince chi ottiene anche un solo voto in più degli avversari, e 35 seggi del Senato su 100: i senatori restano in carica sei anni, ma ogni due anni si rinnova circa un terzo dell’aula; quest’anno sono 35 perché si aggiungono due elezioni suppletive, in Ohio per il seggio che apparteneva al vicepresidente J.D. Vance e in Florida per quello del segretario di Stato Marco Rubio.

Non si vota, invece, per il presidente: Donald Trump resterà in carica comunque. Ma il risultato determinerà chi guiderà Camera e Senato per i prossimi due anni, fino alle presidenziali del 2028, e quindi quanto sarà facile o difficile per lui governare. Se i repubblicani aumentassero i seggi, Trump avrebbe più margine per approvare leggi, confermare nomine e proteggere la propria agenda; se li perdessero, si troverebbe davanti a un Congresso capace di bloccare le sue iniziative, aprire indagini e sottoporre l’amministrazione a un controllo politico molto più incisivo.

La situazione di partenza è particolarmente difficile per il partito presidenziale. I repubblicani controllano oggi sia la Camera sia il Senato, ma con maggioranze risicate: alla Camera hanno 219 seggi contro 214 democratici, con due seggi vacanti, mentre al Senato i democratici ne hanno 47, considerando anche i due indipendenti Bernie Sanders e Angus King che votano spesso con loro. Per conquistare la maggioranza alla Camera i democratici devono guadagnare almeno quattro seggi; per il Senato ne servono quattro, perché con tre arriverebbero a 50 e il voto decisivo andrebbe al vicepresidente repubblicano Vance.

Le proiezioni disponibili prima del voto indicano uno scenario nettamente sfavorevole a Trump. I principali modelli statistici attribuiscono ai democratici oltre il 90 per cento di probabilità di prendere la Camera, con un esito medio intorno ai 240 seggi contro circa 195 repubblicani, e circa il 70 per cento di probabilità di conquistare anche il Senato, arrivando potenzialmente a 51 o 52 seggi. Nei sondaggi sul “generic ballot” — la domanda su quale partito si voterebbe per la Camera — i democratici sono avanti di oltre otto punti, un divario che a questa fase della campagna non si vedeva dal 2006, quando i democratici vinsero entrambe le camere sotto il presidente repubblicano George W. Bush.

Il malcontento verso Trump è uno dei fattori centrali. Secondo il tracker del New York Times, aggiornato al 2 novembre, la popolarità media del presidente è al 36 per cento, con il 61 per cento di disapprovazione; il dato è il più basso per un presidente prima di elezioni di metà mandato dall’epoca di Harry Truman nel 1946, con solo George W. Bush nel 2006 come paragone comparabile. Il sondaggio Reuters/Ipsos condotto dal 29 ottobre al 2 novembre attribuisce invece a Trump un consenso del 32 per cento, mentre sul voto per la Camera i democratici sono al 52 per cento contro il 44 per cento dei repubblicani

La pressione economica pesa particolarmente. Il caro vita, i prezzi della benzina e dei beni di consumo e la percezione di un paese coinvolto in troppi fronti internazionali hanno eroso il consenso anche tra elettori repubblicani: nel sondaggio New York Times/Siena, solo il 29 per cento approva la gestione del costo della vita da parte di Trump e oltre il 40 per cento dei repubblicani disapprova la sua gestione dei prezzi della benzina. Reuters aveva già rilevato a settembre che il sostegno al presidente era sceso al 32 per cento, il minimo della sua carriera politica, con una flessione anche tra gli stessi repubblicani e con gli elettori che tendevano a preferire i democratici alle Midterm. Nei giorni successivi la popolarità è rimasta stabile su livelli molto bassi, segno che il problema non appare transitorio ma strutturale.

