Nepal, oltre 900 morti e 4.000 dispersi: il governo aveva chiesto i dati sui ghiacciai alla Cina: “Non ci sono arrivati”. Pechino: “Cooperazione solida”

Mentre i soccorritori continuano a lavorare in condizioni estreme e il bilancio delle vittime sale a 903 morti con oltre 4.200 dispersi, riemerge con forza il dibattito sulla cooperazione transfrontaliera tra Nepal e Cina per la prevenzione dei rischi glaciali. Tre mesi prima della catastrofe, durante un incontro ufficiale del 27 maggio a Kathmandu, i delegati nepalesi avevano sollecitato Pechino per una maggiore condivisione di dati sui livelli delle acque e sui movimenti dei ghiacciai, ma senza ottenere tutte le informazioni richieste. L’ambasciata cinese ha respinto ogni accusa, sostenendo che i due Paesi hanno mantenuto “stretti contatti” e che le informazioni importanti sono state condivise “tempestivamente”, mentre esperti locali sottolineano che la lentezza nello scambio bilaterale non ha inciso in modo significativo sulla risposta immediata al disastro.

Il bilancio umano e le operazioni di soccorso

Le autorità nepalesi hanno confermato che le vittime accertate sono salite a 903, mentre si contano oltre 4.247 dispersi solo in Nepal, a cui si aggiungono 16 morti e 546 dispersi sul lato tibetano del confine. L’agenzia nazionale per la gestione delle situazioni di emergenza (Ndrrma) ha reso noto che sono 10.451 le persone tratte in salvo dai soccorritori, che operano senza sosta in un territorio devastato da frane, inondazioni e detriti trasportati da un’onda di fango alta diversi metri. Tra i dispersi figurano anche tre italiani: il gioielliere di Rapallo Marco Ratto, di 50 anni, e la coppia italo-svizzera Patrizia Marziale e Luca Barachini, residenti a Lugano.

Le operazioni di ricerca coinvolgono squadre nepalesi, cinesi e indiane, con particolare attenzione ai 933 lavoratori dei cantieri idroelettrici rimasti senza contatti lungo il corridoio del fiume Bhote Koshi. Alcuni di questi operai potrebbero essere intrappolati nei tunnel delle centrali danneggiate, mentre le squadre di soccorso devono affrontare il rischio costante di nuove frane e di un ulteriore crollo di un lago-barriera formatosi a monte, che contiene circa 1,4 milioni di metri cubi d’acqua e richiede monitoraggio continuo.

La dinamica della catastrofe: crollo glaciale e onda di detriti

Intorno alle 8:32 del mattino del 26 agosto, una massa di ghiaccio e roccia larga circa 600 metri si è staccata da un pendio vicino alla vetta del Langtang Lirung, a un’altitudine compresa tra 5.200 e 5.400 metri, precipitando per circa 1.200 metri nella valle del torrente Lhende Khola. L’impatto al fondo della valle è stato così violento da registrare un segnale sismico di magnitudo 5,2, secondo i dati dell’US Geological Survey, anche se non si è trattato di un terremoto vero e proprio ma di un “collasso glaciale”, ovvero la disintegrazione parziale di un ghiacciaio.

Entro tre minuti, alle 8:40, il deposito di detriti aveva formato una diga naturale che ha sbarrato il torrente, per poi cedere quasi immediatamente e liberare un’onda di piena catastrofica lungo il sistema fluviale Bhote Koshi-Trishuli.

Mentre i soccorritori nepalesi, cinesi e internazionali lavorano in condizioni estreme lungo il corridoio del Bhote Koshi–Trishuli, il bilancio delle inondazioni e delle frane che hanno travolto Nepal e Tibet continua a salire: almeno 903 morti accertati in Nepal, oltre 4.200 dispersi nel solo paese himalayano, e centinaia di stranieri ancora irreperibili su entrambi i versanti del confine. Dietro i numeri della tragedia riemerge con forza una questione politica e tecnica cruciale: la cooperazione transfrontaliera sul monitoraggio dei ghiacciai e la condivisione tempestiva di dati idrologici e glaciologici tra Kathmandu e Pechino, mai pienamente realizzata nonostante ripetuti appelli nepalesi.

Il bilancio umano e le operazioni di soccorso

Le autorità nepalesi, attraverso l’Agenzia nazionale per la riduzione e la gestione del rischio di disastri hanno aggiornato il bilancio a 903 vittime, 1.473 feriti e 4.247 dispersi in Nepal; sul versante tibetano le autorità cinesi riportano 16 morti e 546 dispersi, tra cui 261 stranieri. I soccorsi hanno già tratto in salvo oltre 10.451 persone, ma la ricerca continua in un territorio devastato: 168 chilometri di corso fluviale interessati, 19 ponti distrutti, circa 40 chilometri di strada resi impraticabili e oltre il 10% della capacità idroelettrica del paese fuori uso.

