Il 28 ottobre 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge di Bilancio per il 2027, il provvedimento con cui il governo stabilisce le principali scelte di entrata e di spesa dello Stato per l’anno prossimo. Si tratta di uno degli atti più importanti dell’anno, perché la legge di Bilancio non si limita a indicare quanto lo Stato spende: definisce anche quali tasse vengono ridotte o aumentate, quali spese vengono finanziate, prorogate o tagliate, e quali categorie di cittadini, lavoratori e imprese ricevono vantaggi economici. Per questo motivo la legge di Bilancio viene comunemente chiamata “manovra finanziaria”, o semplicemente “manovra”.
Il testo integrale del disegno di legge non è ancora stato pubblicato. Al momento conosciamo soprattutto le misure anticipate dal governo nel comunicato stampa del Consiglio dei ministri e illustrate durante la conferenza stampa, alla quale hanno partecipato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, i vicepresidenti Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. Questo significa che molte cifre, requisiti e modalità di applicazione sono ancora provvisori: il testo dovrà infatti essere presentato in Parlamento, discusso dalle commissioni e approvato definitivamente da Camera e Senato entro il 31 dicembre. Durante l’esame parlamentare potranno essere introdotte modifiche, aggiunte o correzioni rispetto alla versione approvata dal governo.
Secondo quanto dichiarato dall’esecutivo, la manovra vale complessivamente circa 26 miliardi di euro nel 2027 e 27 miliardi di euro nel 2028. È importante capire bene il significato di queste cifre: non rappresentano la spesa pubblica totale dello Stato, che è molto più elevata, ma il valore complessivo delle misure nuove, prorogate o modificate rispetto alla normativa già in vigore. In altre parole, indicano quanto costano gli interventi con cui il governo “manovra” il bilancio dello Stato, finanziandoli attraverso un mix di risparmi, aumenti di imposte su alcuni settori, risorse europee e, in parte, indebitamento.
Il contesto macroeconomico in cui si inserisce la manovra è definito dal Documento di Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), approvato dal governo prima della legge di Bilancio. Il documento prevede una crescita del Pil dello 0,8 per cento nel 2027: una previsione positiva, ma ancora modesta se rapportata alle esigenze di un Paese che deve contenere il debito pubblico, finanziare la spesa sociale e sostenere investimenti in difesa, energia e infrastrutture. Si tratta di numeri importanti perché dalla crescita dipende in larga misura anche l’evoluzione dei conti pubblici: un’economia che cresce aumenta il valore complessivo del Pil e può rendere più sostenibili, almeno in rapporto, sia il debito sia il deficit. Le previsioni dell’esecutivo appaiono però ambiziose se inserite nel contesto internazionale attuale, segnato dalle guerre, dall’instabilità dei mercati energetici e dalle pressioni sull’inflazione.
Sul fronte dei conti pubblici, il governo prevede che il deficit resti sotto la soglia europea del 3 per cento nel 2026, ma salga al 3,5 per cento nel 2027, anche a causa della spesa supplementare consentita dalle regole europee. Il deficit dovrebbe poi scendere al 3,3 per cento nel 2028 e al 2,4 per cento nel 2029. Il debito pubblico, nel profilo tendenziale, si attesterebbe al 138,1 per cento del Pil nel 2026, salirebbe al 138,6 per cento nel 2027 e tornerebbe a scendere al 137,7 per cento nel 2028 e al 136,3 per cento nel 2029. Questi dati mostrano che la manovra non riduce immediatamente il peso del debito: nel 2027 il rapporto debito/Pil aumenta, e la sua diminuzione nei anni successivi dipenderà in modo decisivo dalla crescita economica, dai tassi di interesse e dalla capacità dello Stato di rispettare le traiettorie di spesa previste.
Una manovra modesta, con poche risorse libere
Quest anno con un valore complessivo di 26 miliardi di euro, la manovra 2027 appare relativamente modesta rispetto alle leggi di Bilancio degli anni passati. Una parte rilevante delle risorse, infatti, non è liberamente utilizzabile per nuove misure fiscali o sociali, ma è vincolata a investimenti in energia e difesa previsti dalle regole europee. Secondo le informazioni anticipate, sarebbero circa 14,4 miliardi di euro gli investimenti collegati a questi settori, di cui però non sono ancora stati resi pubblici tutti i dettagli.