Il voto, inoltre, non riguarda soltanto il Congresso. Oltre a Camera e Senato, gli americani eleggono i governatori di 36 Stati su 50 — compresi i tre più popolosi, California, Texas e Florida — e rinnovano molte cariche locali: membri dei parlamenti statali, sceriffi, componenti dei consigli scolastici e altre cariche amministrative. Si vota anche su più di 140 referendum in 40 Stati. Questo rende le Midterm un’appuntamento enorme, capace di ridefinire non solo il rapporto tra Trump e il Congresso, ma anche l’equilibrio di potere all’interno dei singoli Stati, dove si prendono molte delle decisioni più concrete su scuola, sanità, polizia, elezioni e diritti civili.

Il senso politico del voto è quindi chiaro: le Midterm funzionano come un referendum indiretto sull’amministrazione. Il partito del presidente va quasi sempre male a metà mandato, perché l’opposizione può criticare tutte le decisioni prese dall’inizio del governo; ma quest’anno la situazione è aggravata da una popolarità presidenziale ai minimi storici, da un malcontento economico diffuso e da una campagna internazionale percepita come instabile e costosa. Se i democratici vinceranno la Camera, il loro capogruppo Hakeem Jeffries dovrebbe diventare speaker: un ruolo molto più politico di quanto non sia in Italia, perché lo speaker decide quali leggi mettere ai voti e quando, guida la maggioranza, presiede le commissioni e può avviare indagini sull’amministrazione o persino una procedura di impeachment.

Cosa rischia Trump con una sconfitta

Se i democratici conquistassero la Camera, il presidente perderebbe lo strumento più immediato per approvare leggi e difendere la propria agenda. La maggioranza alla Camera controlla l’ordine del giorno, le commissioni, le audizioni, la richiesta di documenti e la possibilità di avviare indagini sull’esecutivo. Un Congresso democratico potrebbe interrogare funzionari, citare in giudizio l’amministrazione per l’ostruzione alla produzione di documenti, esaminare le decisioni su Iran, immigrazione, giustizia e sicurezza elettorale, e valutare persino procedure di impeachment.

Al Senato il calcolo è più complesso. I democratici partono da 47 seggi, considerando anche i due indipendenti che votano abitualmente con loro, e per avere la maggioranza devono guadagnare quattro seggi: con un pareggio 50-50, infatti, il voto decisivo spetterebbe al vicepresidente J.D. Vance, repubblicano. Per questo il Senato è il teatro più pericoloso per una lunga contestazione: pochi seggi, Stati decisivi, margini potenzialmente risicati e tempi di scrutinio diversi possono trasformare una notte elettorale in settimane di incertezza.

L’Alaska è il caso più esposto. Lo Stato utilizza il voto a preferenze successive: se nessun candidato supera il 50 per cento al primo scrutinio, il candidato meno votato viene eliminato e le sue preferenze vengono ridistribuite fino a quando restano due contendenti. Il conteggio delle preferenze successive inizia dopo circa quindici giorni, il che significa che il vincitore — e quindi forse il controllo del Senato — potrebbe essere noto solo dalla metà di novembre. In quell’intervallo, ogni ritardo, ogni riconteggio e ogni causa può diventare materia prima per l’accusa di frode.

La strategia legale: contestare prima di contare

La mossa più visibile dell’amministrazione è stata avviare cause elettorali prima ancora che i seggi chiudessero. Non si tratta di una reazione a un risultato, ma di una preparazione preventiva: l’obiettivo è creare precedenti, ritardi, sospetti e possibilità di ricorso anche prima che le schede siano conteggiate. Il Dipartimento di Giustizia ha promosso azioni in California e in Alaska, due fronti simbolicamente perfetti per una strategia di delegittimazione.

In California il Dipartimento di Giustizia ha chiesto di segregare e non contare le schede postali di circa 20.000 elettori che, secondo l’amministrazione, potrebbero essere non cittadini. La richiesta mirava a separare quelle schede prima che venissero mescolate alle altre, per poi eventualmente impedirne il conteggio fino a verifica della cittadinanza. Ma lo Stato ha respinto l’affermazione, sottolineando che l’elenco federale conteneva errori e che molte persone indicate erano cittadini americani oppure non avevano registrazioni elettorali attive.

