Il programma economico di Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci, non introduce novità sostanziali: ripropone, con qualche adattamento retorico, le stesse idee populiste e sovraniste che la destra di governo ha progressivamente accantonato una volta al potere.
La “Base Ideologica e Programmatica” di Futuro Nazionale
Pochi giorni fa Futuro Nazionale ha presentato la propria “Base Ideologica e Programmatica”, il documento attraverso cui il movimento definisce le principali direttrici della propria azione politica e del futuro programma elettorale. Il testo affronta numerosi ambiti, dalla giustizia alla politica estera, passando per il sostegno alle imprese e, soprattutto, per la politica economica. È proprio quest’ultima la parte più interessante da analizzare, perché è dalle scelte economiche che si può valutare la concretezza delle proposte e, soprattutto, la loro compatibilità con i vincoli di bilancio.
A una prima lettura, la politica economica delineata da Vannacci presenta un elemento piuttosto evidente: molte delle idee contenute nel documento ricordano da vicino quelle sostenute per anni dalla destra sovranista italiana sul terreno fiscale, monetario ed economico. Si tratta, in alcuni casi, di proposte che appartengono ormai al repertorio storico di Fratelli d’Italia e Lega: misure che hanno avuto grande spazio nella comunicazione politica dell’opposizione, ma che, una volta arrivati al governo, gli stessi partiti hanno in parte ridimensionato o abbandonato perché insostenibili da realizzare. Non mancano poi idee che riecheggiano anche proposte della sinistra più radicale, creando un mosaico in cui populismo economico di destra e massimalismo di sinistra finiscono per sovrapporsi.
In definitiva, sul fronte economico Vannacci sembra riproporre, con qualche adattamento alle condizioni attuali, un insieme di ricette già ampiamente utilizzate dal populismo politico italiano. Sono le stesse idee con cui, per anni, la destra sovranista e, su alcuni temi, la sinistra più radicale hanno costruito la propria opposizione al modello economico dominante, alle politiche considerate neoliberiste, all’integrazione europea e al ruolo delle principali istituzioni finanziarie internazionali.
Sovranità monetaria: l’ambiguità sull’euro
Nel programma di Futuro Nazionale compare un intero capitolo dedicato alla «sovranità monetaria», nel quale vengono riprese molte delle argomentazioni tradizionalmente utilizzate dai sostenitori del ritorno alla lira. Allo stesso tempo, però, il documento ammette che un’eventuale uscita dall’euro potrebbe comportare, soprattutto nella fase iniziale, «una serie importante di danni» per diversi settori dell’economia italiana.
La posizione resta quindi volutamente elastica. Il programma sostiene infatti che l’Italia dovrebbe essere in grado sia di rimanere nell’euro, cercando di modificarne gli equilibri e i margini di politica monetaria, sia di prendere in considerazione un’uscita qualora condizioni, tempi e contesto lo rendessero opportuno, mettendo comunque al centro quello che viene definito «interesse nazionale».
Una formulazione che consente a Vannacci di mantenere aperta la porta alla sovranità monetaria senza assumersi, almeno per ora, l’impegno politico di riportare l’Italia alla lira. È una posizione che sembra cercare un equilibrio tra due esigenze: conservare il consenso dell’elettorato più apertamente euroscettico e, allo stesso tempo, evitare di spaventare imprese e mercati con la prospettiva di un’uscita dall’euro annunciata come obiettivo immediato.
Moneta fiscale e minibot: il vecchio pallino della destra sovranista
Ciò in cui invece Vannacci si mostra radicale è nel proporre l’introduzione di una moneta fiscale, una sorta di moneta parallela costituita da titoli di credito. L’idea è che lo Stato, anziché pagare le imprese a cui commissiona un lavoro, dia loro un attestato di credito, con cui quelle imprese potranno poi comprare beni e servizi dai loro fornitori, e così via.
