Medici no vax di nuovo in corsia: una sanatoria che tradisce la scienza e i pazienti

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La Camera ha approvato la riforma delle professioni sanitarie, un provvedimento che unisce due questioni molto diverse ma entrambe destinate a lasciare il segno: da un lato rende strutturale lo scudo penale per i sanitari, dall’altro apre un varco alla reiscrizione negli Albi dei professionisti radiati durante la pandemia, con un impatto evidente sui cosiddetti medici no vax. La norma sul reintegro è passata con 126 voti favorevoli, 113 contrari e 2 astenuti, quindi con appena 13 voti di scarto, grazie anche al voto decisivo di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Un esito che ha immediatamente messo in crisi la compattezza della maggioranza: Forza Italia, pur restando nel perimetro del provvedimento complessivo, ha preso nettamente le distanze dalla disposizione e ha annunciato che al Senato chiederà di correggerla.

Il cuore della controversia non è burocratico, ma riguarda un principio fondamentale: quali comportamenti rendono un medico indegno di esercitare la professione. La radiazione dall’Ordine è la sanzione disciplinare più severa prevista dal sistema delle professioni sanitarie e viene applicata quando un professionista viola in maniera grave i doveri fondamentali del proprio ruolo. Riaprire per legge la possibilità di tornare negli Albi a chi, durante il Covid, ha diffuso disinformazione, promosso tesi antiscientifiche o indicato terapie prive di basi scientifiche non è un semplice atto di clemenza: è una scelta che rischia di ridimensionare la responsabilità professionale e di indebolire la fiducia dei cittadini nella medicina.

La norma approvata dalla Camera

L’articolo 8 del disegno di legge delega sulle professioni sanitarie prevede un percorso straordinario per la reiscrizione agli Albi dei sanitari radiati per fatti non dolosi commessi durante l’emergenza Covid-19. La formula non parla esplicitamente di vaccini, ma è stata presentata e letta soprattutto come un intervento a favore dei medici radiati per le loro posizioni antivacciniste. Il reintegro non sarebbe automatico: la richiesta dovrà essere presentata entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge e sarà valutata dalla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie, l’organo del ministero della Salute che esamina anche i ricorsi contro i provvedimenti degli Ordini.

La norma è stata inserita in commissione su proposta di Fratelli d’Italia, con un emendamento della deputata Alice Buonguerrieri. I sostenitori hanno parlato della necessità di chiudere una presunta “persecuzione” dei sanitari, di restituire loro la libertà di operare “in scienza e coscienza” e di porre fine a una “caccia alle streghe fuori tempo massimo”. Ma è proprio questa impostazione a sollevare le obiezioni più serie: la libertà di avere opinioni, anche critiche, sulle scelte sanitarie è un diritto, mentre la libertà di esercitare una professione sanitaria è subordinata al rispetto di regole deontologiche precise e alla tutela del paziente.

Il testo richiama i “fatti non dolosi”, cioè condotte commesse senza l’intenzione di provocare un danno, e li collega a un contesto segnato dall’emergenza, dalla limitatezza delle conoscenze sulle terapie, dalla carenza di personale e di materiali e dalla minore esperienza di parte degli operatori impiegati nelle strutture. È una cornice che vuole riconoscere l’eccezionalità della pandemia, ma rischia di diventare troppo ampia. Può infatti includere non soltanto chi ha commesso errori in buona fede in un momento di incertezza, ma anche chi ha sfruttato il proprio status di medico per condurre campagne contro i vaccini, rilasciare esenzioni immotivate, suggerire cure alternative non supportate dalle evidenze o, nei casi più gravi, produrre documenti falsi.

Perché il reintegro dei no vax è un errore

La critica al reintegro non nasce dalla volontà di perseguitare chi ha avuto dubbi sui vaccini o di punire all’infinito chi ha sbagliato. Riguarda invece la distinzione, essenziale, tra libertà di opinione e responsabilità professionale. Un medico può discutere, criticare, esprimere perplessità sulle politiche sanitarie e persino dissentire pubblicamente dalle scelte del governo. Ma quando utilizza la propria autorevolezza per sconsigliare i vaccini, rilasciare certificazioni non giustificate, promuovere terapie non supportate dalla scienza o diffondere informazioni false, non sta soltanto esprimendo un’idea: sta alterando il rapporto di fiducia con il paziente e usando una posizione di potere conoscitivo per orientare decisioni che possono avere conseguenze sulla salute delle persone.

