Una telefonata di 45 minuti, alla fine di settembre 2023, in cui il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe messo in guardia Benjamin Netanyahu: Hamas stava preparando “un terremoto” contro Israele. Dieci giorni dopo, l’attacco del 7 ottobre. È la ricostruzione pubblicata da Haaretz, che ha scatenato una tempesta politica a Tel Aviv, con l’ex premier Naftali Bennett che parla di responsabilità diretta di Netanyahu e l’opposizione che chiede la sua messa in stato d’accusa. Intanto, sul fronte diplomatico, Regno Unito, Francia, Canada e altri nove Paesi annunciano lo stop al commercio con le colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati, in una mossa senza precedenti per mettere pressione sulla questione degli insediamenti illegali.
L’inchiesta di Haaretz: bin Zayed e l’intelligence egiziana, due avvertimenti ignorati
Secondo l’inchiesta di Haaretz, condotta da Shlomi Eldar e Ruth Yuval e basata su decine di fonti in Israele e all’estero, documenti e conversazioni private, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avvertì personalmente Benjamin Netanyahu circa una settimana prima del 7 ottobre 2023, durante una telefonata di 45 minuti alla fine di settembre, che il leader di Hamas Yahya Sinwar stava pianificando un’operazione di vasta portata contro Israele, capace di provocare un alto numero di vittime, destabilizzare la regione e mettere a rischio gli Accordi di Abramo.
L’informazione era arrivata a Mohammed bin Zayed tramite un mediatore palestinese, noto con il soprannome “Occhi neri”, un dirigente di Fatah con fluente conoscenza dell’ebraico e rapporti sia con Hamas sia con lo Shin Bet, che a settembre 2023 aveva avuto conversazioni dirette con Sinwar. Sinwar, spazientito dall’attesa nei negoziati segreti per una “hudna” (tregua a lungo termine) con Israele, aveva chiesto al mediatore di avvertire gli israeliani: «Dite agli israeliani che stiamo preparando una grande sorpresa per loro, se non faranno progressi. Dite loro di aspettarsi uno “zilzal”», un “terremoto”. Il mediatore prese la notizia molto sul serio e riferì a bin Zayed di ritenere che con “zilzal” Sinwar intendesse una guerra.
Sempre secondo Haaretz, anche l’allora capo dell’intelligence egiziana, Abbas Kamel, avrebbe informato Netanyahu pochi giorni prima del 7 ottobre della preparazione di una “grande operazione”. Gli avvertimenti, tuttavia, non sarebbero stati trasmessi da Netanyahu ai vertici della sicurezza israeliana: né all’allora ministro della Difesa Yoav Gallant, né al capo di Stato Maggiore Herzi Halevi, né al direttore dello Shin Bet Ronen Bar, né al responsabile del Mossad David Barnea. L’allora capo dello Shin Bet, Ronen Bar, e l’allora capo di stato maggiore, Herzl Halevi, hanno detto di non essere mai stati informati di quella telefonata. Fonti dello Shin Bet che hanno parlato con gli autori dell’articolo di Haaretz hanno detto che sapere della telefonata di bin Zayed avrebbe potuto «cambiare l’intero quadro della valutazione».
In quel periodo, il governo israeliano stava trattando segretamente, attraverso questa intermediazione, per raggiungere una “hudna” con Hamas, ossia un accordo di tregua a lungo termine che includeva la graduale rimozione del blocco su Gaza, la creazione di una zona industriale nel nord della Striscia, l’aumento dei permessi di lavoro ai palestinesi, la fornitura di gas naturale alla Striscia e il rilascio di due civili israeliani vivi e dei corpi di due soldati uccisi in cattività a Gaza da anni, in cambio del rilascio di 30 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, tra cui 20 ergastolani. I negoziati si erano arenati ad agosto 2023, in quanto Netanyahu rimandava la convocazione della commissione ministeriale necessaria per approvare il rilascio, da un lato per il timore che un accordo con Hamas avrebbe potuto destabilizzare il suo governo, sostenuto da partiti di estrema destra profondamente ostili a qualsiasi forma di compromesso con i palestinesi, dall’altro perché preso da questioni interne: in quel periodo in Israele ci furono mesi di proteste contro una contestatissima riforma della giustizia, voluta dal suo governo e considerata antidemocratica.
Secondo le fonti di Haaretz, Netanyahu minimizzò l’avvertimento di bin Zayed, dicendo di ritenere che il problema sarebbe rimasto in Cisgiordania e che non avrebbe varcato i confini israeliani. Al di là della sua valutazione, quello che risulta molto rilevante è che Netanyahu non avvertì nessuno dei responsabili della sicurezza in Israele della telefonata da parte del presidente di un importante partner diplomatico di Israele: né lo Shin Bet (i servizi segreti interni), né il Mossad (quelli esterni), né il capo di stato maggiore dell’esercito.