Anche questo è un vecchio pallino della destra sovranista: quando era al governo col Movimento 5 Stelle nel 2019, la Lega aveva proposto di introdurre dei minibot, titoli di stato di piccolo taglio da usare come strumento di pagamento dei debiti e dei crediti della pubblica amministrazione. I minibot erano un cavallo di battaglia di Claudio Borghi, principale consigliere economico della Lega, che li ha sempre descritti come lo strumento da usare per prepararsi all’uscita dall’euro.
I BOT sono i Buoni Ordinari del Tesoro: obbligazioni emesse periodicamente dallo Stato per finanziare il proprio debito, acquistate da banche, fondi privati e chiunque voglia investirci in cambio di un interesse ripagato alla scadenza. A differenza dei BTP (Buoni del Tesoro Poliennali), i BOT hanno scadenza breve, di 3, 6 o 12 mesi, e il valore minimo di un BOT è 1.000 euro. I “minibot”, come ha più volte spiegato Borghi, sono dei BOT di piccolo taglio: equivalenti a 5, 10, 20, 50, 100 euro. Nell’idea della Lega, sarebbero stampati fisicamente su delle specie di banconote colorate, in modo da renderli equivalenti alla valuta corrente.
Secondo il progetto, lo Stato immetterebbe i minibot in circolazione come forma di pagamento verso i propri creditori, per esempio per ripagare i debiti con le imprese o per distribuire i rimborsi fiscali dei cittadini. I minibot, che non avrebbero né scadenza né tasso di interesse, potrebbero essere usati da privati e imprese per tutta una serie di pagamenti di servizi e beni legati allo Stato: per esempio le tasse, la benzina o i biglietti ferroviari.
Di fatto ci sarebbe una moneta parallela all’euro: ed è proprio questo l’obiettivo dichiarato da Borghi. Secondo una sua stima, sarebbe possibile mettere in circolazione un valore complessivo di minibot simile a quello del contante in euro in Italia. Borghi diceva che lo Stato garantirebbe il valore dei minibot accettandolo per i pagamenti con un cambio fisso 1 a 1 rispetto all’euro, e questo ne manterrebbe la stabilità.
Come lo stesso Borghi ha spiegato esplicitamente, i minibot servirebbero a creare le condizioni per uscire dall’euro rispettando – almeno a suo dire – le regole comunitarie. Se l’Unione Europea proibisce di stampare una valuta alternativa all’euro, Borghi sosteneva che non esistono leggi che vietino di ridurre il taglio dei titoli di stato. Mettendoli in circolazione, si creerebbe – nel progetto della Lega – un sistema alternativo all’euro che consentirebbe il ritorno alla lira scongiurando il pericolo di «code ai bancomat» o «mesi senza banconote», garantendo la circolazione di contante nel periodo di transizione da una valuta all’altra. Sulla base degli stessi minibot in circolazione, in questo scenario, verrebbe poi creata la nuova valuta italiana.
Perché gli economisti sono preoccupati: due filoni di critica
Gli esperti individuano principalmente due ordini di problemi nella proposta dei minibot e, più in generale, nel progetto economico di cui fanno parte. Il primo riguarda la natura stessa dello strumento e le sue implicazioni sul piano della teoria economica e della contabilità pubblica; il secondo, ancora più rilevante, riguarda invece il possibile legame tra questa proposta e l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dall’euro.
Il problema economico dei minibot
La questione dei minibot divide gli economisti. Alcuni ne hanno sostenuto l’utilità come strumento per affrontare il problema dei debiti della pubblica amministrazione, mentre altri ritengono che la loro introduzione non faccia altro che trasformare una passività dello Stato in un’altra. In sostanza, il debito nei confronti delle imprese verrebbe sostituito da un nuovo debito rappresentato dai titoli che lo Stato dovrebbe accettare successivamente per il pagamento di tasse e imposte.
