Poste Italiane ha acquistato sul mercato un ulteriore 1,1% di Tim, portando la propria partecipazione nella società telefonica all’86,95%. L’operazione, realizzata per circa 160 milioni di euro, avvicina il gruppo guidato da Matteo Del Fante alla soglia del 90%, oltre la quale potrebbe partire il procedimento per il delisting di Tim da Piazza Affari.
L’acquisto dopo la conclusione dell’Opas
L’operazione arriva pochi giorni dopo la conclusione dell’offerta pubblica di acquisto e scambio, l’Opas, lanciata da Poste Italiane nel marzo del 2026. Prima dell’offerta, Poste possedeva circa il 20% del capitale di Tim; grazie alle adesioni degli azionisti, la quota era salita all’85,82% al termine del periodo di riapertura dell’offerta, conclusosi il 25 settembre.
L’acquisto sul mercato ha quindi consentito a Poste di aggiungere poco più di un punto percentuale alla propria partecipazione, arrivando a detenere complessivamente circa 1,87 miliardi di azioni Tim. Il gruppo postale ha approfittato della discesa del titolo della società telefonica, acquistando le azioni a un prezzo non superiore a 6,65 euro.
La soglia di 6,65 euro è significativa perché corrisponde al valore unitario dell’offerta di Poste al momento del suo annuncio. Nei sei mesi successivi alla conclusione dell’operazione, infatti, il gruppo deve rispettare la cosiddetta best price rule: se acquistasse azioni Tim a un prezzo superiore a quello dell’Opas, dovrebbe riconoscere la differenza anche agli azionisti che avevano aderito all’offerta.
La best price rule è una regola pensata per garantire la parità di trattamento tra gli azionisti che aderiscono a un’Opas e quelli che, nello stesso periodo o subito dopo, vendono le proprie azioni direttamente all’offerente. In base a questo principio, l’offerente non può acquistare titoli della società a un prezzo più alto rispetto a quello riconosciuto nell’offerta senza adeguare al rialzo il corrispettivo destinato a tutti gli azionisti che hanno aderito.
Come funziona la regola
La norma si applica durante il periodo dell’offerta e, con alcune condizioni, anche nei sei mesi successivi alla data dell’ultimo pagamento. Se Poste Italiane acquistasse azioni Tim a un prezzo superiore a 6,65 euro, il prezzo dell’Opas dovrebbe essere ricalcolato verso l’alto. Non si tratterebbe quindi di un vantaggio riservato soltanto al venditore che ha ceduto le azioni sul mercato: la differenza dovrebbe essere riconosciuta anche a tutti gli azionisti che avevano consegnato i titoli a Poste nell’ambito dell’offerta.
Il meccanismo serve a evitare che gli azionisti vengano trattati in modo diverso a seconda del momento in cui hanno venduto. Chi ha aderito all’Opas non deve infatti ricevere meno di chi, in una fase successiva, riesce a vendere le proprie azioni direttamente all’offerente a condizioni migliori.
Un esempio concreto su Tim
Nel caso dell’operazione su Tim, il corrispettivo dell’Opas è stato fissato a 6,65 euro per azione. Poste può quindi acquistare ulteriori azioni sul mercato a un prezzo inferiore o uguale a questa soglia senza modificare il valore dell’offerta.
Se, invece, acquistasse anche una sola parte rilevante delle azioni a 6,70 euro, il prezzo dell’Opas verrebbe adeguato a 6,70 euro. La differenza sarebbe di 0,05 euro per ciascuna azione consegnata all’offerta.
Considerando che nell’Opas sono state portate più di un miliardo di azioni, ogni centesimo di aumento avrebbe un costo potenziale superiore a 10 milioni di euro. Con un incremento di cinque centesimi, per esempio, l’esborso aggiuntivo potrebbe superare i 50 milioni di euro, prima ancora di considerare le nuove azioni eventualmente acquistate sul mercato.
Perché Poste compra sotto 6,65 euro
La regola spiega perché la discesa del titolo Tim sotto 6,65 euro abbia creato una situazione favorevole per Poste. Acquistando a prezzi inferiori alla soglia, il gruppo può aumentare la propria partecipazione senza far scattare l’obbligo di revisione del corrispettivo dell’Opas. Il prezzo di 6,65 euro diventa quindi un limite economico particolarmente importante per le operazioni di mercato di Poste.finanza.
Il primo acquisto annunciato dopo la conclusione dell’offerta è stato realizzato proprio al di sotto di quel livello e ha permesso a Poste di salire dall’85,82% all’86,95% di Tim. Se il titolo rimanesse sotto la soglia, il gruppo potrebbe valutare altri acquisti per avvicinarsi al 90% senza dover aumentare retroattivamente il prezzo pagato a tutti gli aderenti all’Opas.
La regola non impedisce dunque a Poste di comprare altre azioni, ma rende molto più costosa ogni operazione effettuata sopra 6,65 euro. In pratica, il gruppo può continuare a rafforzarsi sul mercato, ma deve mantenere il prezzo degli acquisti entro il limite fissato dall’offerta, salvo accettare le conseguenze finanziarie di un eventuale adeguamento.
Il traguardo del 90% e il possibile delisting
Con una partecipazione vicina all’87%, Poste Italiane si trova ora a meno di quattro punti percentuali dalla soglia del 90%. Il suo superamento potrebbe permettere alla società di avviare la procedura di acquisto delle azioni ancora detenute dal mercato, obbligando gli azionisti rimasti a vendere i propri titoli secondo le modalità previste dalla normativa.
L’obiettivo sarebbe il ritiro delle azioni Tim dalla Borsa, il cosiddetto delisting. L’offerta, tuttavia, non aveva consentito a Poste di raggiungere immediatamente quella soglia: al termine dell’Opas la società si era fermata all’85,82%, una percentuale sufficiente per assumere il pieno controllo di Tim ma non ancora per completare il processo di uscita dal mercato azionario.
Il passaggio al 90% non significa comunque che il delisting sia automatico. Poste dovrebbe rispettare le procedure previste dalla legge e valutare le modalità più adatte per acquisire le partecipazioni residue. Una soglia ancora più elevata, pari al 95%, consentirebbe invece di attivare il meccanismo di acquisto integrale delle azioni rimanenti e di arrivare alla revoca della quotazione secondo le regole applicabili.
Tim torna sotto il controllo pubblico
L’acquisizione di Tim da parte di Poste Italiane segna un cambiamento rilevante nella storia della principale società italiana di telecomunicazioni. Poste è infatti controllata per oltre il 50% dal ministero dell’Economia e delle Finanze: attraverso l’operazione, Tim è tornata di fatto sotto il controllo dello Stato italiano dopo anni caratterizzati da diversi assetti proprietari e da profonde trasformazioni societarie.
L’operazione non riguarda soltanto la composizione dell’azionariato. Poste ha già avviato la fase di direzione e coordinamento di Tim, approvando le regole che dovranno disciplinare i rapporti tra i due gruppi. L’intenzione è costruire progressivamente un’integrazione industriale, mantenendo però una riconoscibilità distinta per i due marchi.
Il progetto dovrà essere definito nei prossimi mesi e dovrebbe comprendere sinergie commerciali, tecnologiche e organizzative. Poste ha già una presenza nel settore delle telecomunicazioni attraverso PosteMobile, ma non possiede una propria rete di antenne. Tim dispone invece di un’infrastruttura nazionale che potrebbe diventare uno degli elementi centrali della nuova strategia del gruppo.
Le attività già integrate
La collaborazione tra Poste e Tim era iniziata già prima della conclusione dell’Opas. Da febbraio PosteMobile ha cominciato a trasferire i propri clienti dalla rete di Vodafone a quella di Tim, rafforzando il rapporto industriale tra le due società. Parallelamente, nei negozi Tim sono state rese disponibili alcune offerte di Poste Italiane relative alla fornitura di energia elettrica e gas.