Bennett: “Netanyahu ci ha guidati alla cieca verso il disastro”. L’opposizione chiede l’arresto del premier
L’ex premier israeliano Naftali Bennett ha confermato di ritenere autentica la segnalazione relativa a bin Zayed. “Vi dico che so che questo fatto è vero”, ha dichiarato all’emittente 103FM, accusando Netanyahu di non aver agito nonostante gli avvertimenti. “Netanyahu ci ha guidati alla cieca verso questo terribile disastro”, ha affermato, sostenendo che l’allora premier fosse “profondamente immerso nella sua concezione secondo cui Hamas era un asset”. Secondo Bennett, Netanyahu avrebbe una “responsabilità diretta” per il disastro, oltre a quella politica derivante dal suo incarico di premier.
L’opposizione israeliana ha reagito con durezza. Yair Golan, leader del Partito dei Democratici, ha scritto su X: “Lo sapeva. Era stato avvertito”, accusando Netanyahu di “abbandono deliberato e criminale” delle sue responsabilità. Golan ha definito il premier “inadeguato e illegittimo”, chiedendone l’arresto per “i suoi crimini contro lo Stato di Israele”. Il deputato dei Democratici Gilad Kariv ha parlato di un “crimine contro la società israeliana e contro ogni cittadino del Paese”, sostenendo che Netanyahu avesse ricevuto avvertimenti “da molteplici parti e fonti” senza fare nulla, e ha chiesto una commissione d’inchiesta statale. Anche Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, ha accusato Netanyahu di aver portato Israele “alla cieca verso il disastro” e lo ha definito “inadeguato a ricoprire l’incarico”.
Secondo Yedioth Ahronoth, i leader dell’opposizione israeliani stanno lavorando a una dichiarazione congiunta di condanna. Il promotore è il leader dei Democratici, Yair Golan: “Dobbiamo tutti unirci in una dichiarazione congiunta ai cittadini di Israele e dire chiaramente: Netanyahu non è legittimo, non dobbiamo sederci con lui e non dobbiamo permettergli di formare un governo. Quest’uomo è pericoloso per la sicurezza di Israele”. Il favorito alle elezioni Gadi Eisenkot si è detto d’accordo e si attende una risposta da Naftali Bennett e Avigdor Liberman.
La smentita di Netanyahu: “Una menzogna totale”. Shin Bet e capo di Stato Maggiore: “Nessun avvertimento”
L’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto categoricamente le accuse. “Una menzogna totale. Il primo ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua”, ha affermato l’ufficio di Netanyahu, citato dai media israeliani tra cui Times of Israel.
Anche Ronen Bar, all’epoca capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, e Herzi Halevi, allora capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, hanno dichiarato di non essere stati informati di alcun avvertimento proveniente dal presidente degli Emirati.
Regno Unito, Francia, Canada e altri 9 Paesi: stop al commercio con le colonie israeliane
Sul fronte diplomatico, Regno Unito, Francia, Canada, Danimarca, Spagna, Finlandia, Irlanda, Islanda, Norvegia, Polonia, Portogallo e Svezia hanno annunciato l’intenzione di imporre restrizioni nazionali al commercio di beni con gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati illegalmente o di sostenere restrizioni europee in tal senso, oppure di stare seriamente valutando l’adozione di tali restrizioni o di altre misure, conformemente alle rispettive procedure nazionali.
La decisione è stata annunciata in un comunicato congiunto dei rispettivi ministri degli Esteri, reso pubblico dal ministro francese Jean-Noël Barrot su X e dal Foreign Office britannico. Nel testo, i dodici Paesi spiegano che “il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham e il primo ministro del Canada Mark Carney hanno concordato sulla necessità di adottare misure per impedire che la situazione peggiori ulteriormente”, sottolineando che “le azioni del governo d’Israele stanno minando ogni possibilità di una soluzione a due Stati” e chiedendo che il governo di Netanyahu metta “immediatamente” fine all’espansione degli insediamenti, assicurando che “i coloni rispondano” dei loro crimini e “le accuse all’esercito israeliano siano investigate” seriamente.
Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha formalizzato la decisione alla Camera dei Comuni, annunciando non solo il blocco delle importazioni di beni prodotti nelle colonie, ma anche un “doppio blocco” sulla vendita di armi: il Regno Unito ha già sospeso oltre 30 licenze per armi utilizzate dalle forze armate israeliane a Gaza e ora rifiuterà tutte le richieste di licenza per armi e altre esportazioni che contribuiscono materialmente all’occupazione, provvedimento che rimarrà in vigore finché persisterà l’occupazione israeliana. Miliband ha anche annunciato azioni contro specifiche aziende e individui che forniscono servizi quali costruzioni, infrastrutture, finanziamenti o immobili per l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, il divieto per le aziende di pubblicizzare immobili in vendita negli insediamenti e nuove sanzioni contro i coloni estremisti, insieme all’estensione del regime globale dei diritti umani, in modo da consentire “un’azione più rapida per scoraggiare l’espansione degli insediamenti”. Le misure richiederanno dai sei ai nove mesi per essere elaborate ed entrare in vigore.
