Il Vietnam punta sui grandi gruppi privati per replicare il modello economico sudcoreano

Almeno nel modello economico, Il regime comunista vietnamita sta cercando di creare grandi conglomerati privati capaci di guidare la trasformazione industriale del paese, sul modello dei chaebol sudcoreani. È una svolta importante per un sistema che per decenni ha affidato allo Stato il controllo dei settori strategici e che ora considera l’iniziativa privata il principale strumento per accelerare la crescita.

L’obiettivo è ambizioso: trasformare il Vietnam da piattaforma manifatturiera a basso costo in una potenza industriale e tecnologica, evitando di rimanere intrappolato nella cosiddetta middle income trap, la “trappola del reddito medio”. Per riuscirci, il Partito Comunista vuole dare più spazio alle aziende private, selezionare alcuni “campioni nazionali” e coinvolgerli nella costruzione delle infrastrutture più importanti.

Il modello a cui guarda non è però quello cinese. È quello della Corea del Sud, dove grandi gruppi familiari come Samsung, Hyundai e LG furono sostenuti dallo Stato e diventarono i motori della modernizzazione del paese. La scommessa vietnamita consiste nel replicare quel percorso senza rinunciare al controllo politico del Partito.

Il potere concentrato di To Lam

Il protagonista della nuova fase è To Lam, segretario generale del Partito Comunista vietnamita e presidente del paese. La sua elezione alla presidenza ha riunito nelle mani di una sola persona le due cariche più importanti del sistema politico vietnamita.

La decisione è significativa perché il Vietnam, pur essendo un regime autoritario a partito unico, aveva tradizionalmente distribuito il potere tra diversi vertici. Il sistema era organizzato attorno ai cosiddetti “quattro pilastri”: il segretario generale del Partito, il presidente della Repubblica, il primo ministro e il presidente dell’Assemblea Nazionale.

Questa struttura aveva una funzione precisa: evitare che il potere si concentrasse completamente in una sola figura. Le decisioni più importanti venivano prese attraverso un equilibrio interno tra i principali gruppi del Partito, con una leadership formalmente collegiale. L’unione degli incarichi di segretario generale e presidente rompe, almeno in parte, questa tradizione.

To Lam, che ha 68 anni ed è segretario generale dal 2024, è oggi il leader vietnamita più potente da diversi decenni. La sua carriera è legata soprattutto agli apparati di sicurezza: prima di guidare il Partito era stato ministro della Pubblica sicurezza e aveva avuto un ruolo centrale nella campagna anticorruzione che negli ultimi anni aveva colpito numerosi funzionari e dirigenti.

Dopo essere diventato segretario generale, Lam ha accelerato la riorganizzazione dello Stato. Ha ridotto il numero degli incarichi pubblici, modificato l’assetto amministrativo delle province e cercato di rendere più rapida la macchina burocratica. Il suo progetto viene spesso presentato come una “rivoluzione dello snellimento”: meno uffici, meno passaggi amministrativi e una maggiore capacità dello Stato di realizzare rapidamente le proprie politiche.

Allo stesso tempo, l’accentramento del potere rende ancora più preoccupante la condizione delle libertà politiche e personali nel paese. Il Vietnam non è una democrazia pluralista: il Partito Comunista è l’unico partito riconosciuto dalla Costituzione e controlla le istituzioni, l’informazione e la vita politica. Non esiste un’opposizione in grado di competere realmente per il governo del paese, mentre le elezioni parlamentari si svolgono in un sistema dove candidature e rappresentanza sono sottoposte al controllo delle autorità.

Il regime limita severamente la libertà di espressione, di associazione e di protesta. Giornalisti indipendenti, attivisti, avvocati per i diritti umani e dissidenti possono essere sorvegliati, perseguiti penalmente o incarcerati, spesso attraverso accuse formulate in modo molto ampio contro chi diffonde contenuti ritenuti ostili allo Stato o al Partito. Anche internet e i social network sono sottoposti a un controllo crescente: le autorità possono chiedere la rimozione di contenuti, identificare gli autori di critiche e reprimere le campagne politiche non autorizzate.