I tribunali hanno dato torto alla Casa Bianca. Un giudice federale a Los Angeles, David Carter, ha respinto la richiesta; la Corte d’appello del Nono Circuito ha confermato la decisione con una maggioranza di due giudici su tre; infine la Corte Suprema, alla vigilia del voto, ha rifiutato di intervenire per bloccare il conteggio delle schede contestate. La decisione è arrivata senza dissensi pubblici e ha rappresentato una sconfitta importante per l’offensiva legale dell’amministrazione.

Il caso dell’Alaska è ancora più esplicito. Il Dipartimento di Giustizia ha chiesto di impedire la certificazione del risultato se il candidato repubblicano Dan Sullivan avesse perso, sostenendo che la presenza in scheda di un altro candidato con nome molto simile, Daniel J. Sullivan Jr., avrebbe potuto generare confusione. La giudice federale Sharon Gleason ha respinto la causa senza nemmeno un’udienza, osservando che l’amministrazione non aveva presentato un piano concretamente attuabile per separare le schede e indagare senza violare il segreto del voto.

Queste sconfitte giudiziarie non rendono la strategia inutile. Al contrario, esse possono alimentarla: ogni respingimento può essere presentato ai sostenitori come prova che “i giudici non vogliono guardare”, che “il sistema protegge i democratici” o che “la frode viene coperta”. È il meccanismo tipico della negazione elettorale: la mancanza di prove non chiude la disputa, ma viene reinterpretata come dimostrazione che le prove sono state nascoste.

Il Dipartimento di Giustizia come strumento politico

Nel 2020 il Dipartimento di Giustizia, allora guidato da William Barr, non trovò prove di una frode capace di cambiare l’esito presidenziale e non sostenne le tesi di Trump. Oggi la situazione istituzionale è diversa: l’amministrazione ha imposto un ministero della Giustizia in una posizione molto più attiva e politicizzata, trasformandolo in un attore centrale della battaglia elettorale.

Il Dipartimento ha annunciato l’impiego di circa mille osservatori elettorali in tutti i cinquanta Stati. In sé, la presenza di osservatori federali non è illegittima, ma il contesto conta: la stessa amministrazione ha diffuso affermazioni contestate sulla frode, ha minacciato azioni contro funzionari elettorali e ha promosso cause per limitare il conteggio di schede o la certificazione dei risultati. In un clima del genere, la presenza federale può essere percepita come intimidatoria, soprattutto nelle contee più fragili o già sotto pressione.

Il Dipartimento ha inoltre citato in giudizio circa trenta Stati e il Distretto di Columbia per ottenere liste elettorali non censurate, e ha inviato avvertimenti a funzionari che non avrebbero collaborato alle verifiche richieste. A Washington, ad esempio, il Dipartimento di Giustizia ha segnalato circa 400 persone come potenziali non cittadini presenti nelle liste elettorali, una pretesa contestata dallo Stato e dalle organizzazioni per i diritti degli immigrati. L’obiettivo dichiarato è la “sicurezza elettorale”; l’effetto pratico può essere quello di aumentare attrito, ritardi e paura tra amministratori elettorali, elettori e volontari.

Un giudice federale ha ordinato al Dipartimento di Giustizia di smettere di minacciare azioni penali contro funzionari elettorali della California che avessero disobbedito alle direttive federali. È un dettaglio importante: dimostra che la pressione non è stata soltanto retorica, ma è passata per lettere, minacce di indagine e richieste operative rivolte a chi gestisce concretamente il voto.

Le macchine elettorali e l’alibi della sicurezza nazionale

La via forse più insidiosa è quella della sicurezza nazionale. L’amministrazione ha insistito sul fatto che molte macchine elettorali americane contengono componenti prodotti in Cina. È tecnicamente vero: come gran parte dell’elettronica moderna, anche i sistemi di voto includono componenti della catena di approvvigionamento globale. Ma la presenza di componenti stranieri non dimostra alcuna manipolazione, alcuna intrusione né alcun voto alterato.