Cosa è successo il 26 agosto: dal crollo del ghiacciaio all’onda di fango

La sequenza degli eventi, ricostruita da autorità e scienziati, indica un “collasso glaciale” come causa scatenante: intorno alle 8:32–8:37 del mattino del 26 agosto, una massa di ghiaccio e roccia larga circa 600 metri si è staccata da un versante vicino alla cima del Langtang Lirung, tra i 5.200 e i 5.400 metri di quota, precipitando per circa 1.200 metri nella valle del Lhende Khola, tributario del Bhote Koshi. L’impatto ha generato una frana di detriti che ha temporaneamente sbarrato il torrente; entro tre minuti, intorno alle 8:40, la diga naturale ha ceduto, liberando un’onda improvvisa di acqua, fango e massi verso valle.

L’energia del crollo è stata tale da registrare un segnale sismico di magnitudo 5,2, inizialmente interpretato da alcuni come un terremoto, ma poi attribuito dagli esperti al collasso glaciale stesso. Il flusso ha investito il valico di confine di Rasuwagadhi/Gyirong, ha spazzato via villaggi, infrastrutture e cantieri, e ha percorso oltre 168 km lungo il sistema Bhote Koshi–Trishuli, trasportando decine di milioni di metri cubi di acqua e detriti. Le testimonianze descrivono non “acqua”, ma un “enorme getto di fango” arrivato dritto verso gli abitati: Keshav Prasad Baral, di Tupche, ha raccontato di aver provato a prendere la mano della moglie, trascinata via dal fango.

Il nodo dei dati: la richiesta nepalese a Pechino e l’incontro di maggio

Tre mesi prima del disastro, il 27 maggio 2026, una delegazione nepalese e una cinese – con rappresentanti anche della regione autonoma del Tibet – si sono incontrate a Kathmandu proprio per discutere il rischio di eventi come questo. All’ordine del giorno c’erano il rafforzamento della cooperazione su inondazioni, condizioni meteorologiche e pericoli legati ai ghiacciai, con proposte di inventari congiunti dei laghi glaciali, mappatura dei rischi e misure comuni di riduzione del pericolo.

Secondo due funzionari nepalesi, però, dopo quell’incontro Kathmandu non ha ricevuto da Pechino tutte le informazioni richieste sui movimenti dei ghiacciai, sui livelli dell’acqua e su eventi estremi come valanghe e frane. Sauhardra Joshi, idrologo della Divisione di Previsione delle Inondazioni del Nepal presente a maggio, ha spiegato: “Quello che volevamo davvero da loro, e vogliamo ancora, è che se ci sono movimenti precoci di ghiacciai e movimenti precoci in quell’area, vorremmo saperlo un po’ prima”. Binod Parajuli, un altro idrologo governativo, ha aggiunto che i cinesi hanno dichiarato di non avere il mandato per firmare un accordo che soddisfacesse le richieste nepalesi, chiedendo ulteriori discussioni.

Il contesto non è nuovo: già dopo un’alluvione simile nello stesso corridoio, il 8 luglio 2025, che aveva ucciso almeno nove persone in Nepal e distrutto il Ponte dell’Amicizia di Miteri, i due governi avevano annunciato pubblicamente l’intenzione di condividere informazioni transfrontaliere in tempo reale su inondazioni, frane e rischi di laghi glaciali. Più di un anno dopo, però, nessun accordo formale era stato firmato, e la visita del ministro degli Esteri nepalese in Cina a maggio 2026 non aveva prodotto un testo vincolante.

La risposta di Pechino

Di fronte alle critiche emerse sui social media nepalesi e alle dichiarazioni di alcuni funzionari, l’ambasciata cinese a Kathmandu ha respinto ogni ricostruzione che dipinga Pechino come reticente o inaffidabile. In un comunicato, il ministero degli Esteri cinese ha affermato che le due parti hanno mantenuto “solidi contatti” e una “solida cooperazione” nei campi della meteorologia, delle risorse idriche e della prevenzione e mitigazione dei disastri, promettendo di continuare a sostenere gli sforzi di soccorso del Nepal e di rafforzare la collaborazione in questo settore

Fan Xuanmei, direttore del Laboratorio Statale Chiave per la Prevenzione dei Geohazard e la Protezione Geoambientale presso l’Università Tecnologica di Chengdu, ha ricordato al China Daily che “rilevare tali guasti prima che si verifichino è estremamente difficile”, evidenziando le condizioni estreme in cui devono operare le apparecchiature di monitoraggio.

Cosa scambiavano (e cosa no) Kathmandu e Pechino prima del disastro

Sul piano concreto, la cooperazione esisteva ma era parziale e frammentaria. Il Nepal riceveva dalla Cina previsioni di forti piogge in Tibet, trasmesse via email e attraverso l’app WeChat, soprattutto in prossimità di eventi monsonici. Dodici giorni prima del disastro, il Centro Meteorologico Mondiale cinese aveva avvertito i funzionari nepalesi, in una email, di una depressione monsonica attesa tra il 14 e il 19 agosto, segnalando il rischio di “pericoli secondari e a cascata, inclusi ma non limitati a frane e inondazioni improvvise”.

