Paolo Zampolli non è più inviato speciale di Trump: la fine dell’incarico dopo la faida con il Dipartimento di Stato

Paolo Zampolli, imprenditore italoamericano e storico amico personale di Donald Trump, non è più inviato speciale del governo statunitense. Un funzionario americano ha confermato che il suo status di inviato è stato revocato e che non è più un dipendente del governo federale, dopo la pubblicazione di un’inchiesta di Politico sui mesi di tensioni con il vice segretario di Stato Christopher Landau.

La notizia chiude un capitolo iniziato nel marzo 2025, quando Trump aveva nominato Zampolli rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali, con il compito dichiarato di promuovere gli interessi americani sulla scena internazionale. L’uscita dall’amministrazione, però, arriva in un contesto molto più complesso di una semplice sostituzione: dietro il licenziamento c’è una lunga contesa interna su competenze, gerarchie e limiti del ruolo di Zampolli all’interno del Dipartimento di Stato.

Un incarico che durava poco più di un anno

Zampolli era stato nominato da Trump nel marzo 2025 come inviato speciale per le partnership globali. Inizialmente, nelle settimane precedenti alla designazione ufficiale, si era parlato di un possibile ruolo come inviato speciale per l’Italia, un incarico del tutto inedito che aveva alimentato attese e speculazioni anche a Roma. Quella ipotesi era stata poi smentita, ma nel frattempo Zampolli aveva già incontrato diversi esponenti del governo italiano, consolidando l’immagine di un uomo capace di muoversi con facilità tra politica, business e diplomazia informale.

Il mandato ufficiale, invece, era più ampio e vago: promuovere gli interessi degli Stati Uniti nel mondo e costruire partnership internazionali. Secondo la documentazione citata da Politico, la notifica inviata al Congresso definiva l’obiettivo principale del suo lavoro quello di rappresentare il paese negli eventi culturali globali e di sviluppare partnership culturali. Era quindi un incarico di diplomazia culturale e relazionale, non un ruolo operativo di politica estera, commercio internazionale o negoziato economico.

Zampolli aveva sempre presentato il proprio ruolo in modo molto più ampio. In un’intervista al Financial Times aveva dichiarato che il suo “capo numero uno” fosse il presidente degli Stati Uniti e che ricevesse indicazioni dalla Casa Bianca, dal Dipartimento del Commercio e dal Dipartimento della Guerra, per promuovere l’agenda “America First”. Una visione del proprio mandato che, alla luce delle email emerse, aveva contribuito a creare attriti con la catena di comando del Dipartimento di Stato.

Il licenziamento arriva dopo l’inchiesta

La revoca dell’incarico è stata resa pubblica giovedì 15 ottobre 2026, poche ore dopo che Politico aveva pubblicato una ricostruzione basata su mesi di scambi di posta elettronica tra Zampolli e Landau. Un funzionario statunitense ha precisato che lo status di inviato di Zampolli “è stato terminato” e che l’imprenditore italoamericano “non è più un dipendente del governo”.

Il tempismo è stato immediatamente notato. Zampolli stesso, intervistato da Politico, ha detto di non avere “assolutamente alcuna sorpresa” per il licenziamento dopo la pubblicazione dell’articolo. Ha comunque ringraziato Trump, il segretario di Stato Marco Rubio e il team dell’amministrazione, definendo il servizio al presidente e agli Stati Uniti “il più grande onore della mia vita”. Ha poi aggiunto che era arrivato il momento di “tornare al lavoro, costruire relazioni e chiudere accordi”.

Secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, Zampolli avrebbe anche riferito che Trump gli aveva chiesto perché volesse lavorare nel governo quando poteva continuare a fare affari e chiudere accordi. Una frase che riassume bene la doppia identità di Zampolli: da un lato l’incarico pubblico, dall’altro il ruolo di intermediario privato, uomo di relazioni e operatore di business internazionale.

La faida con Christopher Landau

Al centro della vicenda c’è lo scontro con Christopher Landau, vice segretario di Stato e superiore diretto di Zampolli fino a luglio. Le email ottenute da Politico coprono quasi un anno e mostrano un conflitto progressivamente degenerato, passato da divergenze sulle competenze ad accuse personali, minacce di azioni disciplinari e sospetti di fughe di notizie ai media.

Landau aveva ripetutamente chiesto a Zampolli di restare nei limiti della diplomazia culturale. In un messaggio del 14 novembre 2025 gli aveva ordinato di interrompere ogni attività non direttamente collegata a quel mandato, sottolineando che non aveva alcuna autorità per occuparsi di questioni di politica estera esterne alla propria competenza. Il giorno successivo, in una email inviata ad altri quindici colleghi, Landau aveva accusato Zampolli di voler proseguire iniziative non autorizzate e potenzialmente illegali in ambito commerciale ed economico.

