FIGC a rischio commissariamento: oggi il voto del CONI sul caso Malagò, tra pareri opposti e conflitti di interesse

Martedì 6 ottobre 2026 è una giornata decisiva per il calcio italiano: dalle 13 il CONI, il Comitato olimpico nazionale, vota se commissariare la FIGC, la Federazione italiana gioco calcio, dopo l’elezione contestata di Giovanni Malagò a presidente. La posta in gioco non è solo la regolarità formale di una candidatura, ma l’intero equilibrio di potere tra politica, sport e interessi economici che ruotano intorno alla federazione più ricca e influente dello sport italiano.

Il contesto: perché Malagò è stato eletto e perché ora è sotto accusa

Giovanni Malagò, 67 anni, è stato eletto presidente della FIGC lo scorso giugno con il 68,5 per cento dei voti, dopo che per la terza volta di fila l’Italia non era riuscita a qualificarsi ai Mondiali. La sua candidatura, sostenuta da molte aree del calcio italiano, arrivava in un momento di profonda crisi sportiva e istituzionale, con la federazione alla ricerca di una figura forte e riconosciuta, capace di ridare credibilità al movimento.

Tuttavia, la regolarità della sua elezione è stata contestata da Renato Miele, avvocato ed ex calciatore, la cui candidatura alla presidenza FIGC era stata respinta perché non sostenuta da alcuna lega o associazione facente parte della federazione, un requisito necessario per potersi candidare. Miele ha presentato ricorso, sostenendo non solo di essere stato escluso ingiustamente, ma anche che l’elezione di Malagò fosse nulla, poiché al momento della candidatura il presidente non risultava tesserato alla FIGC, come invece richiesto dallo statuto federale.

Il nodo del tesseramento: un pretesto o una questione di principio?

Il cuore della controversia è il tesseramento: lo statuto della FIGC stabilisce che per candidarsi a incarichi federali bisogna essere «in regola con il tesseramento». Malagò, al momento della candidatura, non risultava tesserato, un dettaglio che secondo i critici renderebbe nulla la sua elezione.

Tuttavia, il mancato tesseramento è considerato da molti un pretesto: almeno due ex presidenti della FIGC, Gabriele Gravina e Giancarlo Abete, hanno ricoperto la carica per anni pur non essendo tesserati alla federazione. La questione, quindi, non è solo formale, ma sostanziale: riguarda relazioni, interessi, dinamiche e meccanismi di potere tra politica, CONI e FIGC, con il calcio italiano che rischia di rimanere ancora una volta impantanato in cavilli burocratici e ingarbugliamenti legali.

I pareri dei giuristi: due fronti opposti sulla regolarità dell’elezione

Sulla questione si sono schierati alcuni dei più importanti giuristi italiani, chiamati a esprimere pareri su richiesta sia del CONI sia della FIGC. Tra i consulenti della federazione calcistica figurano nomi come Sabino Cassese, ex giudice della Corte costituzionale, e Bernardo Giorgio Mattarella, professore di diritto amministrativo e figlio del presidente della Repubblica.

I cinque giuristi interpellati dalla FIGC sostengono che essere “in regola con il tesseramento” non significhi necessariamente essere tesserati al momento della candidatura, ma essere stati considerati idonei dopo la verifica dei requisiti, cosa che a Malagò è effettivamente avvenuta. Di segno opposto i pareri richiesti dal CONI, secondo cui il tesseramento è un requisito essenziale e la sua assenza rende nulla l’elezione, aprendo la strada al commissariamento per “gravi irregolarità nella gestione”.

La conta dei voti in Giunta e Consiglio: chi decide il destino della FIGC

La decisione spetta alla Giunta nazionale del CONI, l’organo di governo composto da 16 membri, tra cui il presidente Luciano Buonfiglio, le vicepresidenti Diana Bianchedi e un’altra rappresentante, e figure di spicco dello sport come le ex atlete Tania Cagnotto e Federica Pellegrini. Se la Giunta voterà per il commissariamento, alle 14 seguirà il voto del Consiglio nazionale, il “parlamento” del CONI, composto da 77 membri, per lo più presidenti di federazioni sportive.

La sensazione diffusa è che il voto avrà poco a che fare con i principi statutari e molto con gli equilibri di potere tra chi sostiene Buonfiglio e chi appoggia Malagò, ex presidente del CONI e membro del CIO, quindi parte di diritto della Giunta. Si ipotizza che Malagò, insieme a figure come Elisabet Spina e Diana Bianchedi, potrebbe astenersi per conflitto di interessi, data la loro diretta connessione con il calcio.

Lo scenario più probabile: Malagò commissario di se stesso

Tra le ipotesi più discusse nelle ultime ore c’è quella di un compromesso: la FIGC verrebbe commissariata, ma con Malagò stesso nominato commissario straordinario. In questo modo, il CONI salverebbe la forma, sanzionando l’irregolarità del tesseramento, ma eviterebbe uno scontro frontale con la federazione calcistica e i suoi potenti alleati.

Malagò, da commissario, traghetterebbe la FIGC verso nuove elezioni, probabilmente entro la fine del 2026, e potrebbe candidarsi nuovamente, questa volta regolarmente tesserato. Non è escluso che si presenti come unico candidato, rendendo di fatto la sua riconferma una formalità.

Le conseguenze per il calcio italiano: rischi e opportunità

Un commissariamento, anche “di comodo”, avrebbe comunque effetti concreti: decadrebbero il presidente e il Consiglio federale, e la gestione ordinaria della FIGC passerebbe nelle mani del commissario. La federazione dovrebbe accelerare su temi cruciali, dalla riforma dei campionati alla gestione della Nazionale, in vista degli Europei 2032 che l’Italia ospiterà insieme alla Turchia.

L’UEFA, la confederazione europea di calcio, potrebbe non gradire che una federazione commissariata organizzi un torneo di tale portata, e questo potrebbe spingere il CONI a cercare una soluzione rapida e indolore, come il compromesso Malagò-commissario.

I retroscena: conflitti di interessi e giochi di potere

Non mancano le critiche sui possibili conflitti di interessi: c’è chi ha sollevato dubbi sul voto di Buonfiglio, il cui figlio è direttore commerciale della Kings League, un torneo di calcio e social che ha avuto attriti con il calcio dilettantistico. Allo stesso tempo, Malagò, con il suo passato al CONI e i suoi legami con federazioni e atleti, è considerato “di casa” in Giunta e Consiglio.

La vicenda, quindi, non è solo una questione di statuti e regolamenti, ma di relazioni, interessi e dinamiche di potere tra politica, CONI e FIGC, con il calcio italiano che rischia di rimanere ancora una volta impantanato in cavilli burocratici e ingarbugliamenti legali.

Cosa succederà dopo il voto

Se la Giunta e il Consiglio voteranno per il commissariamento, la FIGC seguirà la strada già percorsa otto volte dal secondo Dopoguerra, le più recenti nel 2006 per “calciopoli” e nel 2018 dopo la mancata qualificazione ai Mondiali. Se invece prevarrà il compromesso, Malagò si troverà a guidare la federazione in una fase di transizione, con l’obiettivo di stabilizzare la gestione e preparare nuove elezioni.

In ogni caso, la giornata del 6 ottobre 2026 segnerà un punto di svolta per il calcio italiano, tra incertezze giuridiche, equilibri di potere e la necessità di dare una risposta credibile alle sfide sportive e organizzative che attendono la FIGC.

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