Questo vincolo riduce sensibilmente lo spazio finanziario disponibile per il governo. Meloni ha indicato che una quota servirà a installare climatizzatori e pompe di calore nelle scuole e a rendere più efficienti dal punto di vista energetico gli ospedali. Tuttavia, trattandosi di investimenti legati a clausole di salvaguardia e a regole europee, non si tratta di risorse che il governo può liberamente redistribuire.
La manovra arriva inoltre in un contesto politico particolare: è l’ultima legge di Bilancio prima delle elezioni politiche del 2027. Per questo i partiti della maggioranza avrebbero desiderato inserire misure più ampie e visibili, soprattutto in vista del voto a scopo elettetorale. Le risorse disponibili, però, erano limitate, e il governo ha scelto di distribuirle su molte misure di dimensione contenuta anziché concentrarle su pochi interventi molto corposi.
Il taglio dell’Irpef: la misura più importante
La misura fiscale più rilevante della manovra riguarda l’Irpef, l’Imposta sul reddito delle persone fisiche. Il governo propone di innalzare da 50 mila a 55 mila euro la soglia entro la quale si applica l’aliquota del 33 per cento. Nella pratica, la parte di reddito compresa tra 50 mila e 55 mila euro non sarebbe più tassata al 43 per cento, ma al 33 per cento.
L’Irpef funziona per scaglioni: non si applica un’unica aliquota a tutto il reddito, ma percentuali diverse alle diverse fasce di reddito. Attualmente, si paga il 23 per cento fino a 28 mila euro, il 33 per cento tra 28 mila e 50 mila euro e il 43 per cento oltre i 50 mila euro. Con la proposta del governo, il secondo scaglione salirebbe a 55 mila euro: chi ha un reddito di 51 mila euro, per esempio, continuerebbe a pagare il 23 per cento sulla parte fino a 28 mila euro e il 33 per cento sulla parte tra 28 mila e 50 mila euro, ma pagherebbe il 33 per cento invece del 43 per cento sulla parte che supera i 50 mila euro.
Il beneficio massimo stimato dal governo è di circa 500 euro l’anno per chi raggiunge o supera i 55 mila euro di reddito. Per i redditi inferiori il vantaggio cresce progressivamente: per un reddito di 51 mila euro sarebbe di circa 100 euro all’anno, per 52 mila euro di 200 euro, per 53 mila euro di 300 euro e per 54 mila euro di 400 euro. Per chi supera i 55 mila euro il beneficio resterebbe invece fermo a 500 euro, perché la riduzione riguarda soltanto la fascia di reddito compresa tra 50 mila e 55 mila euro.
La misura costa 1,2 miliardi di euro all’anno. Il governo non ha ancora chiarito se questi fondi sono destinati soltanto al 2027 o se l’intenzione è rendere la riduzione strutturale anche negli anni successivi. Questa è una questione rilevante: negli scorsi anni molte riduzioni dell’Irpef erano state inizialmente finanziate per un solo anno e poi riconfermate l’anno successivo. Questa volta, però, trovare le risorse per rinnovare la misura potrebbe diventare un problema del prossimo governo, soprattutto perché nel 2027 sono previste le elezioni politiche.
Il “drenaggio fiscale” e i redditi medi
Il taglio dell’Irpef è stato presentato anche come una risposta parziale al cosiddetto “drenaggio fiscale”, o fiscal drag. Si tratta di un fenomeno per cui, in presenza di inflazione elevata, gli aumenti nominativi di stipendio fanno superare soglie fiscali o riducono detrazioni e deduzioni, aumentando le imposte dovute senza che il contribuente abbia ottenuto un reale aumento del potere d’acquisto. In pratica, una parte degli aumenti salariali finisce assorbita dalle tasse.
Secondo alcune stime citate nel dibattito sulla manovra, nel 2027 lo Stato incasserebbe 8,8 miliardi di euro in più grazie a questo meccanismo e al mancato adeguamento del sistema fiscale all’inflazione nel 2026 e nel 2027. Il taglio dell’Irpef, che costa 1,2 miliardi, restituisce quindi solo una parte limitata di queste risorse. Inoltre, il beneficio è concentrato sui redditi medi: la misura interessa direttamente circa 603 mila contribuenti che dichiarano ogni anno un reddito tra 50 mila e 55 mila euro, ma può riguardare potenzialmente anche i circa 3,3 milioni di contribuenti con redditi superiori a 50 mila euro.