In questo contesto, l’unione delle cariche di segretario generale del Partito e presidente della Repubblica nelle mani di To Lam potrebbe rendere più semplice approvare e realizzare le riforme economiche, ma riduce ulteriormente gli spazi di controllo interno e di bilanciamento del potere. Il rischio è la costruzione di una leadership sempre più personale, con istituzioni subordinate al Partito e un sistema ancora più repressivo verso ogni forma di dissenso.

Il Vietnam potrebbe quindi avvicinarsi, almeno in parte, al modello cinese, dove il segretario del Partito Comunista e il presidente della Repubblica sono la stessa persona. La differenza è che il Vietnam aveva mantenuto più a lungo una gestione collegiale del potere; il suo progressivo superamento può rendere il regime più efficiente nel decidere, ma anche meno tollerante verso critiche, opposizione e autonomia della società civile.

Un paese governato dal Partito

Il Vietnam è un paese comunista riunificato da circa mezzo secolo. Il Partito Comunista decide le nomine ai vertici dello Stato e stabilisce gli indirizzi politici ed economici attraverso congressi quinquennali e documenti programmatici.

Il processo di selezione della leadership avviene principalmente all’interno del Partito. Gli iscritti scelgono i delegati al Congresso nazionale, che a sua volta seleziona il Comitato Centrale. Da quest’ultimo vengono scelti i membri del Politburo, l’organo politico più importante del paese. È poi il Politburo a individuare il segretario generale e gli altri principali dirigenti.

Il Congresso non è quindi il luogo in cui si svolge una competizione politica aperta tra programmi alternativi. Le decisioni vengono in larga parte negoziate prima, durante le trattative interne al Partito, e il Congresso le ratifica e le rende ufficiali.

Per molto tempo questo sistema ha funzionato attraverso un equilibrio tra fazioni e istituzioni. La componente militare ha avuto un ruolo importante fin dalla fine della guerra contro il Vietnam del Sud sostenuto dagli Stati Uniti, mentre il governo e gli apparati economici hanno gestito l’apertura internazionale e le riforme di mercato.

To Lam sembra voler ridurre il peso di questi equilibri tradizionali. La sua idea è che il Vietnam abbia bisogno di decisioni più rapide e di una leadership capace di coordinare direttamente politica, amministrazione e strategia economica.

Il nuovo primo ministro, Le Minh Hung, ha una formazione economica ed è stato governatore della banca centrale. La sua nomina segnala l’importanza attribuita alla gestione macroeconomica, alla finanza e alla modernizzazione del sistema produttivo. La distribuzione dei ruoli è però cambiata rispetto al passato: oggi il presidente e il segretario generale sono la stessa persona, mentre il governo deve tradurre in politiche concrete il programma di trasformazione promosso dal Partito.

Dalla povertà alla manifattura

La svolta economica vietnamita ha le sue origini nelle riforme del Doi Moi, avviate negli anni Ottanta. Il Partito non abbandonò il comunismo, ma introdusse gradualmente meccanismi di mercato, liberalizzò alcune attività economiche e aprì il paese agli investimenti stranieri.

Da allora il Vietnam ha registrato una crescita tra le più sostenute dell’Asia. Per molti anni il PIL è aumentato in media di circa il 6-7 per cento l’anno. Tra il 2010 e il 2020 il numero delle persone in condizioni di povertà si è più che dimezzato, passando da oltre 12 milioni a circa 5 milioni.

La crescita è stata alimentata soprattutto dall’industria manifatturiera. Il paese dispone di una grande forza lavoro, salari inferiori rispetto a quelli delle economie sviluppate e una posizione geografica favorevole agli scambi con Cina, Giappone, Corea del Sud e resto dell’Asia orientale.

Il Vietnam è diventato così una delle principali piattaforme produttive della regione. Aziende internazionali hanno trasferito o ampliato impianti nel paese per produrre componenti elettronici, apparecchiature, tessili, calzature, mobili e beni di consumo destinati all’esportazione.