Landau aveva anche avvertito che lavorare al di fuori della propria autorità legale, e in violazione delle direttive ricevute, poteva esporre Zampolli a provvedimenti disciplinari, licenziamento e responsabilità legali. Zampolli ha negato ogni accusa di illegalità, sostenendo invece che Landau lo avesse attaccato “fin dal primo giorno” e che avesse cercato di distruggere tutto ciò che lui faceva.

Email con più di una dozzina di funzionari

Ciò che rende la vicenda particolarmente insolita non è soltanto il tono acceso dello scontro, ma la sua visibilità interna. Alcune catene di posta elettronica includevano oltre una dozzina di funzionari dell’amministrazione, arrivando a coinvolgere fino a sedici persone. Tra i destinatari figurava anche Dan Scavino, direttore del personale presidenziale alla Casa Bianca.

Il conflitto non rimase dunque confinato in una corrispondenza privata tra due dirigenti, ma divenne una disputa istituzionale osservata da gran parte dell’apparato diplomatico e politico dell’amministrazione. Secondo Politico, almeno in un’occasione la lite si riversò anche nelle comunicazioni con un alto funzionario straniero, aprendo un problema di protocollo diplomatico e di immagine del Dipartimento di Stato presso gli alleati.

Un funzionario dell’amministrazione a conoscenza degli scambi ha definito le accuse e le critiche contenute nelle email “cartoonesche e imbarazzanti”, contrapponendole all’immagine di un Dipartimento di Stato normalmente professionale.

Oltre la diplomazia culturale

Le accuse di Landau non sembravano del tutto infondate, almeno sulla base dei contenuti pubblici diffusi da Zampolli sui social. L’ex inviato aveva infatti documentato incontri con il ministro dell’energia della Romania, attività su questioni nucleari in Ungheria, partecipazione a riunioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, contatti con il responsabile degli investimenti diretti esteri degli Emirati Arabi Uniti e discussioni con un funzionario argentino su un eventuale invio di astronauti del paese sudamericano nello spazio.

Sono temi che esulano chiaramente dalla rappresentanza degli Stati Uniti in eventi culturali e dalla costruzione di partnership nel settore artistico. Per Landau, questa attività dimostrava che Zampolli aveva superato il proprio mandato e stava agendo come un diplomatico parallelo, senza l’autorizzazione necessaria della catena di comando. Per Zampolli, invece, quelle iniziative rientravano nella promozione degli interessi americani e degli accordi economici utili al presidente Trump.

Tra gli esempi citati da Zampolli c’è anche il ruolo attribuito a se stesso nella conclusione di un accordo tra Boeing e Uzbekistan Airways, relativo all’acquisto di 22 Boeing 787 Dreamliner per un valore superiore agli 8 miliardi di dollari. Zampolli ha sostenuto che l’operazione avesse creato posti di lavoro e fosse stata accolta favorevolmente da Trump, usando questo risultato come prova che il suo lavoro non si fosse allontanato dagli interessi del presidente.

Il caso dei Balcani e della Serbia

Uno degli episodi più delicati della faida risale a febbraio, quando Zampolli si recò nei Balcani. Durante il viaggio incontrò anche il capo del governo della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia ed Erzegovina, spesso descritta come filorussa e politicamente sensibile per gli equilibri regionali. In quell’occasione, secondo un comunicato governativo dell’epoca, Zampolli avrebbe discusso del finanziamento di progetti solari e idroelettrici.

Pochi giorni dopo, Landau inviò un’email al ministro degli Esteri serbo Marko Đurić per avvertirlo di non trattare con Zampolli di questioni esterne alla sua competenza culturale. Landau spiegò che il Dipartimento di Stato aveva autorizzato Zampolli a recarsi a Belgrado dopo un invito del ministero serbo dello sport, ma che non aveva autorizzato i contatti con il capo della diplomazia e con altre figure economiche e politiche del governo serbo.

Nella email, Landau avrebbe scritto che Zampolli non aveva “assolutamente alcuna autorità” per parlare a nome dell’amministrazione al di fuori degli affari culturali, chiedendo scusa se la visita avesse creato confusione. Non è noto se Đurić abbia risposto, mentre un portavoce dell’ambasciata serba non avrebbe risposto alle richieste di commento della stampa.

