Sono 218 i casi tra mancate ammissioni, rinunce ed esclusioni dal 1986/87 al 2025/26, con la Serie C che concentra oltre il 90% degli episodi. Un vero e proprio circolo vizioso, fatto di crisi societarie, esclusioni, mancate iscrizioni, fallimenti e ripartenze: è la fotografia che emerge dalla Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, presentata alla Camera dei Deputati il 23 settembre 2026.
Una storia lunga quarant’anni: 218 dissesti in quattro decenni
Il dato più significativo riguarda il lungo periodo. Tra il 1986/87 e il 2025/26, la relazione ha censito 218 casi complessivi tra società non ammesse ai campionati professionistici, rinunce all’iscrizione ed esclusioni a stagione in corso. Il fenomeno si concentra in maniera schiacciante in Serie C, con 200 casi, pari a circa il 91,7% del totale. La Serie B ne conta 17, mentre la Serie A appena uno.
Va precisato che il perimetro utilizzato dalla Commissione è più ampio del solo fallimento in senso giuridico. Nel conteggio rientrano infatti società non ammesse, rinunciatarie o escluse, spesso a seguito di gestioni finanziarie insostenibili, debiti crescenti o procedure concorsuali. Si tratta quindi di 209 società non ammesse o rinunciatarie all’iscrizione, alle quali si aggiungono nove club esclusi durante la stagione.
Il dato più forte: 49 club colpiti più volte
Il passaggio più significativo della relazione riguarda però la ripetitività del fenomeno. Secondo il documento, 49 società hanno chiuso i battenti da due a sei volte nel periodo considerato, includendo in questo caso anche fallimenti e cessazioni avvenuti nei campionati dilettantistici. La Commissione parla espressamente di un «circolo vizioso» caratterizzato da retrocessioni, crisi, fallimenti, rinascite e nuove promozioni.
Nel dettaglio, 25 società hanno attraversato due episodi, 13 ne hanno vissuti tre, sei ne hanno registrati quattro, tre club cinque e due addirittura sei. I casi più estremi sono quelli di Sambenedettese e Taranto, entrambe con sei episodi censiti. Seguono Campobasso, Potenza e Varese con cinque, mentre a quota quattro figurano Cosenza, Lucchese, Rimini, Brindisi, Sassari Torres e Treviso. Tra le società con tre episodi compaiono, tra le altre, Mantova, Messina, Siena, Siracusa, SPAL, Teramo, Trapani, Triestina e Venezia.
La relazione sottolinea come il meccanismo delle ripartenze abbia contribuito nel tempo a mantenere viva la rappresentanza calcistica delle città, ma abbia anche prodotto in molti casi una successione continua di nuove società e nuove crisi. Sono state inoltre notate numerose situazioni recidive: nel periodo considerato 49 società si sono dissolte da 2 a 6 volte, in un vortice continuo di retrocessioni, fallimenti, rinascite agevolate dalle normative federali, promozioni, nuovi fallimenti.
Il professionismo si è ridotto, ma meno delle crisi
Nonostante il numero elevato di società scomparse o escluse, la dimensione complessiva del calcio professionistico italiano si è ridotta meno drasticamente. La relazione ricorda che si è passati dalle 144 squadre del 1986/87 alle 100 attuali, per una riduzione di 44 club, pari a circa il 30%. Il calo è stato assorbito soprattutto dalla riorganizzazione della Lega Pro e dall’unificazione del terzo e quarto livello professionistico, mentre la Serie A ha visto nel tempo aumentare il proprio organico.
A compensare le numerose mancate iscrizioni hanno contribuito anche i ripescaggi e, in passato, strumenti come il cosiddetto Lodo Petrucci, nato per consentire a una nuova società di raccogliere l’eredità sportiva di un club cessato per problemi economici. La relazione evidenzia però come, a posteriori, questo sistema di rinascite abbia finito in diversi casi per alimentare la ripetizione delle crisi.
Rimini e Ternana, i casi più recenti
La fotografia storica si lega direttamente alle vicende dell’ultima stagione. Il caso più evidente è quello del Rimini. Nel novembre 2025, a fronte di un disavanzo di bilancio pari a circa 4 milioni di euro, l’assemblea dei soci ha deliberato la messa in liquidazione volontaria. Il 28 novembre la FIGC ha disposto l’esclusione dal campionato e la revoca dell’affiliazione, mentre il 23 dicembre 2025 il Tribunale di Rimini ha dichiarato il fallimento della società.
La relazione ricorda inoltre che per il club romagnolo si tratta del quarto episodio di radiazione o revoca nella propria storia recente, dopo quelli del 1994, 2010 e 2016. Situazione analoga per la Ternana. Dopo la messa in liquidazione nell’aprile 2026, due aste per la cessione del ramo d’azienda sportivo sono andate deserte. Il 27 maggio 2026 il Tribunale di Terni ha quindi dichiarato il fallimento della società, con conseguente revoca dell’affiliazione FIGC. Anche in questo caso non si tratta di una prima volta: la relazione ricorda infatti un precedente dissesto concorsuale risalente al 1993.
