Chi è Paolo Zampolli: l’uomo di Trump che vuole l’Italia ai Mondiali al posto dell’Iran

Chi è Paolo Zampolli: l’uomo di Trump che vuole l’Italia ai Mondiali al posto dell’Iran

Chi è Paolo Zampolli: l’uomo di Trump che vuole l’Italia ai Mondiali al posto dell’Iran

L’ultima – e probabilmente unica – speranza per vedere l’Italia ai Mondiali passa da un nome che fino a pochi anni fa era noto soprattutto nei salotti della New York più mondana: Paolo Zampolli. Oggi, invece, Zampolli è tornato al centro del dibattito politico-mediatico per una proposta tanto suggestiva quanto controversa: sostituire l’Iran con l’Italia nella prossima Coppa del Mondo.

L’idea, rilanciata in ambienti vicini all’amministrazione americana guidata da Donald Trump, si inserisce in un contesto geopolitico complesso, segnato dalla guerra in Medio Oriente e da tensioni crescenti tra Washington e Teheran. Non è la prima volta che Zampolli tenta una mossa simile: già nel 2022, in occasione dei Mondiali in Qatar, aveva avanzato una proposta analoga, rimasta senza seguito.

Questa volta, però, il contesto appare diverso. I Mondiali 2026 si giocheranno proprio in Nord America – tra Stati Uniti, Canada e Messico.

Dalla Milano industriale alla New York delle élite

La storia di Paolo Zampolli è tutt’altro che lineare. Nato a Milano nel 1970, cresce in una famiglia imprenditoriale: il padre Giovanni guida Harbert, società attiva nella distribuzione italiana di prodotti legati a marchi come Hasbro. La morte improvvisa del padre, quando Paolo ha appena 18 anni, segna una frattura decisiva. Zampolli abbandona gli studi universitari e decide di vendere l’azienda di famiglia, cambiando completamente traiettoria.

Il vero salto arriva negli anni ’90, quando si trasferisce a New York. Qui costruisce un network che mescola moda, business e politica. Secondo un profilo del The New York Times, è proprio Zampolli a facilitare l’arrivo negli Stati Uniti di Melania Trump, allora modella slovena, e a presentarla a Donald Trump durante una festa nel 1998. Un episodio che, a posteriori, assume un valore simbolico: Zampolli si afferma come un “connettore”, un uomo capace di creare relazioni tra mondi diversi.

Parallelamente, sviluppa attività nel real estate di lusso. Dopo un periodo nel Trump Group, fonda la sua società immobiliare, orientata a clienti di fascia altissima. Il suo approccio al business è fortemente basato sull’immagine e sulle relazioni, con strategie talvolta controverse, come l’utilizzo di modelle come consulenti per accompagnare clienti nei progetti immobiliari.

Diplomazia informale e potere relazionale

Negli anni, Zampolli costruisce un profilo sempre più ibrido, a metà tra imprenditore e diplomatico. Dal 2011 ricopre incarichi legati alla rappresentanza della Repubblica Dominicana presso le Nazioni Unite, arrivando a essere nominato ambasciatore per la tutela degli oceani. Si tratta di ruoli formalmente riconosciuti, ma che si intrecciano con una rete di relazioni informali costruita nel tempo.

La sua influenza non si esaurisce con l’era Trump. Nel 2021 viene infatti nominato da Joe Biden all’interno del Council on Sports, Fitness and Nutrition, segno di una capacità di adattamento che travalica le divisioni politiche. Tuttavia, è con Trump che il suo ruolo diventa più visibile e controverso.

Secondo Reuters e Financial Times, Zampolli rientra nella cerchia dei cosiddetti “facilitatori” della diplomazia trumpiana: figure non sempre istituzionali, ma in grado di influenzare dossier sensibili grazie a relazioni personali e accesso diretto al potere. Il suo metodo è stato sintetizzato nello slogan “20 miliardi in 20 minuti”, espressione che riflette una visione fortemente transazionale della diplomazia.

Ombre, accuse e narrazione mediatica

Accanto alla rete di relazioni e ai successi imprenditoriali, la figura di Zampolli è stata spesso accompagnata da polemiche e controversie. In particolare, un’inchiesta del The New York Times ha riportato accuse secondo cui Zampolli avrebbe orchestrato la deportazione dagli Stati Uniti di Amanda Ungaro, madre di suo figlio, una ricostruzione che lo stesso Zampolli ha contestato e che non ha portato a conclusioni giudiziarie definitive. Inoltre, negli ultimi anni, il suo nome è stato associato – almeno a livello mediatico – a dossier sensibili come gli Epstein Files, alimentando ulteriori interrogativi sulla sua rete di contatti.

Una parte della critica sostiene che la sua strategia comunicativa segua uno schema ricorrente: da un lato la costruzione di un’immagine di grande mediatore internazionale, dall’altro una gestione aggressiva delle contestazioni, anche attraverso minacce legali o pressioni mediatiche. Accuse che, va sottolineato, provengono da fonti giornalistiche e non sempre hanno trovato riscontro in sede giudiziaria.

Questo dualismo – tra uomo di relazioni e figura controversa – contribuisce a rendere Zampolli un personaggio difficile da classificare, ma proprio per questo estremamente rilevante nel contesto attuale.

Conclusione

Paolo Zampolli non è un decisore istituzionale né un dirigente sportivo, ma un intermediario con accesso a reti di potere rilevanti. La sua proposta sui Mondiali, per quanto priva di basi regolamentari, ha riacceso il dibattito e riportato il suo nome sotto i riflettori.

Scopri di più da Economia X Finanza

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere