Poste Italiane sta completando l’acquisizione di Tim attraverso un’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) riaperta dal 21 al 25 settembre 2026, con l’obiettivo esplicito di raggiungere il 90% del capitale e procedere al delisting, cioè al ritiro del titolo dalla Borsa. L’operazione, già approvata dal consiglio di amministrazione di Tim, rappresenta l’ultimo tassello di un processo avviato nel 2025 che ha progressivamente riportato sotto il controllo dello Stato italiano una delle principali società di telecomunicazioni del Paese.
L’offerta di Poste: denaro e azioni per gli azionisti Tim
L’OPAS di Poste Italiane su Tim è un’offerta “totalitaria”, rivolta a tutti gli azionisti della società telefonica, e prevede un corrispettivo misto: per ogni azione Tim consegnata, gli azionisti ricevono 1,97 euro in contanti più 0,218 azioni ordinarie di Poste Italiane di nuova emissione. Questo meccanismo di “acquisto e scambio” consente a chi aderisce di incassare liquidità immediata e di diventare al contempo socio del gruppo delle spedizioni, partecipando così ai futuri risultati di Poste
L’offerta era stata inizialmente lanciata il 22 marzo 2026, con una prima fase di adesioni aperta dal 20 luglio all’11 settembre. In quel periodo Poste ha raccolto adesioni per circa il 46,5% del capitale Tim, portando la propria partecipazione complessiva dal 20,1% iniziale al 66,627%. Il 7 settembre il consiglio di amministrazione di Poste ha deciso di migliorare l’offerta, aumentando di 30 centesimi la componente in denaro (da 1,67 a 1,97 euro) e rinunciando alla soglia minima di adesione, per poi riaprire i termini dal 21 al 25 settembre. Il pagamento delle azioni apportate in questa seconda finestra è previsto il 2 ottobre 2026.
La soglia del 90% e il delisting: perché Poste vuole togliere Tim dalla Borsa
Il vero obiettivo strategico di Poste non è solo consolidare il controllo di maggioranza, ma raggiungere il 90% del capitale di Tim. Superata questa soglia, la normativa italiana sul Testo Unico della Finanza consente all’offerente di attivare lo “squeeze-out”, cioè l’obbligo per gli azionisti residui di vendere le proprie azioni al medesimo prezzo dell’OPAS. In questo modo Tim verrebbe interamente incorporata nel gruppo Poste e il titolo verrebbe ritirato dalla quotazione in Borsa, in un’operazione tecnicamente definita “delisting”.
Questa scelta risponde a una logica industriale precisa: con Tim interamente controllata, Poste potrà integrare più rapidamente le attività telefoniche nella propria offerta, senza i vincoli e le trasparenza richieste a una società quotata. Il delisting, inoltre, elimina la volatilità del titolo Tim e consente al gruppo di pianificare investimenti e ristrutturazioni con maggiore libertà operativa.
Il contesto: dallo Stato a Poste, il ritorno di Tim sotto controllo pubblico
Il processo di acquisizione di Tim da parte di Poste Italiane è iniziato nel 2025, quando Poste è diventata l’unica grande azionista della società telefonica rilevando le partecipazioni di Cassa Depositi e Prestiti e del gruppo francese Vivendi. In precedenza, lo Stato italiano controllava Tim indirettamente attraverso CDP e altre partecipazioni pubbliche; con l’ingresso di Poste, il controllo è passato a una società anch’essa a maggioranza statale.
Poste Italiane è controllata dal Ministero dell’Economia, che prima dell’OPAS ne possedeva circa il 64%: oltre il 29% direttamente e il 35% tramite Cassa Depositi e Prestiti. A seguito delle nuove azioni emesse per finanziare l’OPAS, la quota statale in Poste si è ridotta, ma rimarrà comunque intorno al 50%, garantendo allo Stato il controllo strategico del gruppo. In questo modo, l’operazione su Tim si configura come un’operazione di “nazionalizzazione di fatto”, che riporta sotto la regia pubblica un asset strategico per le telecomunicazioni italiane.
Le sinergie previste: 700 milioni di guadagni aggiuntivi all’anno
Nel documento presentato agli azionisti, Poste Italiane ha stimato che, una volta completata l’integrazione con Tim, i guadagni operativi del gruppo combinato saranno superiori di circa 700 milioni di euro all’anno rispetto alla somma degli attuali risultati di Poste e Tim. Queste maggiori redditività derivano dalle cosiddette “sinergie”, cioè dai risparmi e dai ricavi aggiuntivi ottenibili unificando le due società.
Circa 500 milioni di euro all’anno deriverebbero da risparmi di costo: unificando alcuni acquisti, i sistemi informatici e le attività amministrative, e riducendo il costo del debito di Tim, che come parte di un gruppo più solido potrà finanziarsi a condizioni più favorevoli. I restanti 200 milioni circa verrebbero da maggiori ricavi, vendendo i prodotti di ciascuna società alla base clienti dell’altra: ad esempio, Tim potrebbe sfruttare la rete di circa 13mila uffici postali per promuovere le proprie offerte di telefonia e internet.
