Caldo nelle scuole, la “soluzione” del governo non risolve il problema

Caldo nelle scuole, la “soluzione” del governo non risolve il problema

Caldo nelle scuole, la “soluzione” del governo non risolve il problema

Venti milioni di euro per il raffrescamento delle scuole italiane possono apparire, nella comunicazione politica, come una risposta immediata a un problema diventato evidente con il ritorno delle ondate di calore di settembre. Ma guardati nella loro dimensione concreta, nei tempi dell’assegnazione e nelle competenze necessarie per intervenire sugli edifici, quei fondi somigliano più a un annuncio d’emergenza che a una politica pubblica capace di rendere le aule vivibili.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha presentato lo stanziamento come una «promessa mantenuta», spiegando che le risorse servono ad acquistare apparecchi e dispositivi per il raffrescamento. Lo stesso ministro ha però riconosciuto implicitamente il carattere provvisorio dell’intervento, annunciando un futuro piano per l’efficientamento energetico e chiamando in causa comuni, province e città metropolitane, cioè gli enti che possiedono e gestiscono gli immobili scolastici. Il punto è proprio questo: il caldo nelle scuole non è più un episodio eccezionale da affrontare con misure temporanee, ma un problema strutturale che riguarda un patrimonio edilizio vecchio, spesso inefficiente e progettato per condizioni climatiche ormai lontane da quelle attuali.

Fondi troppo pochi

La sproporzione tra le risorse e il fabbisogno nazionale è il primo limite della misura. Il fondo da 20 milioni dovrebbe servire a tutte le scuole statali italiane, mentre il sistema conta quasi ottomila istituti, oltre 45 mila sedi e circa 350 mila classi. Se si divide lo stanziamento sull’intera platea, la disponibilità media scende a circa 2.700 euro per istituto, circa 440 euro per plesso e poco più di 55 euro per aula: una somma che può forse contribuire all’acquisto di un ventilatore o di qualche dispositivo mobile, ma che non può sostenere un intervento di climatizzazione vero e proprio.

Un impianto fisso non equivale infatti a comprare un condizionatore da installare al muro. In una scuola con molte aule possono essere necessari sopralluoghi tecnici, adeguamenti degli impianti elettrici, lavori di predisposizione, verifiche sui carichi energetici, manutenzione e spese correnti per l’elettricità. A Roma e provincia, secondo Daniele Parrucci, delegato all’edilizia scolastica della Città Metropolitana, servirebbero 25 milioni di euro soltanto per installare i condizionatori negli edifici scolastici dell’area: cinque milioni in più di quanto il governo ha previsto per l’intero Paese.

Anche prendendo per buona la replica di Valditara — secondo cui il calcolo andrebbe ristretto alle scuole non già raffrescate, non recentemente attrezzate e situate nelle zone dove il problema è più grave — l’ordine di grandezza non cambia. Il ministro sostiene che in questo modo la quota media crescerebbe di circa un terzo, ma una disponibilità maggiore di un terzo rispetto a 55 euro per aula non trasforma comunque un fondo limitato in un piano nazionale di adattamento climatico.

Il problema del click day

La seconda criticità è il metodo scelto per distribuire i fondi. Le domande sono state aperte attraverso un click day, quindi in ordine cronologico fino all’esaurimento della dotazione: non riceverà il contributo chi dimostrerà di avere le aule più esposte o l’edificio più degradato, ma chi riuscirà a completare la procedura più rapidamente. È una logica amministrativamente semplice, ma politicamente discutibile, perché sostituisce una valutazione dei bisogni con una gara di velocità tra segreterie scolastiche.

L’avviso è arrivato il 4 settembre e la procedura è stata aperta dalle 9 del 7 settembre, nel pieno delle attività di avvio dell’anno scolastico. In quei giorni gli uffici sono già impegnati tra organici, supplenze, orari, iscrizioni, registri e organizzazione del servizio: chiedere inoltre a dirigenti e personale amministrativo di preparare con urgenza una richiesta tecnica su impianti e raffrescamento significa caricare sulle scuole una responsabilità che riguarda anzitutto la manutenzione degli immobili.