Resta un’incertezza importante: il governo non ha ancora detto se introdurrà un limite massimo di reddito per beneficiare della riduzione. In passato, ad esempio, la riduzione dell’aliquota dal 35 al 33 per cento sullo scaglione tra 28 mila e 50 mila euro era stata limitata ai redditi fino a 200 mila euro, oltre i quali l’aliquota tornava al 35 per cento sulla parte di reddito del secondo scaglione.
Forfettario: la soglia sale a 100 mila euro
Il governo propone inoltre di aumentare da 85 mila a 100 mila euro il limite di ricavi o compensi annui per accedere al regime forfettario, la cosiddetta flat tax riservata a molti lavoratori autonomi. Si tratta di una misura storicamente sostenuta dalla Lega ed era già prevista nel programma con cui il centrodestra si era candidato alle elezioni del 2022.
Il regime forfettario consente di pagare un’imposta sostitutiva al posto dell’Irpef ordinaria. L’aliquota è generalmente del 5 per cento per i primi cinque anni di attività e del 15 per cento successivamente. L’imposta non viene però applicata all’intero fatturato, ma a un reddito presunto, ridotto attraverso un “indice di redditività” che tiene conto in modo semplificato dei costi dell’attività. Chi accede al forfettario rinuncia in genere alla possibilità di dedurre molti costi reali, ma beneficia di una tassazione più semplice e, in molti casi, più conveniente.
Con la nuova soglia, i lavoratori autonomi con ricavi o compensi tra 85 mila e 100 mila euro potrebbero accedere alla tassazione agevolata. Per fare un esempio indicativo, un lavoratore autonomo con un reddito di 100 mila euro, nel regime ordinario e senza considerare deduzioni, detrazioni e scarico dei costi, pagherebbe un’imposta Irpef di circa 35.200 euro, oltre all’Iva. Nel regime forfettario, considerando soltanto il fatturato pieno e senza applicare l’indice di redditività, pagherebbe 5 mila euro di imposta per i primi cinque anni e 15 mila euro successivamente. Nella realtà gli importi sono diversi, perché il forfettario applica il calcolo su un reddito presunto e non sull’intero fatturato, ma l’esempio mostra perché la misura sia particolarmente rilevante per i lavoratori autonomi.
C’è però una limitazione importante: per il momento, chi ha ricavi o compensi tra 85 mila e 100 mila euro dovrebbe continuare a pagare l’Iva. La soglia di 85 mila euro per l’esenzione Iva è infatti collegata alle regole europee sui regimi agevolati. Il governo ha dichiarato di aver avviato un negoziato con la Commissione europea per cercare di estendere l’esenzione fino a 100 mila euro, ma non è affatto scontato che ottenga l’autorizzazione.
La scelta di alzare la soglia del forfettario solleva però critiche rilevanti, perché il regime può trasformarsi in un disincentivo alla crescita delle attività. Chi lavora in forfettario sa che, superando una determinata soglia di ricavi, deve uscire dal regime agevolato e passare alla tassazione ordinaria: in quel passaggio, però, non cambia soltanto l’aliquota, ma anche il modo in cui viene calcolato il reddito dell’attività. Nel forfettario si applica un coefficiente di redditività, mentre nel regime ordinario si tassano i profitti effettivi, dopo la deduzione dei costi reali. Se l’aumento delle imposte al passaggio al regime ordinario assorbe una parte rilevante del guadagno aggiuntivo, il professionista può avere convenienza a limitare volontariamente i ricavi, rinunciare a nuovi clienti o rimandare investimenti e assunzioni pur di non superare la soglia.
Questo meccanismo crea quello che molti economisti definiscono uno “scalone fiscale”: invece di una progressione graduale, il passaggio dal forfettario al regime ordinario può comportare un salto improvviso e rilevante dell’imposta dovuta. Il rischio è che alcune attività preferiscano restare piccole, anziché crescere, aggregarsi con altri professionisti, assumere personale o investire nella propria impresa. In un Paese che già presenta un elevato numero di micro-imprese e professionisti isolati, la criticità è che il regime forfettario possa rafforzare il cosiddetto “nanismo imprenditoriale”, ovvero la difficoltà delle attività italiane a crescere di dimensioni e a diventare più strutturate e competitive.
Le critiche non riguardano soltanto gli effetti sulla crescita. Il Fondo Monetario Internazionale, nel report conclusivo della missione annuale in Italia pubblicato il 29 maggio 2025, ha raccomandato di abolire il regime forfettario, sostenendo che la flat tax crea distorsioni nel sistema fiscale, erode la base imponibile e riduce l’equità complessiva del sistema. Anche la Commissione europea ha più volte suggerito interventi sul regime, nell’ambito delle raccomandazioni annuali all’Italia. Secondo queste analisi, i regimi fiscali speciali dovrebbero essere ridimensionati per rafforzare la sostenibilità dei conti pubblici e costruire un sistema più equo e coerente.