La stabilità politica ha favorito questi investimenti. Per le multinazionali, un sistema autoritario ma prevedibile può offrire continuità nelle politiche industriali, tempi decisionali rapidi e minori rischi di cambiamento improvviso del governo. Questa stabilità, tuttavia, è stata ottenuta attraverso un controllo molto rigido della società e un’ampia limitazione dei diritti politici.

La necessità di cambiare modello

Il Vietnam vuole diventare ricco prima che la sua popolazione invecchi. Oggi la maggior parte degli abitanti è ancora in età lavorativa, ma il calo della natalità ridurrà progressivamente la disponibilità di manodopera e aumenterà il peso della popolazione anziana.

Per un paese ancora relativamente povero, è un problema urgente. Se la crescita rallentasse prima che il reddito medio aumenti in modo sostanziale, il Vietnam rischierebbe di trovarsi in una situazione difficile: meno vantaggi competitivi nei settori a basso costo, ma ancora poche capacità tecnologiche per competere con le economie più avanzate.

È questa la middle income trap. Il fenomeno riguarda i paesi che, dopo una prima fase di rapido sviluppo, raggiungono un livello intermedio di reddito ma non riescono a compiere il passaggio successivo. Non sono più abbastanza economici per competere soltanto sul costo del lavoro, ma non possiedono ancora università, imprese, capitale umano e tecnologie sufficienti per competere sulla qualità e sull’innovazione.

Il Vietnam cerca di evitare questo esito con obiettivi molto impegnativi. I piani del Partito prevedono un aumento del PIL pro capite di circa il 70 per cento entro il 2030 e la trasformazione del paese in un’economia ricca e pienamente sviluppata entro il 2045. Il governo punta inoltre a una crescita annua del PIL intorno al 10 per cento nella seconda metà del decennio e a un reddito pro capite di circa 8.500 dollari entro il 2030.

Per raggiungere questi risultati non basta assemblare prodotti progettati altrove. Il Vietnam deve sviluppare imprese nazionali in grado di controllare tecnologie, marchi, brevetti, reti logistiche e distribuzione internazionale.

Da qui nasce l’interesse per il modello sudcoreano.

Cosa sono i chaebol

I chaebol sono grandi conglomerati imprenditoriali sudcoreani, spesso controllati da famiglie fondatrici e organizzati in decine di società attive in settori molto diversi.

In Occidente sono conosciuti soprattutto per alcuni marchi. Samsung è associata all’elettronica e agli smartphone, LG agli elettrodomestici e alla tecnologia, Hyundai alle automobili. In realtà questi gruppi operano in numerosi altri comparti.

Samsung è presente, tra gli altri, nella cantieristica navale, nelle biotecnologie, nelle assicurazioni, nella pubblicità, nella sanità, negli alberghi e nella finanza. Il gruppo Hyundai costruisce automobili e treni, ma gestisce anche raffinerie, supermercati, società di logistica e altre attività industriali e commerciali.

Questa diversificazione ha permesso ai conglomerati di accumulare enormi risorse finanziarie e di sviluppare competenze in più settori. Il loro peso ha reso possibile un coordinamento tra Stato e imprese su investimenti, credito, ricerca e commercio estero.

La Corea del Sud del dopoguerra era un paese molto più povero di quello attuale. Il governo sostenne alcuni gruppi industriali attraverso finanziamenti, protezione temporanea dalla concorrenza estera, commesse pubbliche e politiche orientate all’esportazione. In cambio, le aziende dovevano aumentare la produzione, conquistare mercati internazionali e contribuire alla modernizzazione nazionale.

Il risultato fu una trasformazione economica straordinaria. La Corea passò da una struttura prevalentemente agricola a una delle economie più avanzate del mondo, con imprese capaci di competere nei settori dell’elettronica, delle automobili, della chimica, della cantieristica e della tecnologia.