Il segretario per la Sicurezza interna Markwayne Mullin ha sostenuto che i componenti cinesi rappresentano “rischi significativi”, pur ammettendo l’assenza di prove che un voto sia stato compromesso. Il punto è proprio questo: una vulnerabilità potenziale non è un’intrusione, e un’intrusione non è automaticamente un voto modificato. Le indagini e le verifiche precedenti non hanno prodotto evidenze di alterazioni tecniche del voto; e, come nota l’analisi di Lawfare, le stesse componenti erano presenti anche nelle elezioni vinte da Trump.

Il rischio non è che Washington possa semplicemente “spegnere” le macchine elettorali. La legge federale non attribuisce al governo centrale un potere generale di ritirare o vietare sistemi di voto usati dagli Stati. Ma un annuncio drammatico della Casa Bianca o del Dipartimento per la Sicurezza interna — per esempio, l’affermazione che alcune macchine elettorali in certe contee non sono affidabili — potrebbe innescare richieste di audit, sequestri, ispezioni, sospensioni del conteggio e cause giudiziarie. Anche senza un pieno potere legale, l’effetto politico potrebbe essere devastante.

I democratici delle commissioni Intelligence della Camera e del Senato, Jim Himes e Mark Warner, si stanno preparando proprio a questo scenario. Entrambi ritengono probabile che Trump, in caso di risultato sfavorevole, invochi un’interferenza straniera per giustificare misure eccezionali. Himes ha dichiarato che, se il presidente annunciasse a metà giornata elettorale un’operazione iraniana contro il voto, lui stesso sarebbe pronto a dire pubblicamente di non aver ricevuto alcuna briefing riservato che confermi l’allarme.

La distinzione è cruciale: esistono campagne di influenza straniera, disinformazione e tentativi di influenzare l’opinione pubblica; è un fenomeno ricorrente. Ma questo non equivale a interferire materialmente con le schede, le macchine o le liste elettorali. Himes ha sottolineato che, fino a quel momento, non era stata vista alcuna operazione concreta capace di interferire con l’infrastruttura elettorale, né capacità né intenzione tali da alterare i risultati.

Pressione sugli Stati e sui funzionari elettorali

La Costituzione americana riserva al Congresso e agli Stati, non al presidente, il potere di disciplinare “i tempi, i luoghi e le modalità” delle elezioni per Camera e Senato. È una barriera istituzionale fondamentale: il presidente non è il regolatore delle elezioni federali. Ma la barriera può essere erosa nella pratica quando il governo federale usa fondi, indagini, minacce giudiziarie e pressioni amministrative per condizionare le scelte locali.

L’amministrazione ha cercato di legare alcuni fondi federali a condizioni che aumentano il controllo sulla procedura elettorale: audit post-voto, conteggio manuale di una quota di schede, abbandono di alcune forme di tabulazione e verifiche della cittadinanza attraverso banche dati federali. Ogni misura, presa isolatamente, può essere presentata come prudenza amministrativa. Insieme, però, possono rallentare lo scrutinio, aumentare il numero di schede contestate e creare l’impressione che un risultato lento o complicato sia necessariamente sospetto.

Il problema è che le verifiche della cittadinanza basate su nomi e date di nascita possono produrre errori, soprattutto per donne che hanno cambiato cognome, immigrati naturalizzati o persone con nomi non anglosassoni. Un mismatch informatico non è una prova di illegalità, ma può diventare il pretesto per rimuovere qualcuno dalle liste, contestare una scheda o accusare un funzionario locale di negligenza.

A questo si aggiunge la pressione mediatica e sociale. Un funzionario elettorale che resiste a una richiesta federale può essere trasformato in nemico pubblico, bersaglio di attacchi online, indagini e cause. La resistenza stessa può essere presentata come conferma del complotto: “se non ha nulla da nascondere, perché non collabora?”. È una logica che rovescia l’onere della prova e trasforma la normale amministrazione elettorale in un sospetto permanente.