Zampolli ha invece sostenuto di aver saputo da diversi ministri degli Esteri che Landau non voleva che lo incontrassero, pur dichiarando di non sapere che il vice segretario avesse contattato direttamente Đurić. Ha inoltre affermato di essere rimasto contrariato perché Landau gli avrebbe impedito di recarsi in Albania per un viaggio dedicato alla diplomazia sportiva, arrivando a chiedergli spiegazioni prima di rivolgersi al presidente degli Stati Uniti.

Le accuse di fughe di notizie

La disputa assunse un tono ancora più aspro a giugno, quando Zampolli chiese all’ispettore generale del Dipartimento di Stato, Arne Baker, di esaminare il comportamento di Landau. Nello stesso giorno, in una email inviata insieme ad altri sedici funzionari, Zampolli accusò Landau di essere la fonte di un articolo del New York Times che, secondo lui, aveva causato “danni irreparabili” alla first lady Melania Trump e alla sua famiglia.

L’articolo cui Zampolli sembrava riferirsi, pubblicato a marzo, riguardava una disputa sulla custodia del figlio e riportava accuse secondo cui Zampolli avrebbe chiesto all’Immigration and Customs Enforcement di deportare Amanda Ungaro, madre del suo figlio adolescente, in Brasile, per rafforzare la propria posizione nella causa. Zampolli ha sempre negato di aver chiesto all’ICE di detenere Ungaro.

Landau respinse categoricamente l’accusa di fuga di notizie. In una risposta definita da Politico particolarmente dura, scrisse che le minacce e le accuse di Zampolli stavano diventando “sempre più bizzarre, diffamatorie e inappropriate” per una diffusione via email, aggiungendo di non avere idea di cosa Zampolli stesse parlando e di negare di essere la fonte di qualsiasi informazione.

Landau, in qualità di supervisore, gli ordinò inoltre di smettere di inviare email che descrisse come “sregolate” finché non avesse ricevuto ulteriori indicazioni dalla Casa Bianca su come procedere. La risposta di Zampolli non placò il conflitto: egli continuò a sostenere che solo Trump potesse dargli o togliergli l’incarico, rafforzando l’idea di un rapporto diretto con il presidente al di sopra della gerarchia ministeriale.

Chi è Paolo Zampolli

Paolo Zampolli è nato a Milano nel 1970 e ha costruito la propria carriera lontano dall’Italia, tra Miami, Ibiza e soprattutto New York. Dopo la morte improvvisa del padre, quando aveva appena 18 anni, lasciò gli studi universitari e vendette l’azienda di famiglia, cambiando radicalmente traiettoria. Negli anni Novanta entrò nel mondo della moda newyorkese, fondando un’agenzia di modelle e costruendo una rete di relazioni tra spettacolo, immobiliaire di lusso, finanza e politica.

Fu proprio in quel contesto che Zampolli entrò in contatto con Melania Trump, allora modella, che rappresentò a New York negli anni Novanta. Secondo una ricostruzione del New York Times, fu Zampolli a presentarla a Donald Trump durante una festa nel 1998. Quell’incontro, divenuto nel tempo parte della narrazione pubblica attorno alla coppia Trump, contribuì a rendere Zampolli una figura familiare nell’orbita personale e politica del presidente.

Trump lo aveva già nominato nel consiglio del Kennedy Center durante la prima amministrazione. Nella seconda amministrazione, invece, lo scelse come rappresentante speciale per le partnership globali. Zampolli è rimasto inoltre un assiduo frequentatore di Mar-a-Lago, la residenza della famiglia Trump in Florida, pur avendo mantenuto rapporti anche con esponenti Democratici, un tratto che ne ha fatto una figura trasversale e difficile da collocare nella tradizionale divisione politica americana.

Un diplomatico “informale” nel sistema Trump

La vicenda Zampolli illustra una delle caratteristiche più discusse dell’amministrazione Trump: la presenza di inviati speciali e consiglieri personali che operano al di fuori dei canali diplomatici tradizionali. Gli inviati speciali sono rappresentanti nominati dai capi di Stato o di governo per occuparsi di questioni specifiche che non rientrano normalmente nelle competenze di un ambasciatore ordinario. Nel caso di Zampolli, però, la sovrapposizione tra mandato culturale, attività economiche e relazioni personali con Trump ha reso i confini del ruolo particolarmente ambigui.

Zampolli si è sempre presentato come un “facilitatore”: un uomo capace di aprire porte, creare contatti e chiudere accordi grazie alla propria rete internazionale. La sua formula, riassunta nello slogan “20 miliardi in 20 minuti”, riflette una concezione della diplomazia fortemente transazionale, fondata più sulle relazioni personali e sugli affari che sui protocolli ministeriali.