Tuttavia, secondo Parajuli, queste informazioni non coprivano valanghe, livelli d’acqua, frane e altri eventi estremi in modo sistematico e in tempo reale. L’unico accordo di monitoraggio congiunto riguardava un lago transfrontaliero specifico, il Cirenmaco/Zhangzangbo, un bacino a evoluzione lenta, non il tipo di collasso improvviso di ghiacciaio e versante che ha generato l’alluvione del 26 agosto. In sostanza, esisteva una cooperazione meteorologica di base, ma non un meccanismo vincolante e automatizzato di scambio di dati glaciologici, idrologici e di allerta precoce per l’intero corridoio di confine.

Perché il Himalaya è sempre più pericoloso: ghiacciai, clima e vulnerabilità

Il disastro si inserisce in un quadro regionale di crescente instabilità criosferica. L’Hindu Kush Himalaya ospita il più grande volume di ghiaccio al mondo al di fuori dei poli: oltre 63.700 ghiacciai su quasi 56.000 km², con fino a 5.700 km³ di ghiaccio immagazzinato. Il blocco coinvolto nell’evento recente trasportava circa 5 milioni di metri cubi di ghiaccio e roccia, una frazione del totale, ma sufficiente a innescare un’onda distruttiva quando precipita in valle.

Uno studio del 2023 dell’International Centre for Integrated Mountain Development (ICIMOD) e successive valutazioni indicano che la perdita di ghiaccio nell’arco himalayano sta accelerando, con un tasso di fusione raddoppiato dal 2000. La copertura nevosa si riduce, le nevicate diventano più irregolari e i ghiacciai si ritirano, aumentando la probabilità di inondazioni glaciali, frane e fenomeni di sedimentazione ed erosione che minacciano le comunità montane e le infrastrutture a valle. Molti dei principali sistemi fluviali del Nepal nascono in Tibet e attraversano una delle regioni più sismicamente attive e soggette a inondazioni al mondo, rendendo la cooperazione transfrontaliera non solo utile, ma vitale.

Nonostante l’importanza strategica di questi ghiacciai, il monitoraggio scientifico resta inadeguato: secondo la valutazione ICIMOD 2026, solo sette dei 38 ghiacciai nel dataset di monitoraggio a lungo termine soddisfano gli standard internazionali di riferimento, lasciando ampie porzioni della criosfera himalayana scarsamente osservate

I 26 minuti che hanno fatto la differenza: allerta precoce e stazioni distrutte

Il caso nepalese mostra anche il valore potenziale, e i limiti attuali, dei sistemi di allerta precoce. Parajuli ha raccontato che intorno alle 8:32 il diluvio ha attraversato un valico di confine in Tibet, mentre le persone cercavano di fuggire; 26 minuti dopo, alle 8:58 circa, ha ricevuto una chiamata dal capo dell’Autorità nazionale per la riduzione e la gestione del rischio di disastri del Nepal, che lo avvertiva di un’alluvione sul fiume Trishuli. Il suo team ha constatato che una stazione di monitoraggio di confine non trasmetteva dati dalle 8:40, e anche le stazioni a valle risultavano mute, probabilmente spazzate via dall’onda.

Dopo aver confermato l’evento con le autorità locali, il team di Parajuli ha inviato un allarme pubblico agli utenti di telefonia mobile alle 9:13, circa 40–45 minuti dopo il crollo iniziale. In un contesto in cui l’onda viaggia a velocità elevate e trasporta massi e detriti, anche pochi minuti possono fare la differenza tra vita e morte; tuttavia, la distruzione di almeno quattro stazioni di monitoraggio ha mostrato la fragilità di un sistema che dipende da infrastrutture fisiche esposte proprio lungo il percorso del disastro.

Cosa chiede ora il Nepal: dati ogni 10 minuti e un accordo sul modello di quello con l’India

Alla luce del disastro, i funzionari nepalesi stanno spingendo per un accordo di condivisione dei dati con la Cina sul modello di quello già esistente con l’India, che prevede scambi più frequenti e dettagliati su precipitazioni e livelli dei fiumi, non solo previsioni di piogge intense. Parajuli ha dichiarato che il Nepal cercherà dati ogni 10 minuti, in modo da “poter avvertire il nostro popolo, salvare il nostro popolo”, con l’obiettivo principale di “non perdere alcun disastro futuro”.

Le priorità individuate includono: ricerca congiunta con la Cina su valanghe e rilasci improvvisi d’acqua da laghi glaciali, costruzione di sistemi di monitoraggio specifici per questi rischi, integrazione di dati satellitari e scientifici nelle valutazioni governative, e definizione di protocolli chiari per autorità distrettuali, operatori idroelettrici e comunità locali quando viene rilevato un pericolo a monte. Il tutto in un contesto in cui, come osserva l’antropologo ambientale Austin Lord del Stimson Center, “gli scienziati cinesi hanno una capacità molto maggiore, risorse di monitoraggio molto maggiori rispetto a quelli del lato nepalese in generale”, rendendo la cooperazione non solo equa, ma tecnicamente necessaria.

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