Una parte importante della critica riguarda il modo in cui vengono contabilizzate le entrate e le uscite pubbliche. Il problema può essere illustrato con un esempio semplice: se lo Stato programma 50 miliardi di entrate fiscali e contemporaneamente prevede 50 miliardi di spesa per acquistare beni e servizi, ma nel corso dell’esercizio riesce effettivamente a incassare soltanto 30 miliardi, non dispone della liquidità necessaria per finanziare l’intera spesa. I restanti 20 miliardi vengono registrati da una parte come residui attivi, cioè crediti dello Stato, e dall’altra come residui passivi, cioè debiti, tra cui possono rientrare quelli nei confronti dei fornitori.
In condizioni normali, non ci sarebbe necessariamente un problema. Quando i crediti fiscali vengono effettivamente riscossi, lo Stato incassa la liquidità necessaria e può utilizzare quelle risorse per saldare i propri debiti. In questo caso, il disallineamento temporale tra entrate e uscite non modifica sostanzialmente il risultato di bilancio.
La situazione cambia quando una parte consistente dei crediti iscritti nei bilanci dello Stato non viene mai effettivamente riscossa. Se quei 20 miliardi, per esempio, si rivelassero in tutto o in parte inesigibili, la spesa precedentemente considerata finanziata dalle entrate previste dovrebbe essere coperta nuovamente, attraverso nuove tasse oppure mediante emissione di debito pubblico. Il problema, quindi, non sarebbe più soltanto temporale: emergerebbe uno squilibrio strutturale tra le obbligazioni assunte dallo Stato e le risorse che riesce realmente a incassare.
Un certo intervallo tra il momento in cui lo Stato assume un impegno di spesa e quello in cui incassa le relative entrate è fisiologico. Diventa però problematico quando la riscossione delle entrate, soprattutto quelle riferite agli esercizi precedenti, è sistematicamente troppo bassa rispetto all’ammontare delle obbligazioni accumulate. In quel caso i ritardi nei pagamenti tendono ad aumentare e il problema dei debiti commerciali della pubblica amministrazione diventa strutturale.
Una soluzione teoricamente possibile sarebbe quella di eliminare dai conti i crediti che non possono essere riscossi e riconoscere esplicitamente le relative passività. Questo farebbe emergere un deficit che in precedenza non era apparso pienamente nei conti dell’esercizio. A quel punto, però, quella spesa dovrebbe essere finanziata nuovamente attraverso entrate effettive oppure attraverso nuovo debito.
È proprio qui che entra in gioco la proposta dei minibot. Lo Stato potrebbe emettere titoli di piccolo taglio, ottenere liquidità e utilizzare il ricavato per pagare i propri fornitori. In questo modo il debito verso le imprese verrebbe sostituito, nel bilancio dello Stato, da una diversa forma di passività finanziaria. L’operazione potrebbe quindi consentire di affrontare immediatamente il problema dei pagamenti arretrati, ma non eliminerebbe lo squilibrio che li ha prodotti.
Il problema strutturale rimarrebbe infatti invariato: se la spesa pubblica è stabilmente superiore alle risorse che lo Stato riesce effettivamente a incassare, prima o poi nuovi debiti commerciali tenderebbero a formarsi. Anche una soluzione che permettesse di cancellare lo stock esistente non impedirebbe quindi al fenomeno di ripresentarsi.
Minibot come forma di moneta fiscale
La questione diventa ancora più delicata quando si considera la natura dei minibot. L’idea originaria prevedeva titoli cartacei di piccolo taglio che avrebbero potuto essere trasferiti e successivamente utilizzati per compensare obblighi fiscali nei confronti dello Stato. Non si sarebbe trattato, quindi, semplicemente di un normale titolo di Stato.
Il punto centrale è che lo Stato avrebbe assunto l’obbligo di accettare questi titoli in pagamento delle imposte. Dal punto di vista patrimoniale, ciò avrebbe significato sostituire un’obbligazione con un’altra: il debito nei confronti dei fornitori sarebbe stato rimpiazzato da un titolo che lo Stato si impegnava a riconoscere successivamente come pagamento fiscale.