Il nodo principale è la differenza di trattamento tra lavoratori autonomi e dipendenti. Un libero professionista che accede al forfettario può pagare un’aliquota sostitutiva molto più bassa rispetto a un dipendente con un livello di reddito simile, che invece è soggetto all’Irpef progressiva. Questo divario può distorcere le scelte professionali: alcune persone potrebbero scegliere il lavoro autonomo non soltanto per preferenza, indipendenza o opportunità di mercato, ma anche per il vantaggio fiscale. La conseguenza è che una parte delle risorse e dei talenti può essere indirizzata verso forme di lavoro non necessariamente più produttive, ma fiscalmente più convenienti.
Esiste infine il rischio che soglie di accesso così elevate aumentino gli incentivi a mantenere i ricavi sotto il limite, anche attraverso comportamenti poco trasparenti. Nel forfettario, inoltre, la mancanza della deduzione dei costi riduce l’incentivo a richiedere fatture per gli acquisti, mentre l’esclusione dall’Iva indebolisce uno dei principali strumenti di controllo incrociato delle transazioni. Per questo i critici sostengono che un regime nato per semplificare la fiscalità e favorire l’emersione possa, se esteso senza adeguati contrappesi, contribuire invece a ridurre la tracciabilità delle attività economiche.
La proposta del governo, quindi, va letta in una doppia prospettiva. Da un lato risponde a una richiesta storica di una parte consistente dei lavoratori autonomi e può rappresentare un vantaggio concreto per chi opera tra 85 mila e 100 mila euro di ricavi. Dall’altro rischia di ampliare un sistema fiscale parallelo, con aliquote agevolate e regole semplificate, in una direzione opposta alle raccomandazioni di FMI e Commissione europea. La questione di fondo non è soltanto se il forfettario convenga ai singoli professionisti — spesso la risposta è sì — ma se un’ulteriore estensione del regime sia compatibile con un sistema fiscale più equo, più trasparente e capace di favorire la crescita delle imprese.
Lavoro: premi per i giovani e tassazione agevolata dei rinnovi
Per i lavoratori con meno di 30 anni è previsto un premio di 2.500 euro tassato all’1 per cento. Il premio potrebbe essere erogato in dodici mensilità oppure in un’unica soluzione, ma al momento non sono noti con precisione i requisiti di accesso: non è chiaro, ad esempio, se riguardi tutti i lavoratori under 30 o soltanto alcune categorie, quali assunzioni, primi impieghi, contratti di apprendistato o lavoratori con determinati livelli di reddito. Questi dettagli dovranno essere definiti nel testo del disegno di legge.
La manovra conferma inoltre la tassazione agevolata al 5 per cento per gli aumenti di stipendio ottenuti con i rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro, i CCNL, che regolano la quasi totalità dei rapporti di lavoro nel settore privato. La tassazione di favore dovrebbe valere per i dipendenti con reddito fino a 33 mila euro. L’obiettivo dichiarato è incentivare i rinnovi contrattuali e sostenere i salari dei lavoratori a redditi medio-bassi.
La misura presenta però una criticità importante: il fisco distingue l’origine dell’aumento di reddito, non soltanto il suo ammontare. Un lavoratore che ottiene un aumento perché il suo CCNL viene rinnovato può beneficiare della tassazione agevolata al 5 per cento, mentre un lavoratore che ottiene la stessa retribuzione firmando un nuovo contratto individuale, cambiando azienda o venendo assunto con condizioni migliori non gode dello stesso trattamento. Il risultato è che due persone possono avere alla fine lo stesso reddito annuo, ma pagare imposte molto diverse solo perché l’aumento è arrivato attraverso canali diversi.
Questo meccanismo rischia di creare una disparità di trattamento tra lavoratori che si trovano nella stessa situazione economica. Il principio di equità fiscale vorrebbe, in linea generale, che l’imposta dipendesse principalmente dalla capacità contributiva, cioè dal reddito complessivo percepito, e non dal fatto che l’aumento derivi da un rinnovo collettivo, da una promozione, da un cambio di datore di lavoro o dalla firma di un nuovo contratto. Quando invece il vantaggio fiscale è legato alla forma dell’aumento, il sistema premia alcune categorie di lavoratori e ne esclude altre, anche a parità di reddito.