Poste non è più soltanto un’azienda attiva nei servizi postali e nelle spedizioni. Una parte consistente dei suoi ricavi proviene dai servizi finanziari e assicurativi, mentre il gruppo è presente anche nei pagamenti, nell’energia e nella telefonia. L’acquisizione di Tim amplia quindi ulteriormente il perimetro delle attività e mette a disposizione di Poste una rete infrastrutturale strategica per lo sviluppo dei servizi digitali e di comunicazione.
Per Tim, l’ingresso stabile sotto il controllo di Poste potrebbe offrire maggiore certezza sulla governance e sulla pianificazione industriale. Restano però da verificare i risultati economici delle sinergie, i costi dell’integrazione e l’effettiva capacità del nuovo azionista di rilanciare il gruppo in un mercato caratterizzato da forte concorrenza, pressione sui prezzi e continui investimenti nelle reti.
Prossimi passi
L’acquisto dell’1,1% rappresenta un ulteriore passo nella strategia con cui Poste Italiane sta consolidando il controllo di Tim. Il gruppo ha approfittato del calo del titolo, che ha perso circa il 12% dalla chiusura dell’Opas del 25 settembre, per rafforzare la propria partecipazione senza superare il prezzo massimo previsto dalla disciplina dell’offerta. La quota dell’86,95% garantisce già a Poste il controllo della società, ma lascia aperta la partita sul possibile raggiungimento del 90% e sul conseguente ritiro di Tim dalla Borsa.
Proprio la riduzione del flottante, cioè della quantità di azioni ancora disponibili sul mercato, potrebbe favorire nuovi acquisti da parte di Poste. Il gruppo potrebbe infatti continuare a comprare titoli in Borsa per avvicinarsi alla soglia del 90%, soprattutto se il prezzo dovesse rimanere sotto il valore di riferimento dell’Opas. L’operazione sarebbe però condizionata sia dall’andamento delle quotazioni sia dalla best price rule, che rende più onerosi gli acquisti a un prezzo superiore a quello riconosciuto nell’offerta.
Parallelamente alla possibile scalata sul mercato, Poste dovrebbe concentrarsi sull’integrazione industriale con Tim. Tra le operazioni che potrebbero essere valutate a breve c’è la fusione o il coordinamento delle attività di PosteMobile con quelle di Tim. PosteMobile conta circa 6 milioni di clienti e utilizza già la rete dell’operatore telefonico: l’unione dei due business potrebbe dare vita al principale operatore italiano di telefonia mobile per numero di clienti, mettendo insieme la base commerciale di Poste e l’infrastruttura tecnologica di Tim.
L’integrazione non riguarderebbe soltanto la telefonia mobile. Tim potrebbe mantenere il proprio marchio e la propria identità commerciale, ma diventare progressivamente una business unit di Poste Italiane, cioè una struttura strategica coordinata all’interno del gruppo. In questo modo le due società potrebbero riunire le attività legate alla connettività, alle reti, al cloud e all’innovazione tecnologica, riducendo le sovrapposizioni e concentrando gli investimenti nei settori considerati più importanti per la trasformazione digitale.
Un ruolo centrale potrebbe essere assegnato anche al Polo Strategico Nazionale, l’infrastruttura cloud destinata a ospitare e proteggere i dati della pubblica amministrazione. Attraverso il controllo di Tim e l’acquisizione di una quota aggiuntiva del Polo, Poste potrebbe diventare il principale azionista della società insieme a Leonardo, rafforzando la propria presenza nel mercato del cloud pubblico e dei servizi digitali per lo Stato.
Nei prossimi mesi, quindi, le decisioni di Poste si svilupperanno lungo due direttrici. Da una parte ci saranno le eventuali operazioni sul capitale, con nuovi acquisti in Borsa e il tentativo di avvicinarsi al 90%; dall’altra dovrà essere definito il modello industriale della nuova relazione con Tim. Il futuro dell’operatore telefonico dipenderà dalla capacità di Poste di trasformare il controllo azionario in un progetto organico, capace di integrare mobile, connettività, cloud e innovazione senza cancellare il marchio Tim e senza compromettere la competitività della società.