Il problema si sarebbe manifestato anche nel momento in cui i minibot fossero tornati nelle casse pubbliche. Se un contribuente avesse utilizzato 100 euro di minibot per pagare 100 euro di tasse, lo Stato avrebbe ricevuto un titolo anziché 100 euro di liquidità. Si sarebbe quindi prodotto un problema di cassa che avrebbe dovuto essere successivamente finanziato, per esempio attraverso l’emissione di titoli di Stato.
A quel punto il meccanismo avrebbe potuto trasformarsi in un circuito nel quale i minibot, una volta rientrati allo Stato, sarebbero stati nuovamente utilizzati per effettuare pagamenti verso altri fornitori. Il rischio, secondo i critici, sarebbe stato quello di creare progressivamente un vero e proprio mezzo di pagamento parallelo.
È anche per questo che alcuni economisti hanno considerato i minibot una forma di monetizzazione della spesa pubblica. Il nome utilizzato per descriverli non cambierebbe necessariamente la loro natura economica: se un titolo viene emesso senza che vi sia una corrispondente disponibilità finanziaria e viene fatto circolare come mezzo di pagamento, la questione diventa quella della creazione di una nuova forma di moneta.
Il ragionamento alla base della monetizzazione è relativamente semplice. Lo Stato può finanziare la spesa attraverso la tassazione, attraverso l’emissione di debito oppure, in determinati sistemi monetari, attraverso la creazione di moneta. Nei primi due casi i costi assumono principalmente la forma di maggiore pressione fiscale o maggiori interessi sul debito; nel terzo possono manifestarsi attraverso una maggiore inflazione.
La domanda fondamentale, però, rimane la stessa: perché la spesa pubblica finanziata attraverso la creazione di moneta dovrebbe produrre una crescita economica maggiore rispetto alla stessa spesa finanziata attraverso debito o tassazione? Senza una risposta a questa domanda, cambiare la modalità di finanziamento non risolve il problema della produttività della spesa pubblica.
Secondo questa impostazione, quindi, il fatto che i minibot fossero destinati al pagamento di debiti pregressi non avrebbe modificato la sostanza dell’operazione. Un debito privo di copertura finanziaria deve essere comunque rifinanziato; che si tratti di una nuova spesa oppure di una passività accumulata negli anni precedenti, il problema finanziario rimane sostanzialmente identico.
Il rischio di una moneta parallela e dell’uscita dall’euro
Il secondo filone di critiche riguarda una questione ancora più importante: il rapporto tra i minibot e l’ipotesi di un’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Il problema, secondo diversi economisti, non sarebbe soltanto rappresentato dalla struttura tecnica dello strumento, ma dal segnale che la sua introduzione potrebbe mandare ai mercati e alle istituzioni europee.
L’ipotesi è che i minibot possano essere interpretati come il primo passo verso la costruzione di una valuta parallela. Anche se formalmente non venissero definiti una nuova moneta, la possibilità di utilizzarli per pagare le tasse e trasferirli tra soggetti economici potrebbe attribuire loro alcune delle caratteristiche fondamentali di un mezzo di pagamento.
In uno scenario di forte sfiducia, i mercati potrebbero quindi interpretare l’introduzione dei minibot come un’indicazione della volontà italiana di prepararsi a un’eventuale uscita dall’euro. In quel caso potrebbe aumentare lo spread tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, rendendo più costoso per il Tesoro finanziarsi.
Le conseguenze potrebbero propagarsi rapidamente al sistema finanziario. Un aumento dello spread potrebbe essere accompagnato da un trasferimento di capitali verso l’estero, da maggiori prelievi di contante, da un peggioramento del merito di credito dell’Italia e da una riduzione della domanda per i titoli di Stato italiani. In uno scenario particolarmente grave, anche il sistema bancario potrebbe essere sottoposto a forti pressioni.