Ma i chaebol hanno anche prodotto problemi rilevanti. Il loro potere economico è molto concentrato, la concorrenza con le piccole imprese è difficile e i rapporti tra grandi gruppi, politica e burocrazia sono stati spesso fonte di scandali. Ancora oggi i chaebol rappresentano un problema per la Corea del Sud: il loro enorme peso economico ha favorito la concentrazione del mercato e ha permesso a pochi conglomerati di esercitare un’influenza sproporzionata anche sulle istituzioni e sulle decisioni politiche.

Il Vietnam vuole dunque importare una parte del modello, ma dovrà fare i conti anche con i suoi rischi: concentrazione del potere, favoritismi, indebitamento eccessivo e difficoltà per le aziende più piccole.

Il fallimento dei conglomerati statali

Il Vietnam aveva già cercato di creare grandi gruppi industriali. Negli anni Duemila il governo investì ingenti risorse nella costruzione di conglomerati controllati dallo Stato, con l’idea che potessero diventare campioni nazionali nei settori dell’energia, delle telecomunicazioni, della finanza, dei trasporti e delle costruzioni.

Il progetto non funzionò come sperato. Molte imprese statali erano poco produttive, protette dalla concorrenza e scarsamente incentivate a innovare. In diversi casi furono penalizzate da cattiva gestione, corruzione e investimenti sbagliati.

Il problema era strutturale: i conglomerati pubblici potevano ottenere credito e commesse grazie ai legami con il governo, ma non erano sottoposti alle stesse pressioni competitive delle imprese private. Quando un’azienda sa di poter contare sul sostegno dello Stato, ha meno motivi per ridurre i costi, migliorare i prodotti o abbandonare progetti fallimentari.

Per questo la strategia di To Lam è diversa. Il Partito non vuole più costruire soltanto giganti statali, ma sostenere la nascita di grandi gruppi privati. Lo Stato continuerà a stabilire gli obiettivi e a controllare i settori strategici, ma saranno le imprese private a dover realizzare una parte crescente degli investimenti.

È una novità significativa per un regime che ha sempre considerato il settore pubblico il principale strumento dello sviluppo economico. La nuova linea non significa però un abbandono del controllo statale. Si tratta piuttosto di un’economia di mercato orientata dal Partito, nella quale le aziende private possono avere maggiore libertà finché contribuiscono agli obiettivi industriali e politici nazionali.

La Risoluzione 68

Lo strumento principale di questa trasformazione è la Risoluzione 68, il piano con cui il Partito Comunista ha ridefinito il ruolo dell’economia privata.

La risoluzione prevede sgravi fiscali, accesso preferenziale al credito, semplificazioni burocratiche e altri vantaggi per le aziende che investono in tecnologia, innovazione, produzione industriale ed esportazioni. L’obiettivo è favorire la crescita di gruppi abbastanza grandi da competere sui mercati internazionali e da entrare nelle catene globali del valore.

Il piano punta alla nascita di almeno 20 grandi aziende vietnamite integrate nei circuiti produttivi internazionali entro il 2030. Un altro obiettivo è arrivare a circa due milioni di imprese operative, con una densità molto più alta rispetto a quella attuale.

La novità più importante riguarda però gli appalti pubblici. Le amministrazioni possono affidare a imprese private la realizzazione di grandi infrastrutture, un settore che in passato era dominato dalle aziende statali.

In questo modo lo Stato vuole utilizzare il capitale e le capacità organizzative dei gruppi privati per costruire ferrovie, metropolitane, strade, impianti energetici e infrastrutture digitali. Le grandi opere diventano contemporaneamente uno strumento di sviluppo e un’occasione per far crescere i futuri campioni nazionali.

Alcuni analisti hanno definito la Risoluzione 68 una sorta di “Doi Moi 2.0”, cioè una nuova fase di apertura e riforma economica dopo quella avviata negli anni Ottanta. La differenza è che il primo Doi Moi puntava soprattutto a introdurre il mercato e attirare investimenti stranieri, mentre la nuova strategia cerca di creare imprese domestiche capaci di diventare protagoniste.