Durante la pandemia, la radiazione non è stata applicata a chiunque avesse espresso scetticismo sui vaccini o avesse scelto di non vaccinarsi. Per molte di queste situazioni sono state usate sanzioni meno gravi, come la sospensione. La radiazione è arrivata per condotte ritenute incompatibili con la professione: campagne sistematiche di disinformazione, promozione di terapie inadeguate, rilascio di esenzioni vaccinali ingiustificate e, in alcuni casi, certificati vaccinali falsi. Ridurre tutto questo a “diversità di opinione” significa banalizzare la gravità del problema e trasformare una questione di responsabilità deontologica in una battaglia ideologica.

C’è poi un problema storico: non tutti i comportamenti contestati risalgono ai primi, confusi giorni del 2020. Alcuni medici hanno continuato a promuovere tesi contrarie ai vaccini e a suggerire terapie sconsigliate dalle autorità anche nel 2021 e nel 2022, quando le conoscenze sul virus, sui vaccini e sulle cure disponibili erano ormai molto più solide. Invocare genericamente l’incertezza scientifica come attenuante rischia quindi di essere fuorviante: l’emergenza spiegava molte difficoltà, ma non poteva giustificare qualsiasi condotta, soprattutto quando veniva mantenuta nel tempo nonostante le evidenze disponibili.

Il paradosso della “scienza e coscienza”

L’espressione più ripetuta dai sostenitori della norma è che i sanitari radiati debbano poter tornare a “operare in scienza e coscienza”. Sul piano retorico è una formula efficace, ma rovescia il problema. La coscienza personale non può sostituire la responsabilità professionale: un medico può avere dubbi, può discutere e può criticare, ma quando entra in relazione con un paziente deve agire secondo le evidenze disponibili, le linee guida e i doveri deontologici. La libertà di coscienza non include il diritto di trasformare lo studio medico, la prescrizione o i canali pubblici in strumenti di disinformazione.

Il rischio più grave è quello di legittimare retroattivamente posizioni antiscientifiche, presentandole come semplici errori commessi in un periodo difficile. Se una maggioranza può cancellare per legge le conseguenze disciplinari di condotte professionalmente gravi, domani potrebbe farlo anche in altri ambiti. Non si tratta di un’allarmistica astratta: la radiazione esiste proprio per tutelare i cittadini dai professionisti che hanno tradito in modo serio i principi della propria attività. indebolirla con una sanatoria generalizzata significa ridurre la capacità del sistema di proteggere la salute pubblica.

La spaccatura nella maggioranza

Il voto ha rivelato una frattura netta all’interno del centrodestra. La norma è stata salvata grazie ai voti di Futuro Nazionale, mentre una parte di Forza Italia ha scelto di non sostenere l’articolo 8 o di non votare, lasciando il provvedimento sul filo. Non è un dettaglio marginale: il reintegro dei medici no vax non è una misura tecnica minore, ma una scelta identitaria che ha costretto la maggioranza a mostrare pubblicamente le proprie differenze.

Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia, è stata particolarmente netta. Ha definito la disposizione un errore e ha annunciato che il gruppo al Senato lavorerà per modificarla. Secondo Craxi, non spetta al legislatore “azzerare per legge, con un colpo di spugna”, decisioni che competono agli Ordini e che riguardano condotte individuali. Ha inoltre ricordato che, durante la pandemia, migliaia di medici, infermieri e operatori hanno sostenuto il Paese in condizioni estreme e che molti di loro hanno perso la vita assistendo i malati.

La posizione di Forza Italia individua la distinzione giusta: non si tratta di negare il diritto di esprimere opinioni critiche sulle scelte sanitarie ma di non trasformare la libertà di pensiero in un passaporto per tornare a esercitare la medicina dopo condotte professionalmente gravi. La medicina si regge sulla scienza, sulla responsabilità di chi la pratica e sulla tutela del paziente.

Lo scudo penale: tutela necessaria, ma da calibrare

Accanto alla norma sul reintegro, il ddl rende strutturale lo scudo penale per i sanitari, già previsto durante il Covid e poi prorogato più volte. In pratica, il medico o il sanitario che commetta un reato di lesioni o omicidio colposo nell’esercizio della propria attività non sarà punibile per colpa lieve, ma soltanto per colpa grave, a condizione di aver seguito linee guida accreditate o buone pratiche professionali.