Petrollo, Iran e la battaglia del racconto economico

Trump sta cercando di agire anche sul terreno economico, perché sa che il malcontento per i prezzi è una delle armi più efficaci contro di lui. La guerra e la tensione con l’Iran hanno reso il petrolio e lo Stretto di Hormuz un tema politico interno: un aumento del prezzo del barile si traduce in benzina più cara, trasporti più costosi e inflazione

Alla vigilia del voto, la Casa Bianca ha enfatizzato la possibilità di una tregua o di un’intesa con Teheran, proprio perché un allentamento delle tensioni può far scendere i prezzi energetici e permettere al presidente di rivendicare un sollievo immediato per le famiglie. Ma il contesto resta instabile: nuovi attacchi e tensioni nella regione dimostrano che la “tregua” può essere fragile e reversibile.

Nel suo ultimo discorso pubblico prima del voto, tenuto al Lincoln Memorial di Washington, invece di concentrarsi sui temi economici e elettorali più urgenti — dal caro vita ai prezzi della benzina — ha parlato a lungo della ristrutturazione della Reflecting Pool, della lunga vasca davanti al monumento, soffermandosi su dettagli tecnici come i tubi di scarico, i materiali, il granito e il manto erboso. Un intervento così lontano dalla campagna elettorale, alla vigilia di un voto decisivo, è stato letto da alcuni come un’occasione politica largamente sprecata per i repubblicani, che arrivavano alle urne in svantaggio nei sondaggi e rischiavano seriamente di perdere la maggioranza in entrambi i rami del Congresso; altri commentatori, come il New York Times, lo hanno invece definito uno dei messaggi conclusivi più strani nella storia della politica americana, ma anche una sintesi di ciò che conta davvero a Trump.

Parlando della vasca, mostrando i rendering dei lavori e suggerendo che la Reflecting Pool dovrebbe essere intitolata a lui, Trump ha cercato di legare la propria eredità politica a opere visibili, monumentali e destinate a durare nel tempo. Non si tratta soltanto di un’aneddotica bizzarra: è la costruzione di una legacy visiva e simbolica, un tentativo di lasciare un segno materiale della propria presidenza proprio mentre il voto rischia di trasformarsi in un giudizio politico avverso.

Nel medesimo discorso, Trump ha inoltre citato solo marginalmente i risultati della sua amministrazione, sostenendo che la guerra con l’Iran fosse «finita e vinta», nonostante nuovi attacchi americani fossero stati condotti nella notte sull’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Ha anche rivendicato l’influenza degli Stati Uniti sul Venezuela e sul suo settore petrolifero dopo la deposizione di Nicolás Maduro, definendola per la prima volta una «conquista». In questo senso, la politica estera diventa parte della stessa operazione di legittimazione: non tanto un bilancio verificabile dei fatti, quanto un racconto di forza, vittoria e controllo che Trump propone ai suoi sostenitori mentre il voto rischia di diventare un verdetto sfavorevole.

Il precedente del 2020 e la lezione del 6 gennaio

La storia del 2020 è il quadro di riferimento inevitabile. Trump perse le presidenziali contro Joe Biden, rifiutò di riconoscere il risultato, promosse decine di cause quasi tutte respinte, esercitò pressioni su funzionari statali e federali e alimentò per settimane la narrazione del “voto rubato”. Il culmine fu l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, quando una folla di sostenitori cercò di interrompere la certificazione congressuale della vittoria di Biden.

Quell’esperienza ha lasciato una lezione ambivalente. Da un lato, il sistema ha resistito: tribunali, funzionari repubblicani e democratici, giudici nominati anche da Trump e vicepresidente Mike Pence non hanno consentito il rovesciamento del risultato. Dall’altro, il precedente ha dimostrato che una minoranza armata di narrazione politica, pressione mediatica e mobilitazione stradale può creare una crisi istituzionale gravissima anche senza cambiare legalmente l’esito.

Oggi il rischio è diverso perché il presidente non è più un ex presidente che contesta dall’esterno. È il capo dell’esecutivo. Può contare su un Dipartimento di Giustizia più allineato, su un Dipartimento per la Sicurezza interna impegnato in una campagna sulla sicurezza delle macchine elettorali, su osservatori federali, su cause promosse prima dello scrutinio e su una rete mediatica pronta a trasformare ogni anomalia amministrativa in prova di frode.