Un precedente significativo viene individuato nel comportamento dello spread dopo l’approvazione di una mozione parlamentare che faceva riferimento alla possibilità di introdurre titoli di Stato di piccolo taglio. In quella circostanza lo spread passò da circa 266 punti a quasi 290 punti base, tanto che il ministero dell’Economia fu costretto a precisare ufficialmente che non era allo studio l’introduzione effettiva di tali strumenti.
La vicenda è particolarmente interessante perché la mozione riguardava più in generale il problema dei debiti della pubblica amministrazione e conteneva numerose proposte condivise da diverse forze politiche. Durante la sua elaborazione, tuttavia, Lega e Movimento 5 Stelle insistettero affinché fosse inserito anche un riferimento alla possibilità di utilizzare titoli di Stato di piccolo taglio per pagare i debiti.
Il tema della moneta fiscale, inoltre, non è nuovo nella destra sovranista italiana. La Lega aveva già proposto i minibot durante il governo con il Movimento 5 Stelle nel 2019, incontrando l’opposizione dell’allora ministro dell’Economia Giovanni Tria. Anche Fratelli d’Italia si era espressa negli anni successivi a favore di forme di moneta fiscale, compresi strumenti collegati ai crediti edilizi del Superbonus.
Nel programma di Vannacci la proposta viene formulata in termini più prudenti: si parla di valutare una «moneta fiscale» come strumento complementare di politica economica, basato sulla circolazione volontaria di crediti fiscali e diritti di compensazione tra Stato e contribuenti, precisando che non dovrebbe configurarsi come una moneta alternativa.
È proprio questa distinzione, però, a essere contestata dai critici. Secondo l’impostazione attribuita alla Banca d’Italia, una moneta fiscale non diventerebbe necessariamente compatibile con il quadro europeo soltanto perché viene definita diversamente o perché la sua circolazione viene descritta come volontaria. Il problema riguarderebbe infatti la sostanza economica dello strumento e il suo rapporto con le regole europee sulla moneta, sul debito e sui conti pubblici.
Alla fine, quindi, la questione non riguarda soltanto la compatibilità dei minibot con i trattati europei. Anche ipotizzando che le regole potessero essere modificate attraverso le procedure previste, rimarrebbe da capire se una nuova forma di moneta fiscale sarebbe davvero capace di affrontare le debolezze strutturali dell’economia italiana.
Il punto decisivo è proprio questo. Se il problema alla base dei debiti arretrati è un livello di spesa pubblica troppo elevato rispetto alle entrate effettivamente riscosse, trasformare un debito in un altro debito, oppure sostituire il finanziamento tramite debito con una forma di moneta fiscale, non elimina lo squilibrio originario. Può modificare il modo in cui il problema viene contabilizzato o finanziato, ma non la sua sostanza economica.
Per questo la critica più radicale ai minibot non riguarda soltanto il loro funzionamento tecnico. Riguarda l’idea che un nuovo strumento monetario possa consentire all’Italia di aggirare i vincoli finanziari senza affrontare la questione fondamentale: rendere sostenibile il rapporto tra spesa pubblica, entrate, crescita economica e debito.
Opposizione ai vincoli europei: il veto sul bilancio UE
L’opposizione ai vincoli finanziari europei è del resto un tema ricorrente nel programma economico di Futuro Nazionale, dove si ritrovano i toni e i temi che Meloni e Salvini hanno dovuto dismettere o rinnegare in questi anni di governo. Vannacci critica apertamente la «sciagurata firma da parte del Governo Meloni del nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo, che ha imposto vincoli ancora più stringenti alla nostra capacità di spesa per investimenti produttivi». Lo fa significativamente con toni non così distanti da quelli adoperati dal Movimento 5 Stelle, da AVS e da una parte del Partito Democratico, cioè delle opposizioni più radicali. Con una retorica analoga contesta anche le politiche di riarmo promosse dalla Commissione Europea.