La misura può inoltre produrre effetti distorsivi sul mercato del lavoro. Chi è già coperto da un CCNL in fase di rinnovo riceve un beneficio fiscale che non spetta invece a chi cerca un nuovo impiego o negozia individualmente la propria retribuzione. In questo modo il lavoratore già occupato in un’azienda con contratto collettivo può risultare fiscalmente avvantaggiato rispetto a chi accetta un nuovo contratto, pur percependo la stessa paga.
Per i giovani lavoratori è previsto anche l’aumento a 2 mila euro del limite di esenzione dei fringe benefit, cioè di beni o servizi che le aziende possono riconoscere ai dipendenti oltre allo stipendio, come buoni pasto, trasporti o servizi vari. Si tratta di una misura di portata limitata, ma destinata a rafforzare il sostegno economico rivolto ai lavoratori più giovani.
Il governo propone infine di estendere fino al 31 dicembre 2027 gli esoneri contributivi previsti per le assunzioni a tempo indeterminato di donne, giovani e lavoratori nelle Zone economiche speciali, le ZES. Gli esoneri contributivi riducono i costi del lavoro a carico delle imprese e sono utilizzati come strumento per favorire l’occupazione stabile, soprattutto nelle aree o per le categorie considerate più fragili sul mercato del lavoro.
Casa e affitti: cedolare secca ridotta
Sugli affitti a canone concordato, la cedolare secca al 10 per cento scenderebbe al 5 per cento e all’1 per cento se l’inquilino ha meno di 35 anni. Il governo propone inoltre di riportare l’imposta agevolata anche per gli affitti degli immobili commerciali, come negozi, botteghe e altre attività.
L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato incentivare i proprietari a mettere a disposizione abitazioni a canoni più contenuti, dall’altro favorire l’accesso dei giovani all’affitto, una delle principali difficoltà economiche per chi si affaccia al mercato del lavoro o si trasferisce per studio e lavoro. La misura, però, rischia di aumentare ulteriormente le distorsioni del sistema fiscale italiano, perché tratta in modo molto diverso redditi che hanno la stessa natura economica.
La cedolare secca è infatti un’imposta sostitutiva applicata ai redditi da locazione: il proprietario paga un’aliquota fissa invece della tassazione ordinaria Irpef. Con la proposta, la stessa tipologia di reddito — quello derivante dall’affitto di un immobile — potrebbe essere tassata al 10, al 5 o addirittura all’1 per cento, a seconda del tipo di contratto, dell’età dell’inquilino e della destinazione dell’immobile. Un proprietario che affitta a un giovane sotto i 35 anni pagherebbe quindi una frazione minima di imposta rispetto a un altro proprietario che affitta a un inquilino over 35 con un contratto di mercato.
Questa frammentazione delle aliquote solleva un problema di equità e di neutralità fiscale. I redditi da capitale e da locazione dovrebbero, in linea di principio, essere tassati secondo regole più uniformi: se due persone percepiscono lo stesso reddito da affitto, non è evidente perché una debba pagare l’1 per cento e l’altra una percentuale molto più alta. Il rischio è quello di premiare non la produzione di valore o l’investimento aggiuntivo, ma la capacità di collocarsi nella fascia fiscale più favorevole.
La misura può inoltre incentivare comportamenti di ottimizzazione fiscale: proprietari e inquilini potrebbero essere spinti a scegliere contratti, fasce di età o destinazioni d’uso degli immobili principalmente per ottenere l’aliquota più bassa, anziché in base alle reali esigenze del mercato immobiliare. Anche l’estensione agli immobili commerciali, se confermata, amplierebbe ulteriormente un sistema di tassazione differenziata dei redditi da locazione, con regole sempre più complesse e potenziali disparità tra contribuenti.
Il nodo di fondo resta la mancanza di uniformità: invece di semplificare il trattamento dei redditi da capitale e da locazione, la manovra aggiunge nuove differenziazioni. Ciò può favorire alcuni obiettivi specifici, come l’affitto ai giovani o il sostegno ai canoni concordati, ma aumenta il rischio che il sistema fiscale diventi meno equo, meno neutro e più difficile da comprendere.