I limiti giuridici: perché non può semplicemente “annullare” il voto

Nonostante tutte queste manovre, esistono limiti molto netti. Le elezioni per la Camera e il Senato sono disciplinate dalle leggi statali e federali; i risultati vengono certificati secondo procedure locali e statali; le controversie passano dai tribunali; e il Congresso ha un ruolo nella certificazione finale dei risultati presidenziali, non nel sostituire arbitrariamente la volontà degli elettori nelle corse congressionali.

La Corte Suprema ha già rifiutato di ordinare alla California di mettere da parte migliaia di schede postali, e un giudice federale ha respinto la richiesta di bloccare la certificazione in Alaska. Inoltre, un altro giudice ha ritenuto che le richieste federali dell’ultimo minuto verso la California violassero probabilmente la Elections Clause della Costituzione, che attribuisce la disciplina delle elezioni a Stati e Congresso.

Questo non elimina il pericolo, ma lo delimita. Trump può creare caos, ritardi, sfiducia e cause; può mobilitare sostenitori e media; può usare l’apparato federale per intimidire. Ma per trasformare una sconfitta in vittoria dovrebbe ottenere decisioni giudiziarie, collaborazione di funzionari statali e, soprattutto, prove concrete di frode capace di cambiare l’esito. Fino a ora, le principali richieste dell’amministrazione sono state respinte e le affermazioni di frode non sono state supportate da evidenze sufficienti.

Lo scenario più probabile: non un colpo di Stato, ma una guerra di logoramento

Lo scenario più realistico non è quello di un unico gesto drammatico che annulla le Midterm. È più probabile una guerra di logoramento: cause aperte prima e dopo il voto, richieste di audit, pressioni su contee e Stati, accuse di brogli, attacchi ai giudici, allarmi sulla sicurezza delle macchine, richieste di sequestrare o ispezionare apparecchiature, e una campagna mediatica che trasforma ogni ritardo nel conteggio in un sospetto.

In California, dove il conteggio può durare settimane, questa strategia trova un terreno naturale: i risultati possono cambiare mentre le schede postali vengono elaborate, e Trump può definire quel cambiamento un “shift” sospetto anziché una normale caratteristica del sistema elettorale. In Alaska, il voto a preferenze successive aggiunge ulteriori giorni di attesa. In entrambi i casi, l’incertezza non è un difetto tecnico: diventa il terreno su cui costruire la contestazione.

La domanda decisiva non è soltanto se Trump perderà, ma se accetterà di aver perso. La risposta, sulla base del suo comportamento nel 2020 e delle mosse già compiute nel 2026, sembra essere: solo se la sconfitta sarà così netta da rendere la contestazione politicamente insostenibile. E anche allora, probabilmente, non la definirà una sconfitta, ma un risultato “rubato”, “manipolato” o “viziato”.

La posta in gioco democratica

Le Midterm del 2026 sono quindi molto più di una competizione per seggi. Sono un test della capacità delle istituzioni americane di resistere a un presidente che ha già dimostrato di considerare la sconfitta elettorale non come un verdetto da accettare, ma come un attentato da combattere. La differenza tra disinformazione e interferenza, tra vulnerabilità e manipolazione, tra verifica e intimidazione, è il cuore della battaglia.

Se i democratici vinceranno, dovranno difendere non solo la maggioranza, ma anche la legittimità del risultato. Se i repubblicani vinceranno, Trump rivendicherà la vittoria come conferma che il paese gli appartiene. Ma se perderanno in modo risicato, soprattutto al Senato, gli Stati Uniti potrebbero entrare in una fase di contestazione prolungata, con tribunali sotto pressione, funzionari elettorali minacciati e un pubblico diviso tra chi accetta il verdetto delle urne e chi è stato preparato per mesi a non crederci.

La lezione più importante è che la difesa del risultato elettorale non comincia la notte del voto. Comincia prima, con tribunali pronti, funzionari protetti, informazioni chiare sui tempi di scrutinio, giornalismo capace di distinguere tra anomalie e frodi, e leader politici disposti a dire una cosa semplice: chi perde le elezioni, perde