Interessante è però il modo con cui Futuro Nazionale suggerisce di «porre rimedio» a questa scelta di Meloni. Per Vannacci non c’è «altra strada che quella di esercitare il nostro potere di veto sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione Europea», cioè il bilancio per il 2028-2034. È interessante perché, anche questa, è una suggestione vagheggiata già in passato dai partiti antieuropeisti italiani, di destra e non solo.
Quando Lega e Movimento 5 Stelle andarono insieme al governo, nel 2018, iniziarono subito a ipotizzare un eventuale veto sul bilancio pluriennale allora in discussione (2021-27) come arma negoziale per ottenere concessioni di bilancio dalla Commissione Europea. L’allora sottosegretario agli Affari europei, Luciano Barra Caracciolo, lo stesso che oggi il governo vorrebbe promuovere alla presidenza del Consiglio di Stato, lo invocò esplicitamente in un’intervista a La Verità, spiegando che un veto sul bilancio comune «diventa un modo serio (e legale, cioè conforme a e non violativo dei trattati) per ridiscutere l’assetto europeo».
Era evidentemente una strada poco percorribile sul piano economico e diplomatico, che avrebbe esposto l’Italia a gravi rischi di ritorsione da parte di altri Stati membri e avrebbe generato grossa inquietudine nei mercati finanziari. E infatti non fu percorsa. Ma per Vannacci invocare di nuovo una simile soluzione ha un valore politico simbolico: ora, a minacciare mosse eclatanti contro l’Unione Europea, è lui.
Le misure “moderate”: in linea con il governo Meloni
Più nel dettaglio, venendo alle misure meno estreme, molte delle proposte avanzate da Vannacci sono perfettamente in linea con quelle sostenute dal governo di Meloni. In certi casi – riduzione del cuneo fiscale e delle aliquote Irpef, semplificazione normativa sul fisco – sono addirittura misure che il governo ha già adottato, con maggiore o minore coerenza e determinazione. In altri, come le misure a favore della natalità e delle famiglie, le proposte sono assai simili a quelle che il governo aveva promesso di fare o aveva anche iniziato a fare, salvo poi tornare indietro o rinunciarvi per motivi di bilancio.
In comune con Fratelli d’Italia Vannacci ha anche una certa idea di interventismo statale nell’economia, a discapito della libera concorrenza. Nel programma si enunciano per lo più dei principi generali, che consentono di farsi un’idea solo approssimativa. E anche se Futuro Nazionale si dice contrario a forme di dirigismo pubblico, di fatto invoca una presenza ingombrante dello Stato nell’economia, indicando la minaccia «di una globalizzazione dominata dalle multinazionali e dalla finanza internazionale che rischia di divorare il made in Italy, il nostro tessuto produttivo e il valore del nostro lavoro».
Il partito di Vannacci insiste in più passaggi sulla necessità di ricorrere al Golden Power, cioè allo strumento con cui il governo può limitare o vietare certe operazioni di mercato se le ritiene rischiose per la sicurezza nazionale. E del resto già il governo di Meloni ha utilizzato il Golden Power in modo piuttosto disinibito, anche in ambito bancario, specie in un caso assai controverso che riguarda UniCredit e Banco BPM e che non a caso è stato segnalato come problematico anche dalla Commissione Europea.
In questo senso è significativa l’idea di istituire un «Fondo Sovrano per la Crescita Nazionale quale strumento di investimento strategico destinato a sostenere infrastrutture, energia, innovazione, tecnologie avanzate, ricerca, capitale di rischio e patrimonializzazione delle imprese italiane». Anche questo è un vecchio pallino della destra italiana, e di Fratelli d’Italia in particolare, ma a cui ha guardato con favore anche il Movimento 5 Stelle. L’idea è quella di replicare strumenti che alcuni ricchi paesi del golfo Persico, o come la Norvegia e da ultimo gli Stati Uniti, utilizzano per favorire cospicue operazioni finanziarie ritenute particolarmente importanti per gli interessi nazionali. Nel 2023 anche Meloni ha voluto istituirlo, ma con una dotazione irrisoria (un miliardo di euro, a fronte degli oltre duemila miliardi di euro che vale il fondo norvegese): finora, non ha prodotto alcun risultato significativo.