La misura intende ridurre la cosiddetta medicina difensiva: la tendenza di molti medici a prescrivere visite, esami e accertamenti non sempre necessari soprattutto per proteggersi da eventuali contenziosi. È un fenomeno reale, con costi stimati tra i 10 e i 15 miliardi di euro l’anno, e merita di essere affrontato. Tuttavia, anche in questo caso occorre distinguere tra la tutela di chi lavora in condizioni difficili e la creazione di una protezione così ampia da rendere più difficile accertare responsabilità effettive.

La riforma prevede che, nel valutare la colpa e il suo grado, si tengano conto delle condizioni concrete di lavoro: carenza di personale, indisponibilità di terapie, situazioni di emergenza, pressione assistenziale. Sono criteri sensati, perché un errore commesso in un pronto soccorso saturo non può essere giudicato con la stessa rigidità di uno commesso in condizioni normali. Il rischio, però, è che la soglia della “colpa grave” diventi così alta da lasciare fuori dalla responsabilità penale anche condotte che meriterebbero un scrutinio giudiziario. La responsabilità civile, invece, resta invariata.

Una riforma utile, minata da una sanatoria

Il disegno di legge non si esaurisce nei due temi più discussi. Contiene una delega al Governo per emanare, entro sei mesi, uno o più decreti legislativi volti a rafforzare il personale sanitario e a contrastare la fuga di medici e infermieri dal Servizio sanitario nazionale. Tra gli interventi previsti ci sono forme di flessibilità per i medici specializzandi, una riduzione della burocrazia, meccanismi premiali legati a sistemi di valutazione e obiettivi connessi alla riduzione delle liste d’attesa.

Sono previsti inoltre un restyling della disciplina degli Ordini professionali e delle federazioni, con correzioni sui poteri degli organi ordinari e straordinari e sulla durata dei mandati, oltre a un sistema nazionale di certificazione delle competenze. Quest’ultimo dovrebbe riconoscere formalmente ciò che i sanitari hanno appreso con l’esperienza e utilizzarlo per incarichi, funzioni e progressione di carriera. La formazione cambia volto: il percorso per diventare medico di medicina generale dovrebbe diventare universitario, come le altre specializzazioni, mentre sono previste revisioni per chimici, biologi, ostetriche, psicologi e odontoiatri. Per i professionisti extracomunitari è previsto l’obbligo di iscrizione in elenchi speciali degli Ordini, previa verifica delle competenze linguistiche.

Sono direzioni condivisibili. Il Servizio sanitario nazionale ha bisogno di attrattività, programmazione, regole chiare e una moderna valorizzazione delle competenze. Ma proprio per questo la norma sul reintegro appare fuori luogo: un provvedimento che dovrebbe rafforzare la credibilità del sistema sanitario non può contenere, quasi in coda, una sanatoria che ne mina l’autorevolezza.

Cosa può succedere al Senato

Il testo è ora destinato al Senato, dove dovrà essere approvato nel suo complesso prima di poter entrare in vigore. Forza Italia ha già annunciato che chiederà modifiche alla norma sul reintegro, con l’obiettivo di tutelare l’autonomia degli Ordini, la verifica dell’aggiornamento professionale e i requisiti necessari per esercitare in sicurezza. Le opposizioni, dal canto loro, hanno denunciato l’incoerenza di una maggioranza che ha votato per mantenere l’articolo 8 alla Camera e ora ne discute la correzione a Palazzo Madama.

La partita, quindi, non è chiusa. Ma il segnale già inviato dalla Camera è preoccupante. Un Paese che ha pagato un prezzo altissimo in vite umane, saturazione degli ospedali e sfiducia nelle istituzioni non dovrebbe trasformare la sanzione per la disinformazione sanitaria in una questione di opportunità politica. Il reintegro dei medici no vax non è un atto di riconciliazione: è una rinuncia, anche solo parziale, a difendere il criterio scientifico come fondamento della cura.

La riforma delle professioni sanitarie avrebbe potuto essere ricordata per lo scudo penale, la valorizzazione delle competenze e il tentativo di rendere il Servizio sanitario nazionale più attrattivo. Se la norma sul reintegro dovesse sopravvivere al Senato nella forma attuale, rischia invece di diventare il suo elemento più controverso: non una misura di giustizia, ma una ferita aperta nella credibilità della medicina italiana.