Triestina e Siracusa, crisi senza fallimento immediato
Non tutte le situazioni di difficoltà sfociano però nella liquidazione giudiziale. La Triestina, per esempio, è stata ammessa nell’agosto 2026 a una procedura di composizione negoziata della crisi, con un’esposizione debitoria stimata tra 12 e 14 milioni di euro. Il club ha ottenuto 120 giorni per presentare un piano di risanamento.
Il Siracusa, invece, ha evitato il fallimento nell’aprile 2026 dopo il ritiro dell’istanza presentata dai creditori. La stagione si era comunque chiusa con la retrocessione in Serie D e con ulteriori penalizzazioni da scontare. Anche per il club siciliano la relazione ricorda precedenti interruzioni dell’attività professionistica nel 1995, 2012 e 2019.
Perché i club arrivano al dissesto: le cause ricorrenti
Il documento prova anche a individuare le cause ricorrenti che precedono le crisi. Tra i segnali più frequenti vengono indicati l’accumulo di debiti tributari e previdenziali, i ritardi nel pagamento degli emolumenti ai tesserati, il ricorso a operazioni straordinarie per reperire liquidità e la progressiva difficoltà nell’attrarre nuovi investitori
A questi elementi si aggiungono la dipendenza da plusvalenze e player trading per compensare perdite operative, una patrimonializzazione insufficiente, assetti proprietari instabili e sistemi di controllo interno deboli. La conclusione della Commissione è che i dissesti raramente siano eventi improvvisi. Più spesso rappresentano l’esito di un deterioramento progressivo, nel quale problemi di governance, debolezza finanziaria e ambizioni sportive non sostenute da adeguate risorse finiscono per sommarsi nel tempo.
Un sistema che genera fragilità strutturale
Ed è proprio questa ripetitività a rappresentare uno dei dati più critici: in quarant’anni, decine di piazze hanno visto una società scomparire e rinascere più volte, senza che il nuovo corso riuscisse sempre a spezzare definitivamente il ciclo tra crisi finanziaria, ripartenza e nuovo dissesto. Le principali criticità della scorsa stagione si sono concentrate soprattutto in Serie C, con i casi di Rimini, Ternana, Triestina, Trapani 1905 e Siracusa
La Commissione, guidata dal presidente Massimiliano Atelli, ha basato il documento sui 2.688 controlli (2.432 relativi al calcio e 256 al basket) svolti tra il 1° ottobre 2025 e il 31 agosto 2026. Nel corso delle verifiche sono state riscontrate 20 violazioni (15 in Figc e 5 in ambito Fip).
La Serie A sotto pressione: nove club su venti in fragilità economica
La Relazione 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche offre una fotografia dettagliata della situazione economico-finanziaria dei venti club di Serie A, rivelando un quadro complesso e articolato. Nove società, pari al 45% del campionato, rientrano nei due cluster caratterizzati da condizioni di fragilità o tensione economica, mentre soltanto quattro presentano un profilo definito “relativamente solido”, corrispondente al 20% del totale. La simulazione prende in esame tutti i 20 club di Serie A, utilizzando per gli indicatori economici l’ultimo bilancio d’esercizio approvato e disponibile, mentre per quelli patrimoniali e finanziari considera le situazioni intermedie depositate al 31 marzo 2026.
La Commissione non associa i cluster ai nomi delle società e precisa che la suddivisione non costituisce una graduatoria di merito: i gruppi servono a individuare modelli economico-finanziari ricorrenti all’interno del campionato. Il primo cluster comprende quattro club con EBITDA ed EBIT positivi e risultato netto positivo o vicino al pareggio. Per queste società l’equilibrio arriva da ricavi ricorrenti sufficientemente ampi oppure da un’attività di player trading inserita stabilmente nel modello industriale. Altre due società, il 10%, dipendono in misura più consistente dalle compravendite dei calciatori.
EBITDA positivo ma utile netto in rosso: il peso del costo della rosa
Cinque club, pari al 25%, generano ricavi elevati ma vedono una parte significativa dei margini assorbita dal costo della rosa, dagli ammortamenti, dalle svalutazioni e dalla struttura finanziaria. Gli ultimi due gruppi raccolgono complessivamente nove società: cinque mostrano una parziale capacità di coprire i costi operativi, ma chiudono con risultati finali negativi per effetto di ammortamenti, oneri finanziari o debolezza patrimoniale; altre quattro presentano EBITDA negativo, costi operativi superiori ai ricavi e risultato netto in perdita.