Il rischio è che il sistema degli incentivi produca nuove forme di clientelismo. Se il credito e gli appalti pubblici saranno assegnati sulla base dei rapporti politici più che della qualità dei progetti, il Vietnam potrebbe ripetere gli errori dei conglomerati statali, questa volta con grandi gruppi privati protetti dal Partito.

Vingroup, il candidato principale

Il gruppo che più di ogni altro sembra destinato a diventare il primo chaebol vietnamita è Vingroup, controllato da Pham Nhat Vuong, l’uomo più ricco del paese.

Vingroup è attivo in numerosi settori: immobiliare, turismo, commercio, tecnologia, automobili ed elettronica. La sua espansione è simile a quella dei grandi conglomerati asiatici: il gruppo non si limita a un singolo prodotto, ma cerca di costruire un ecosistema industriale e finanziario molto ampio.

La storia di Pham Nhat Vuong è particolare. L’imprenditore fece inizialmente fortuna nell’Europa orientale, con un’azienda di noodle istantanei fondata in Ucraina. Dopo aver accumulato il capitale necessario, tornò in Vietnam e costruì progressivamente il gruppo che sarebbe diventato Vingroup.

La società automobilistica VinFast è il progetto più visibile della sua strategia. L’ambizione è creare un marchio vietnamita globale, in grado di produrre veicoli elettrici e competere nei mercati internazionali. Ma Vingroup punta anche sulle infrastrutture e sui trasporti.

Dopo l’approvazione della Risoluzione 68, il gruppo ha iniziato a ricevere incarichi per grandi progetti pubblici. Tra questi ci sono linee ferroviarie ad alta velocità, compreso un collegamento tra Hanoi e la baia di Ha Long, e l’espansione della metropolitana della capitale. Vingroup ha inoltre manifestato interesse per un progetto ferroviario nazionale dal valore stimato di circa 70 miliardi di dollari, con l’intenzione di contribuire anche alla produzione dei treni.

La partecipazione a queste opere potrebbe trasformare Vingroup in una piattaforma industriale molto più grande: non soltanto un’azienda immobiliare o automobilistica, ma un gruppo capace di operare contemporaneamente nella manifattura, nell’energia, nella logistica, nella tecnologia e nelle infrastrutture.

Altri gruppi stanno cercando di seguire lo stesso percorso. Tra i possibili futuri campioni nazionali vengono citati Truong Hai Group, attivo soprattutto nell’automotive e nella produzione industriale, e Hoa Phat Group, uno dei principali produttori vietnamiti di acciaio.

La sfida sarà trasformare queste aziende in imprese realmente competitive, e non in semplici beneficiarie di concessioni pubbliche.

Dalla manodopera ai chip

Il Vietnam è riuscito a crescere grazie alla disponibilità di manodopera relativamente economica. Questo vantaggio non durerà per sempre.

L’aumento dei salari, l’invecchiamento demografico e la concorrenza di altri paesi asiatici costringeranno il Vietnam a produrre beni più complessi e a maggiore valore aggiunto. Per questo il nuovo programma economico dedica grande attenzione a scienza, tecnologia, innovazione e trasformazione digitale.

Un settore considerato strategico è quello dei semiconduttori. Il Vietnam non può ancora competere con Taiwan, Corea del Sud o Cina nella progettazione e produzione dei chip più avanzati, ma può provare a sviluppare competenze nella progettazione, nell’assemblaggio, nel collaudo e nella produzione di componenti.

Anche Viettel, il grande gruppo delle telecomunicazioni legato alle forze armate, ha annunciato la costruzione del primo impianto vietnamita per la produzione di chip. Il progetto rientra nella strategia di creare una filiera tecnologica nazionale e ridurre la dipendenza da aziende straniere.

L’obiettivo è passare da un modello in cui il Vietnam assembla prodotti progettati da altri a uno in cui alcune imprese locali controllano una parte più ampia della catena: ricerca, progettazione, produzione, logistica e vendita.