Famiglia e natalità: bonus mamme e fondo per i neonati
Uno degli interventi più rilevanti in ambito sociale riguarda il potenziamento del bonus mamme, l’integrazione al reddito destinata alle madri lavoratrici con almeno due figli e un reddito annuo non superiore a 40 mila euro. Il governo intende renderlo strutturale e aumentarlo: secondo le informazioni riportate dalla stampa, la misura passerebbe da 60 a 100 euro al mese.
Il bonus mamme è stato introdotto per sostenere la permanenza delle madri nel mercato del lavoro e contrastare il calo della natalità. La scelta di renderlo strutturale è importante, perché una misura permanente offre maggiore certezza alle famiglie rispetto a un bonus prorogato di anno in anno. Restano però da chiarire nel testo definitivo le modalità esatte di erogazione, la decorrenza, gli eventuali requisiti aggiuntivi e il coordinamento con gli altri sostegni alla genitorialità.
Viene inoltre istituito un fondo di risparmio per ogni bambino nato nel 2027. Lo Stato verserebbe 100 euro all’anno per ogni neonato fino al compimento dei 18 anni, per un totale potenziale di 1.800 euro per ciascun bambino. La posizione sarebbe gestita dall’Inps e funzionerebbe come una sorta di fondo previdenziale o di risparmio a lungo termine.
Le famiglie potranno aggiungere ulteriori somme al fondo. Il capitale non sarebbe tassabile né pignorabile e potrebbe essere utilizzato soltanto una volta raggiunta la maggiore età. Secondo le informazioni anticipate, potrebbe essere impiegato per spese formative, per avviare un’attività o come previdenza complementare. Sono previste eccezioni solo per emergenze straordinarie, con autorizzazione del giudice tutelare.
La misura riprende un’idea già sperimentata da alcune regioni italiane, che avevano introdotto fondi simili per i nuovi nati. Il governo la vuole però estendere a livello nazionale, trasformandola in uno strumento universale per i bambini nati a partire dal 2027.
Congedo parentale e sostegno ai genitori autonomi
Il governo propone di ampliare il congedo parentale retribuito all’80 per cento, portandolo da tre a quattro mesi. Per il secondo figlio i mesi di congedo salirebbero a cinque e per il terzo figlio a sei, con la possibilità di utilizzarli entro i sei anni di età del bambino.
Il congedo parentale è uno strumento fondamentale per consentire a entrambi i genitori di dedicare tempo alla cura dei figli nei primi anni di vita. L’estensione dei mesi retribuiti all’80 per cento dovrebbe ridurre il costo economico per le famiglie che decidono di utilizzarlo, anche se restano da chiarire nel testo definitivo le modalità di ripartizione tra i genitori e l’eventuale compatibilità con le regole europee in materia di congedi.
Per i genitori che svolgono un lavoro autonomo, che spesso non hanno accesso al congedo parentale nella stessa forma dei dipendenti, è previsto un voucher fino a 500 euro mensili per un massimo di tre mesi. Il voucher dovrebbe essere utilizzato per finanziare servizi di baby-sitting e per l’educazione dell’infanzia. Si tratta di un intervento pensato per colmare almeno in parte il divario tra lavoratori dipendenti e autonomi in materia di tutela della genitorialità.
Sanità: 3,4 miliardi in più per il Servizio sanitario nazionale
In ambito sanitario, la manovra prevede un incremento di 3,4 miliardi di euro per il Fondo sanitario nazionale, che raggiungerebbe così 146,3 miliardi di euro nel 2027. Si tratta dell’incremento più consistente annunciato dal governo in ambito di spesa sociale e rappresenta uno dei capitoli più rilevanti dell’intera manovra.
Le risorse aggiuntive dovrebbero essere destinate anche all’innalzamento dei tetti di spesa oltre i quali scatta il cosiddetto payback. Il payback è un meccanismo di controllo della spesa sanitaria che obbliga le aziende farmaceutiche e di dispositivi medici a rimborsare parte della spesa pubblica che supera i tetti previsti dalla legge. La sua applicazione è spesso criticata dalle imprese del settore, perché rende più incerti gli investimenti e può ridurre la disponibilità di alcuni farmaci o dispositivi sul mercato italiano.
Per le aziende farmaceutiche che investono in Italia è prevista anche una riduzione degli importi da rimborsare. L’obiettivo dichiarato è quello di premiare gli investimenti produttivi e di ricerca nel Paese, cercando di conciliare il contenimento della spesa sanitaria con la necessità di mantenere un sistema farmaceutico forte e attrattivo.