Tuttavia, proprio questa impostazione è emersa come il nodo centrale del conflitto con Landau. Mentre Zampolli sosteneva di agire per conto diretto del presidente e nell’interesse dell’agenda “America First”, il vice segretario di Stato insisteva sul fatto che nessun inviato può sostituirsi al Dipartimento di Stato né trattare con governi stranieri questioni di politica estera, energia, investimenti o affari commerciali senza autorizzazione.

Il post di Zampolli e la versione dell’ex inviato

Dopo il licenziamento, Zampolli non ha menzionato pubblicamente l’inchiesta di Politico. In un post sui social ha spiegato che il suo incarico doveva in origine durare solo un anno e che era già stato esteso, suggerendo così che la fine del ruolo non fosse necessariamente collegata al conflitto con Landau. Non ha però fornito una spiegazione alternativa della revoca né ha contestato pubblicamente la comunicazione ufficiale secondo cui non è più un dipendente governativo.

Nel messaggio ha anche ripreso una frase attribuitagli da Trump: “Perché vuoi lavorare nel governo quando riesci a fare tutti questi accordi?”. Una dichiarazione che Zampolli ha commentato affermando che “il presidente ha sempre ragione”, mantenendo un tono di lealtà verso Trump anche dopo l’uscita dall’amministrazione.

La sua versione è quella di un uomo che non ha mai accettato pienamente la logica burocratica. Già in passato aveva scritto sui social di non aver mai avuto un capo in vita, e nelle interviste successive al conflitto ha ribadito che i normali organigrammi non si applicassero al suo caso. È un’immagine coerente con il suo percorso da agente di modelle a imprenditore immobiliare, ma è anche esattamente il tipo di approccio che Landau aveva cercato di limitare.

Il precedente del ripescaggio dell’Italia ai Mondiali

Zampolli era tornato recentemente all’attenzione dell’opinione pubblica italiana anche per una proposta calcistica molto discussa e controversa: la richiesta alla FIFA di far partecipare comunque l’Italia ai Mondiali di calcio del 2026, nonostante la Nazionale non si fosse qualificata. L’idea prevedeva di discutere un’eventuale sostituzione dell’Iran nel torneo, che si sarebbe giocato proprio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico.

Non era la prima volta che Zampolli avanzava una proposta simile: già nel 2022, in occasione dei Mondiali in Qatar, aveva lanciato un’idea analoga, rimasta senza conseguenze. Anche questa volta la proposta non aveva alcuna base regolamentare concreta, ma aveva riacceso il dibattito in Italia e aveva mostrato la capacità di Zampolli di trasformare relazioni personali e visibilità mediatica in strumenti di pressione pubblica.

Il caso è rilevante perché mostra il metodo di Zampolli: non essere un dirigente sportivo o un decisore istituzionale, ma usare il proprio accesso a reti di potere per inserirsi in dossier di grande attenzione pubblica. La proposta sul ripescaggio azzurro non aveva prodotto effetti sul piano sportivo, ma aveva contribuito a costruire l’immagine di Zampolli come intermediario capace di muoversi tra politica internazionale, grandi organizzazioni e interesse nazionale italiano.

Cosa cambia dopo l’uscita

La revoca dell’incarico non cancella il ruolo che Zampolli ha avuto nell’amministrazione Trump, ma ne riduce sensibilmente la visibilità istituzionale. Fino a giovedì poteva presentarsi come inviato speciale degli Stati Uniti per le partnership globali; da ora, invece, torna a essere un imprenditore e operatore privato, privo di un mandato pubblico che legittimasse i suoi contatti con governi stranieri, aziende e organizzazioni internazionali.

Per il Dipartimento di Stato, la vicenda rappresenta un problema di coerenza interna. La faida è emersa attraverso email diffuse alla stampa, con accuse reciproche, nomi di alti funzionari coinvolti e riferimenti a questioni diplomatiche delicate. Un funzionario ha descritto il contrasto come un’anomalia rispetto alla professionalità abituale del Dipartimento, ma il fatto stesso che la disputa sia arrivata fino alla Casa Bianca indica quanto fosse diventata difficile da gestire.

Per Trump, infine, la decisione di revocare l’incarico a un amico personale di lunga data mostra i limiti della protezione personale quando un conflitto interno diventa pubblico e potenzialmente dannoso per l’immagine dell’amministrazione. Zampolli resta comunque una figura legata al presidente e alla sua cerchia, ma perde lo strumento istituzionale che negli ultimi diciotto mesi aveva trasformato la sua rete di relazioni in un ruolo ufficiale all’interno della diplomazia statunitense.

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