Questa strategia di cross-selling non è esente da criticità: nel 2024 l’Antitrust aveva stabilito che Poste aveva violato le norme sulla concorrenza promuovendo negli uffici postali le proprie offerte di luce e gas senza permettere lo stesso ai concorrenti, anche se poco dopo il governo ha abrogato la norma su cui si basava quella decisione. Resta quindi aperto il dibattito su quanto spinta commerciale potrà esercitare Poste negli uffici postali senza sollevare nuove questioni antitrust.
I numeri delle due società: ricavi, utili e debiti
Nel 2025 i ricavi complessivi di Poste Italiane e Tim sono stati di 26,9 miliardi di euro, con guadagni operativi (EBIT) pari a 4,8 miliardi. Poste ha chiuso l’anno con un utile netto di 2,2 miliardi di euro, il più alto della sua storia, distribuendo 1,6 miliardi di dividendi, di cui circa un miliardo è andato al Ministero dell’Economia e a CDP. Il valore delle azioni Poste è più che quadruplicato negli ultimi dieci anni, consolidando il ruolo dell’azienda come esempio virtuoso tra le società a controllo pubblico.
Tim, al contrario, ha avuto una storia più travagliata dopo la privatizzazione del 1997 (quando si chiamava Telecom Italia). Per decenni è stata gravata da un debito di decine di miliardi di euro, risalente soprattutto all’acquisizione del 1999 da parte di Olivetti, che rese difficile gli investimenti e lo sviluppo. Nel luglio 2024 Tim ha venduto per 18,8 miliardi di euro la propria infrastruttura di rete fissa a una società controllata dal fondo statunitense KKR, riducendo il debito di circa 14 miliardi. Grazie a questa operazione, i conti di Tim sono migliorati: alla fine del 2025 il gruppo ha chiuso in utile per la prima volta dopo quattro anni di perdite, anche se Tim SpA, la società che gestisce le attività in Italia, ha ancora registrato una perdita di 155 milioni di euro.
Oltre all’Italia, Tim opera in Brasile attraverso Tim Brasil, uno dei principali operatori di telefonia mobile del paese. L’obiettivo di Poste è rilanciare le attività di Tim e integrarle progressivamente nelle proprie: da febbraio 2026 PosteMobile ha già cominciato a spostare i propri clienti dalla rete di Vodafone a quella di Tim, e nei negozi Tim si possono sottoscrivere le offerte di luce e gas fornite da Poste.
Gli spot televisivi: perché Poste chiede il sostegno degli azionisti
In queste settimane è molto facile imbattersi negli spot televisivi con cui Poste Italiane cerca di convincere gli azionisti di Tim ad aderire all’OPAS. La campagna pubblicitaria spiega i vantaggi dell’offerta, sottolineando la convenienza del corrispettivo e la solidità del gruppo Poste come nuovo azionista di riferimento. Questi spot rispondono a una necessità concreta: per raggiungere la soglia del 90% e procedere al delisting, Poste ha bisogno di un’ampia adesione degli azionisti retail e istituzionali.
Cosa succede dopo: scenari e tempistiche dell’integrazione
Se Poste raggiungerà il 90% del capitale di Tim entro la fine dell’OPAS, potrà attivare lo squeeze-out e procedere al delisting nei mesi successivi. In questo scenario, Tim diventerebbe una società interamente controllata da Poste, con una governance semplificata e una strategia industriale pienamente allineata a quella del gruppo. L’integrazione operativa potrebbe accelerare: unificazione dei sistemi IT, razionalizzazione delle strutture amministrative, espansione della vendita incrociata di prodotti tra le due basi clienti.
Se invece la soglia del 90% non venisse raggiunta, Tim resterebbe quotata in Borsa con Poste come azionista di maggioranza assoluta (oltre il 66%). In questo caso, Poste dovrebbe comunque gestire Tim come società controllata, ma con maggiori obblighi di trasparenza e con la necessità di coordinarsi con gli azionisti di minoranza. L’obiettivo industriale resterebbe comunque l’integrazione progressiva, ma con tempistiche potenzialmente più lunghe e con una maggiore attenzione alle dinamiche di mercato.
Conclusioni: l’ultimo pezzo del puzzle Tim
L’OPAS di Poste Italiane su Tim rappresenta l’ultimo pezzo di un puzzle avviato nel 2025, con l’obiettivo di riportare Tim sotto un controllo stabile e di rilanciarne le attività. La riapertura dei termini dal 21 al 25 settembre 2026, con un’offerta migliorata a 1,97 euro più azioni Poste, è la mossa finale per convincere gli ultimi azionisti e raggiungere la soglia del 90%. Se l’operazione andrà in porto, Tim uscirà dalla Borsa e diventerà parte integrante di un gruppo più ampio, con sinergie stimate in 700 milioni di euro all’anno.
Per gli azionisti Tim, la scelta è tra incassare ora un prezzo di mercato e diventare soci di Poste, o mantenere le azioni in una società che, se delistata, potrebbe vedere ridotta la liquidità e la trasparenza delle quotazioni. Per il sistema Paese, l’operazione segna il ritorno di un operatore telefonico strategico sotto la regia pubblica, con tutte le opportunità e le responsabilità che ne derivano.