La manovra prevede inoltre l’aggiornamento delle tariffe dei ricoveri ospedalieri per le malattie acute, il finanziamento di interventi per l’Alzheimer e le altre demenze e il rafforzamento dell’indennità per il personale dei pronto soccorso. Si tratta di misure che rispondono a criticità note del sistema sanitario nazionale, come la pressione sui pronto soccorri, l’invecchiamento della popolazione e la necessità di adeguare le tariffe ospedaliere ai costi reali delle cure.
La card da 300 euro per gli over 75
Una misura molto discussa riguarda le persone over 75 con una pensione fino a 28 mila euro all’anno. Per loro è previsto un buono, o “card”, del valore di 300 euro da utilizzare per le spese sanitarie non coperte dal Servizio sanitario nazionale, come alcune prestazioni specialistiche, visite, farmaci o dispositivi.
Secondo le stime presentate da Meloni, la misura riguarderebbe circa 5,5 milioni di persone e avrebbe un costo complessivo di 1,6 miliardi di euro all’anno. Si tratta di un intervento con un impatto diretto su una fascia ampia della popolazione anziana, ma la sua efficacia dipenderà molto dalle modalità pratiche di erogazione: sarà importante capire come verrà distribuita la card, quali spese sarà possibile sostenere, se sarà cumulabile con altre agevolazioni e come verranno evitate duplicazioni o usi impropri.
Auto, bollo e targhe personalizzate
La manovra renderebbe strutturale l’esenzione dal pagamento del bollo per le automobili a benzina o gasolio fino a 80 kW di potenza e per i motocicli. Il bollo auto è un tributo annuale che chi possiede un veicolo deve pagare, e la sua sospensione era già stata prevista per il 2027 con stanziamenti dedicati. Con la legge di Bilancio, il governo intende trasformare questa sospensione in un’esenzione permanente.
L’esenzione spetterebbe però a una sola persona. Questo significa che chi possiede due automobili con potenza inferiore a 80 kW continuerebbe a pagare il bollo per almeno un veicolo. Allo stesso modo, l’esenzione per la moto varrebbe soltanto se non si possiedono già automobili esenti. Si tratta quindi di un beneficio individuale, non di un’esenzione estesa a tutti i veicoli posseduti.
Il governo prevede inoltre l’introduzione della possibilità di richiedere targhe personalizzate. Meloni ha spiegato che chi lo desidera potrà “sbizzarrirsi” nella scelta della targa, sostenendo però un costo. Secondo alcune informazioni pubblicate dalla stampa, il costo sarebbe di 600 euro, ma il dettaglio dovrà essere confermato dal testo ufficiale del disegno di legge.
Restano infine confermate le detrazioni al 50 e al 36 per cento sulle ristrutturazioni edilizie, insieme al bonus mobili su una spesa massima di 5 mila euro, per il prossimo anno. Si tratta di interventi che sostengono il settore delle costruzioni e consentono ai contribuenti di recuperare una parte delle spese sostenute per il recupero del patrimonio edilizio.
Va però chiarito un punto importante: quando un bonus finanzia una spesa che sarebbe stata effettuata comunque, non genera un investimento aggiuntivo. In quel caso lo Stato non crea nuova attività economica, ma sostituisce in parte le risorse che il contribuente avrebbe già impiegato. Il beneficio fiscale diventa quindi soprattutto un trasferimento di denaro pubblico a favore di chi avrebbe ristrutturato indipendentemente dall’incentivo, con un costo per le casse dello Stato e un effetto limitato sulla crescita complessiva.
Questa criticità è emersa anche nell’analisi dei grandi bonus edilizi italiani, in particolare il Bonus facciate e il Superbonus 110 per cento, attivi dalla seconda metà del 2020 con l’obiettivo di stimolare il settore delle costruzioni attraverso investimenti sull’efficienza energetica, sulla sicurezza antisismica e sul recupero estetico degli edifici residenziali. Le due misure hanno comportato una spesa complessiva di oltre 170 miliardi di euro nel periodo 2021-2023, pari a circa il 3 per cento del Pil in media ogni anno.
Le stime disponibili indicano però che circa un quarto della spesa per gli investimenti sussidiati — oltre 45 miliardi di euro — sarebbe stata effettuata anche in assenza degli incentivi. In altre parole, una quota significativa delle risorse pubbliche non ha prodotto nuovi investimenti, ma ha finanziato interventi che sarebbero stati realizzati comunque. Questo implica che il moltiplicatore fiscale sia stato inferiore all’unità: i benefici per l’economia, in termini di valore aggiunto, sono risultati più bassi rispetto ai costi sostenuti per le agevolazioni.