Il quoziente familiare: un incentivo perverso contro il lavoro femminile
La proposta di introdurre un vero quoziente familiare, che tenga conto ai fini dell’individuazione dell’aliquota fiscale di quante persone il reddito va effettivamente a sostenere, nasconde un effetto collaterale problematico: rischia di disincentivare il lavoro del secondo percettore di reddito, tipicamente il coniuge che finora non lavora.
Introduzione di un vero quoziente familiare, che tenga conto ai fini dell’individuazione dell’aliquota fiscale di quante persone il reddito va effettivamente a sostenere. Il quoziente familiare dovrà divenire un criterio fondamentale di applicazione della progressività fiscale, riconoscendo famiglia e natalità come fattori centrali della sostenibilità economica, sociale e previdenziale del Paese.
Nel quoziente familiare il reddito complessivo della famiglia viene diviso per un numero di componenti (secondo determinati coefficienti) e l’imposta viene calcolata tenendo conto del reddito medio per componente. Questo tende a favorire le famiglie monoreddito rispetto a un sistema che tassa separatamente gli individui. Il problema nasce quando il secondo percettore, per esempio il coniuge che non lavora, decide di iniziare a lavorare: il suo reddito si aggiunge a quello familiare, facendo aumentare il reddito complessivo sul quale viene determinata l’imposta. A seconda della struttura concreta del sistema, una parte significativa del suo nuovo reddito può quindi essere assorbita da imposte e dalla perdita di eventuali trasferimenti o agevolazioni.
L’effetto economico è particolarmente importante per i redditi bassi: se il secondo percettore guadagna, per esempio, 10.000 euro, la famiglia non necessariamente vede aumentare il proprio reddito disponibile di 10.000 euro. Se contemporaneamente aumentano le imposte o diminuiscono i benefici legati al reddito familiare, il rendimento netto dell’ingresso nel mercato del lavoro può diventare relativamente basso.
È il fenomeno che in economia viene chiamato disincentivo al lavoro del secondo percettore o second-earner penalty. In termini semplici: il sistema fiscale può rendere meno conveniente per il secondo componente della famiglia lavorare rispetto a rimanere fuori dal mercato del lavoro. Questo è uno dei motivi per cui, dal punto di vista degli incentivi, molti economisti preferiscono tassare gli individui separatamente anziché il nucleo familiare: la decisione di lavorare di una persona dovrebbe dipendere soprattutto dal suo salario netto, non dal reddito del coniuge.
Promuovere il quoziente familiare come criterio fondamentale di applicazione della progressività fiscale, riconoscendo famiglia e natalità come fattori centrali della sostenibilità economica, sociale e previdenziale del Paese, significa quindi introdurre un meccanismo che, di fatto, penalizza l’ingresso nel mercato del lavoro dei secondi percettori di reddito, con effetti particolarmente negativi sull’occupazione femminile e sulla partecipazione al lavoro delle donne
Promesse tradite e niente di nuovo
Nel programma di Futuro Nazionale ci sono molte promesse tradite della destra sovranista, a volte poste in modo più cauto, ma niente di nuovo. Vannacci ripropone, con qualche adattamento retorico, le stesse idee populiste e sovraniste che la destra di governo ha progressivamente accantonato una volta al potere. Sul piano economico, il suo programma è un riciclo di proposte insostenibili, già sperimentate e poi abbandonate da Meloni e Salvini, che non introducono alcuna innovazione sostanziale rispetto al passato.