I valori mediani aiutano a capire la distanza tra attività operativa e risultato finale. L’EBITDA mediano della Serie A è positivo per 26,7 milioni di euro, ma l’EBIT scende a -14,7 milioni e il risultato netto arriva a -15,2 milioni. Una parte rilevante della differenza deriva dagli investimenti sui calciatori: gli ammortamenti e le svalutazioni dei diritti alle prestazioni sportive riducono i margini generati dalla gestione operativa. Il rapporto mediano tra costi operativi e ricavi totali raggiunge il 108,7%. Prima delle plusvalenze e degli altri ricavi generati dal mercato, il break-even strutturale presenta una mediana negativa per 62,1 milioni di euro
Il player trading come ancora di salvezza, ma con rischi
Il player trading pesa in mediana per il 20,8% dei ricavi totali e arriva al 34,7% nel terzo quartile. Le cessioni possono quindi sostenere un modello costruito su scouting e valorizzazione, ma diventano più rischiose quando servono stabilmente a coprire perdite o a finanziare costi che i ricavi ordinari non riescono a sostenere. Il costo complessivo della rosa, sommando personale, ammortamenti e svalutazioni, vale in mediana 2,35 volte i ricavi ricorrenti prima del player trading. Considerando anche i proventi delle cessioni, il rapporto scende a 1,75 volte.
Gli ammortamenti dei calciatori rappresentano da soli il 21,6% dei ricavi totali. Le operazioni di mercato aiutano quindi a ridurre il peso relativo degli investimenti sportivi, mentre stipendi e ammortamenti restano costi già assunti nei bilanci. Quattro club presentano patrimonio netto negativo: la mediana della Serie A è positiva per 23,9 milioni di euro, ma la forbice tra i club va da un minimo di -276,5 milioni a un massimo di 291 milioni. Tra le società con patrimonio positivo, il rapporto debt/equity presenta una mediana di 2,99 volte, quasi tre euro di debito per ogni euro di patrimonio netto.
Perdite pandemiche e richieste della Lega
Nei conti analizzati restano inoltre circa 1,4 miliardi di euro di perdite sterilizzate durante la pandemia, rispetto agli 1,5 miliardi originariamente sospesi. La normativa prevede che queste perdite vengano ripianate entro il bilancio 2028. La Serie A arriva quindi al 2026 con modelli molto differenti tra loro: quattro club rientrano nel cluster economicamente più equilibrato, mentre per una parte consistente del campionato restano determinanti il mercato dei calciatori, il sostegno delle proprietà e il controllo dei costi della rosa.
Sul tema della sostenibilità è intervenuto anche Ezio Maria Simonelli, presidente della Lega Serie A. In audizione al Senato, ha indicato nell’aumento dei ricavi la strada per ridurre l’indebitamento dei club e ha chiesto il ripristino di un regime fiscale agevolato sul modello del Decreto Crescita. Tra le altre richieste della Lega figurano interventi sugli stadi, sulle sponsorizzazioni legate alle scommesse e sulla redistribuzione delle nuove risorse generate dal sistema.
Quasi 2.700 controlli in undici mesi: le criticità restano in Serie C
La Relazione fotografa anche l’attività di vigilanza sullo sport professionistico. Tra il 1° ottobre 2025 e il 31 agosto 2026 la Commissione ha effettuato 2.688 controlli tra verifiche periodiche e procedure per l’ammissione ai campionati, di cui 2.432 nel calcio e 256 nel basket. Per la stagione 2026/27 non sono emersi motivi ostativi al rilascio delle Licenze Nazionali per le società aventi diritto nei principali campionati professionistici.
Le difficoltà più gravi si concentrano storicamente nelle categorie inferiori. Tra il 1986/87 e il 2025/26 sono state 218 le società non ammesse, rinunciatarie o escluse durante la stagione e 200 casi, il 91,7%, hanno riguardato la Serie C. Un dato che distingue le tensioni economico-finanziarie fotografate oggi in Serie A dalle crisi che negli ultimi quarant’anni hanno portato più frequentemente all’uscita dei club dai campionati.
Un campanello d’allarme per il sistema
Il calcio italiano mostra dunque una fragilità economica strutturale, con un sistema che tende a generare crisi ricorrenti invece di risolverle definitivamente. La relazione presentata alla Camera fotografa 218 casi tra esclusioni e mancate iscrizioni in 40 anni: 200 riguardano la Serie C, con perdite stimate in oltre 9 miliardi di euro secondo alcune ricostruzioni giornalistiche.
La Commissione indipendente, nata per sostituire Covisoc e Comtec nel controllo dei bilanci dei club professionistici, ha il compito di vigilare sulla sostenibilità economica del sistema. Tuttavia, i dati mostrano come il problema non sia solo episodico, ma sistemico: un circolo vizioso che continua a produrre crisi societarie, fallimenti e ripartenze, senza riuscire a garantire stabilità finanziaria alle società sportive professionistiche italiane.