Per questo la conferma delle detrazioni al 50 e al 36 per cento e del bonus mobili va valutata con cautela. Possono essere utili per sostenere famiglie e imprese del settore edilizio, soprattutto in un periodo di debolezza della domanda, ma il loro effettivo impatto dipende dalla quota di spesa che riescono davvero ad aggiungere rispetto a quella che sarebbe avvenuta comunque. Se la maggior parte delle ristrutturazioni finanziate sarebbe stata realizzata anche senza il bonus, il costo fiscale rischia di essere elevato rispetto ai benefici economici effettivi.
Mezzogiorno: credito d’imposta per la ZES unica
Per il Sud Italia, la manovra prevede il rafforzamento del credito d’imposta per gli investimenti nella ZES unica del Mezzogiorno. Le risorse previste sono pari a 2,4 miliardi di euro nel 2027 e 1,25 miliardi di euro nel 2028.
Il credito d’imposta è un’agevolazione fiscale riconosciuta alle imprese che effettuano determinati investimenti nelle regioni interessate. Può riguardare, ad esempio, acquisto di macchinari, impianti, software, beni strumentali o altri investimenti produttivi. L’obiettivo è attirare capitali e creare occupazione nelle aree del Mezzogiorno, dove storicamente il divario economico e occupazionale rispetto al resto del Paese è più marcato.
La ZES unica è stata introdotta come strumento di politica industriale per semplificare e rafforzare gli incentivi alle imprese nel Sud. Il rafforzamento del credito d’imposta è quindi uno dei pochi interventi della manovra con una dimensione strutturale, anche se la sua efficacia dipenderà dalle modalità di accesso, dalla durata e dalla capacità delle imprese di utilizzare effettivamente le risorse disponibili.
Agricoltura e pesca: agevolazioni confermate
La manovra contiene anche interventi dedicati all’agricoltura e alla pesca. Tra questi, il governo intende confermare le agevolazioni sull’Irpef degli agricoltori e sul gasolio agricolo. Meloni ha parlato di un “azzeramento” dell’Irpef per gli agricoltori, ma non sono ancora chiari i limiti di reddito e le condizioni precise di applicazione dell’esenzione.
La conferma delle agevolazioni sul gasolio agricolo è particolarmente rilevante per il settore primario, dove i costi energetici rappresentano una voce importante della produzione. Anche in questo caso, però, il testo definitivo dovrà chiarire l’entità esatta del beneficio, i requisiti di accesso e le eventuali limitazioni.
La manovra proroga inoltre al 1° luglio 2027 la sospensione della plastic tax e della sugar tax. La plastic tax è l’imposta indiretta introdotta per disincentivare la produzione e l’utilizzo di plastica monouso, mentre la sugar tax è l’imposta sulle bibite analcoliche zuccherate. La loro sospensione è una scelta che riduce i costi per imprese e consumatori, ma rinuncia anche a entrate fiscali che avrebbero potuto contribuire alle coperture della manovra.
Come vengono finanziate le misure
Una parte importante delle risorse della manovra deriva dall’indebitamento concordato con la Commissione europea per gli investimenti in energia e difesa. Questo significa che una quota rilevante dei 26 miliardi non è finanziata con risparmi o nuove tasse, ma con margine di deficit autorizzato a livello europeo per finalità specifiche.
Il resto delle coperture dovrebbe arrivare da un mix di interventi su spesa e tassazione. Secondo le informazioni anticipate, sarebbero previsti:
- 1,2 miliardi di euro da risparmi nelle spese dei ministeri;
- 720 milioni di euro dall’aumento delle tasse sul settore dei giochi;
- 700 milioni di euro da una maggiore tassazione delle società energetiche;
- circa 5 miliardi di euro da un aumento della tassazione a carico del settore finanziario, in particolare banche e assicurazioni;
- un aumento della cosiddetta “Tobin tax”, cioè l’imposta sulle transazioni finanziarie.
Questi elementi restano tra i più incerti dell’intera manovra. L’aumento della tassazione su banche e assicurazioni, in particolare, potrebbe essere oggetto di intense trattative con le associazioni di categoria e di modifiche in Parlamento, perché ha implicazioni rilevanti sul sistema creditizio e assicurativo italiano. Anche i risparmi ministeriali e le maggiori entrate dai giochi e dal settore energetico dovranno essere dettagliati nel testo ufficiale.