Per farlo serviranno università migliori, più ingegneri, finanziamenti alla ricerca e regole capaci di proteggere la proprietà intellettuale. Non sarà sufficiente attribuire appalti o garantire credito alle aziende già grandi. La modernizzazione tecnologica richiede competenze diffuse e una concorrenza effettiva.

Il ruolo degli investimenti stranieri

L’apertura alle imprese private vietnamite non significa che il paese voglia rinunciare agli investimenti stranieri. Al contrario, le multinazionali resteranno fondamentali per la crescita.

Molte aziende cinesi hanno trasferito parte della produzione in Vietnam per ridurre l’esposizione ai dazi statunitensi e diversificare le proprie catene di fornitura. Anche imprese di altri paesi hanno investito nel settore elettronico, nella manifattura e nella logistica.

Questa dinamica ha trasformato il Vietnam in uno dei principali beneficiari della riorganizzazione delle catene produttive asiatiche. La rivalità tra Stati Uniti e Cina ha creato nuove opportunità per paesi capaci di offrire stabilità, costi competitivi e accesso ai mercati internazionali.

Ma dipendere troppo dalle multinazionali straniere comporta anche dei limiti. Le imprese estere possono produrre in Vietnam senza trasferire davvero le tecnologie più importanti alle aziende locali. In molti casi il paese riceve posti di lavoro e investimenti, ma conserva una posizione subordinata: assembla il prodotto finale, mentre la ricerca, i brevetti, i componenti più sofisticati e i profitti principali restano all’estero.

La strategia dei chaebol vietnamiti serve anche a ridurre questa dipendenza. Il Partito vuole imprese nazionali in grado di collaborare con le multinazionali, ma anche di diventare fornitori, investitori e concorrenti.

Il rapporto con gli Stati Uniti resta però delicato. Una quota molto importante delle esportazioni vietnamite è diretta verso il mercato americano. Eventuali dazi o restrizioni potrebbero colpire duramente il modello fondato sull’export.

Per questa ragione il Vietnam cerca di diversificare i mercati e aumentare il contenuto tecnologico delle proprie esportazioni. Un paese che vende soltanto prodotti a basso costo è più vulnerabile alle decisioni commerciali altrui; un paese con imprese forti e marchi riconosciuti ha maggiore potere negoziale.

La contraddizione del modello

Il progetto di To Lam contiene una contraddizione evidente. Il Vietnam vuole costruire grandi imprese private, ma lo fa all’interno di un sistema in cui il Partito Comunista conserva un controllo molto esteso sull’economia e sulla società.

I chaebol sudcoreani nacquero in un contesto autoritario, ma operarono in un’economia in cui la competizione tra imprese divenne progressivamente più importante. Il loro successo dipese dal sostegno statale, ma anche dalla necessità di conquistare mercati internazionali e dimostrare di saper produrre beni competitivi.

In Vietnam non è ancora chiaro quanto sarà libera la concorrenza tra i grandi gruppi. Se le aziende che ricevono appalti e credito pubblico saranno selezionate in base ai legami con il potere, il risultato potrebbe essere un capitalismo clientelare dominato da pochi oligarchi.

Il problema non riguarda soltanto la corruzione. Una concentrazione eccessiva delle risorse potrebbe danneggiare le piccole e medie imprese, che costituiscono una parte importante dell’economia ma spesso hanno difficoltà ad accedere al credito, ai terreni industriali e agli appalti.

Esiste inoltre il rischio finanziario. I grandi conglomerati tendono a espandersi rapidamente e a indebitarsi per entrare in nuovi settori. Se alcuni progetti infrastrutturali o tecnologici fallissero, le perdite potrebbero ricadere indirettamente sullo Stato e sui contribuenti.

Il Vietnam dovrà quindi trovare un equilibrio tra sostegno pubblico e disciplina di mercato. Le imprese private devono poter crescere, ma anche fallire quando sono inefficienti. Gli appalti devono essere trasparenti, il credito deve essere valutato sulla sostenibilità dei progetti e gli organi di controllo devono poter operare senza interferenze politiche.

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