La contraddizione è ancora più evidente perché le scuole non sono generalmente proprietarie degli edifici. Per infanzia, primaria e secondaria di primo grado, la competenza ricade soprattutto sui comuni; per le scuole superiori, su province e città metropolitane. Sono questi enti a dover programmare lavori, affidare progettazioni, autorizzare interventi sugli impianti e sostenere la manutenzione. Trasferire alle singole istituzioni scolastiche la corsa al finanziamento rischia quindi di produrre domande scollegate dalla capacità effettiva di realizzare lavori, oltre a moltiplicare frammentazione e disparità territoriali.

Edifici fuori tempo

Il problema non nasce soltanto dall’eccezionalità delle temperature di questi giorni. Secondo i dati richiamati dal Sole 24 Ore, circa sei edifici scolastici su dieci risalgono a prima del 1975 e nove edifici su dieci sarebbero privi di condizionatori. Una parte rilevante delle scuole italiane è dunque costruita secondo standard energetici, materiali e criteri di ventilazione pensati per un clima differente, prima che le ondate di calore tardive diventassero una condizione ricorrente anche all’inizio dell’anno scolastico.

La questione non può essere ridotta a un tema di comfort. Aule affollate, con 20 o 30 persone costrette a restare per cinque o sei ore in ambienti molto caldi, peggiorano la concentrazione, rendono più difficoltoso l’apprendimento e possono creare problemi di benessere per studenti e lavoratori. La Flc Cgil ha chiesto di valutare persino il rinvio delle lezioni nei casi in cui non siano rispettate le condizioni di salute e sicurezza, mentre la Uil Scuola ha definito un eventuale slittamento una misura-tampone, insufficiente di fronte a un fenomeno ormai strutturale.

A Roma la protesta degli studenti ha reso visibile la distanza tra l’emergenza percepita nelle aule e la risposta istituzionale. La Rete degli Studenti Medi del Lazio ha denunciato il rischio di rientrare in classe con temperature superiori ai 30 gradi e ha chiesto un intervento coordinato tra ministero, Regione ed enti locali. Nella stessa area, secondo dati citati da RomaToday, il Lazio avrebbe appena l’1,6 per cento di edifici scolastici attrezzati con sistemi di condizionamento, un dato che mostra quanto il problema sia concentrato soprattutto nei territori più popolosi e più esposti al caldo urbano.

Serve un piano nazionale

Un piano serio non dovrebbe limitarsi alla distribuzione di apparecchi mobili, né basarsi su un finanziamento una tantum assegnato in base alla velocità di caricamento di una domanda. Servirebbe anzitutto una ricognizione nazionale degli edifici: temperature interne, esposizione, isolamento termico, qualità degli infissi, capacità elettrica disponibile, presenza di spazi verdi, ombreggiatura e condizioni di ventilazione. Solo da una mappa del rischio climatico e infrastrutturale può nascere una graduatoria che dia priorità alle scuole più vulnerabili, anziché a quelle con la segreteria più rapida.

La climatizzazione, inoltre, dovrebbe essere parte di un intervento più ampio. Dove possibile, vanno finanziati isolamento degli edifici, schermature solari, sostituzione degli infissi, tetti e pareti ad alta efficienza, ventilazione meccanica controllata, produzione fotovoltaica e riqualificazione degli impianti. Altrimenti il rischio è installare condizionatori in edifici energivori e mal coibentati, aumentando i consumi e scaricando sui bilanci di comuni, province e scuole costi che potrebbero diventare difficili da sostenere.

I 20 milioni possono essere utili soltanto se vengono considerati per ciò che sono: un piccolo intervento di emergenza. Non possono essere venduti come la soluzione al caldo nelle scuole, perché il problema richiede finanziamenti pluriennali, procedure basate sul bisogno, coordinamento tra Stato ed enti locali e una strategia di adattamento climatico per il patrimonio scolastico. Il rischio, altrimenti, è che ogni settembre si ripeta lo stesso copione: aule roventi, polemiche, richieste di rinvio e qualche fondo distribuito in fretta, quando il caldo è già arrivato.

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