Miliband ha usato toni durissimi, definendo gli insediamenti israeliani entità illegali secondo il diritto internazionale e parlando di pulizia etnica in corso in Cisgiordania, con terrorismo dei coloni estremisti e crimini di guerra commessi da Israele, aprendo anche a un eventuale riconoscimento del reato di genocidio qualora fosse così appurato dalla giustizia internazionale. Nato nel Regno Unito da genitori di origine ebraico-polacca in fuga dal nazismo, Miliband ha rivendicato le sue radici ebraiche e ricordato i suoi familiari uccisi nell’Olocausto, i suoi legami con Israele e ha condannato ogni forma di antisemitismo nel Regno Unito, così come l’attacco “dei terroristi di Hamas” del 7 ottobre 2023, spiegando che questo non è in contrasto con il suo sostegno “allo Stato di Palestina” nel quadro di una pace fondata sulla “soluzione dei due Stati”. Ha quindi riconosciuto come provati i crimini di guerra commessi da Israele e parlato delle traumatiche devastazioni a Gaza degli ultimi anni e delle “sofferenze indicibili” patite dai palestinesi nella Striscia.
La risposta israeliana non si è fatta attendere: il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha fatto sapere di essersi rivolto al primo ministro Netanyahu “perché chiuda oggi stesso il Consolato britannico a Gerusalemme Est, che opera apertamente per conto dell’Autorità Palestinese”, segnando un’escalation nello scontro diplomatico tra Regno Unito e Israele.
Nel comunicato congiunto, i dodici Paesi parlano di “livelli senza precedenti di violenza da parte dei coloni e di espansione degli insediamenti” e chiedono che il governo di Netanyahu metta “immediatamente” fine a questo processo, assicurando che “i coloni rispondano” dei loro crimini e “le accuse all’esercito israeliano siano investigate” seriamente. In conclusione, tutti e 12 i Paesi “confermano l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o di sostenere quelle europee contro il commercio di prodotti dagli insediamenti, che sono illegali in base al diritto internazionale”, mentre annunciano di valutare “attivamente ulteriori misure”.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, annunciando le sanzioni alle colonie, ha scritto su X: “La Cisgiordania è sull’orlo dell’esplosione”, parlando di “espansione sfrenata della colonizzazione, in violazione del diritto internazionale; impennata delle violenze commesse dai coloni estremisti contro i palestinesi; atti di terrore denunciati dalle stesse autorità israeliane”. Una situazione “deleteria” che “viola gravemente la dignità del popolo palestinese” e “mette a repentaglio la sicurezza di Israele, alla quale la Francia è indissolubilmente legata”, oltre a compromettere “la soluzione dei due Stati, l’unica alternativa a uno stato di guerra permanente”. Barrot ha condannato al contempo “l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, il peggior massacro antisemita dalla Shoah”, e ha concluso dicendo che “la Francia non può, attraverso i propri scambi commerciali, sostenere una situazione che minaccia la sicurezza sia degli israeliani sia dei palestinesi, oltre alla pace e alla stabilità nella regione”.
La decisione di Regno Unito, Francia, Canada e altri nove Paesi di sanzionare il commercio con le colonie israeliane nei Territori palestinesi occupati rappresenta un segnale forte di pressione diplomatica su Gerusalemme. Le sanzioni, che potrebbero includere il blocco delle importazioni di beni prodotti nelle colonie, il divieto di investimenti e la sospensione di accordi commerciali, mirano a colpire l’espansione degli insediamenti illegali
La decisione di sanzionare le colonie è stata accolta con favore dai palestinesi e dalle organizzazioni per i diritti umani, che da anni chiedono misure concrete per fermare l’espansione degli insediamenti. Israele, dal canto suo, ha criticato la mossa, definendola “un attacco ingiusto” e “un tentativo di delegittimare lo Stato ebraico”.
Conclusioni
La rivelazione di Haaretz ha aperto un nuovo capitolo nella già complessa vicenda del 7 ottobre, con accuse di negligenza criminale che potrebbero avere conseguenze politiche e giudiziarie per Netanyahu. Intanto, le sanzioni delle colonie israeliane da parte di Regno Unito, Francia, Canada e altri nove Paesi rappresentano un segnale forte di pressione diplomatica su Gerusalemme, in un momento di alta tensione nella regione.






