USS Abraham Lincoln in mare da oltre 200 giorni: famiglie denunciano condizione massacranti e tentativi di suicidio tra l’equipaggio. I Democratici chiedono un’ispezione

La portaerei nucleare USS Abraham Lincoln è in mare da oltre 200 giorni consecutivi e, secondo le denunce raccolte da diversi media statunitensi, a bordo si sarebbe aperta una grave emergenza legata alle condizioni di vita e alla salute mentale dell’equipaggio.

Le segnalazioni parlano di carenze alimentari, razionamento di acqua e sapone, problemi agli impianti idraulici, docce invase dalla muffa, servizi igienici inutilizzabili e turni di lavoro che arriverebbero a durare tra le 12 e le 16 ore. A preoccupare maggiormente sono però i racconti su alcuni marinai che avrebbero tentato di togliersi la vita o di gettarsi in mare.

La Marina degli Stati Uniti non ha diffuso un numero ufficiale degli episodi. Ha tuttavia fatto sapere che il comando della nave monitora costantemente il benessere del personale imbarcato. Le accuse, ancora da verificare in modo indipendente, hanno spinto alcuni senatori democratici a chiedere chiarimenti al segretario alla Difesa Pete Hegseth e un controllo diretto sulle condizioni della nave.

Una missione diventata sempre più lunga

La USS Abraham Lincoln, portaerei della classe Nimitz, ha lasciato San Diego il 21 novembre 2025 per partecipare inizialmente a una missione nel Mar Cinese Meridionale. In seguito la nave è stata dirottata verso il Medio Oriente, in vista dell’operazione militare avviata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio.

La missione, che avrebbe dovuto concludersi dopo circa sette mesi, è invece entrata nel nono mese. La portaerei risulta complessivamente dispiegata da più di 250 giorni e non avrebbe attraccato per oltre 200 giorni consecutivi. Un periodo che rappresenterebbe un record per una portaerei americana nell’era moderna.

A bordo si trovano circa 5 mila persone tra marinai e Marines. Per molti di loro, il prolungamento del dispiegamento avrebbe significato rimanere lontani dalle famiglie molto più a lungo del previsto, senza una data certa per il rientro.

Il prolungamento della missione avrebbe avuto conseguenze anche sul ritmo operativo. Alcuni parenti hanno riferito che l’equipaggio sarebbe stato impegnato in una missione di combattimento non-stop durata cinque settimane, con turni particolarmente pesanti e periodi di riposo insufficienti.

Cibo razionato e problemi agli impianti

Le denunce raccolte negli ultimi giorni descrivono una situazione di forte deterioramento delle condizioni materiali a bordo. Tra le criticità segnalate figurano problemi all’approvvigionamento di generi di prima necessità, razioni ridotte per alcuni alimenti e bevande, difficoltà nel reperire il sapone e una presunta contaminazione dell’acqua.

I familiari hanno inoltre parlato di malfunzionamenti all’impianto idraulico, acqua calda disponibile solo a intermittenza, lavanderie chiuse e bagni in condizioni degradate. Alcune docce sarebbero ricoperte di muffa, mentre diversi servizi igienici non sarebbero utilizzabili.

Queste circostanze, unite alla permanenza prolungata in mare, avrebbero reso sempre più difficile la vita quotidiana dell’equipaggio. Le persone a bordo si troverebbero in uno spazio ristretto, lontane dalla terraferma e sottoposte a un’attività operativa intensa, senza la possibilità di usufruire di pause regolari o di un rapido ritorno a casa.

Le autorità militari non hanno confermato pubblicamente ogni singola denuncia. La Marina, tuttavia, ha dichiarato di prestare attenzione al benessere dei militari e di seguire le condizioni del personale attraverso il comando della nave e i servizi di assistenza disponibili a bordo.

L’allarme per la salute mentale

Il tema più delicato riguarda il deterioramento della salute mentale dei marinai. Secondo i racconti dei familiari, alcuni militari avrebbero manifestato gravi segnali di disagio e, in più casi, avrebbero tentato di togliersi la vita.

Un rapporto citato dalla stampa militare statunitense avrebbe riferito di diversi marinai che hanno cercato di gettarsi in mare o di farsi del male. La Marina non ha fornito un bilancio preciso e non ha confermato il numero degli episodi. Per questo, le informazioni devono essere considerate come denunce e testimonianze in attesa di una verifica ufficiale.

Annabelle Loma, una delle familiari ascoltate dai media americani, ha raccontato che l’ombudsman della nave — la figura incaricata di mantenere i rapporti con le famiglie dell’equipaggio — le avrebbe riferito che il marito aveva tentato di gettarsi in mare.

Secondo la donna, l’uomo sarebbe stato successivamente sottoposto a osservazione medica. Da quel momento, ha raccontato, i contatti con lui sarebbero diventati molto limitati. Il marinaio avrebbe anche espresso il timore di ricevere un congedo con disonore e di vedere compromessa una carriera militare durata tredici anni.

«Ha paura», ha riferito Loma, secondo quanto riportato dai media statunitensi. La donna ha contestato l’idea che un militare in condizioni di estrema stanchezza debba preoccuparsi innanzitutto delle conseguenze disciplinari, invece di ricevere assistenza e protezione.

Un’altra familiare, Maria Rodriguez, ha raccontato che il marito avrebbe assistito a un episodio simile e sarebbe riuscito a fermare un altro marinaio prima che si facesse del male. Il militare avrebbe poi descritto l’accaduto come uno dei momenti più drammatici della sua vita.

La ricostruzione non è stata confermata pubblicamente dalla Marina. Ma, insieme alle altre testimonianze, ha contribuito ad alimentare le richieste di un’indagine sulle condizioni psicologiche dell’equipaggio.

Le famiglie: “Sono esausti e senza risposte”

A rendere pubblica la situazione sono stati soprattutto i parenti dei marinai. I militari, infatti, si trovano in una posizione particolarmente delicata: le comunicazioni dall’interno della nave sono limitate e, secondo le famiglie, molti avrebbero paura di subire conseguenze professionali o disciplinari se raccontassero apertamente le proprie difficoltà.

Durante due recenti incontri, le famiglie di alcuni membri dell’equipaggio hanno affrontato i rappresentanti della Marina. A San Diego, in California, più di duecento familiari della Lincoln avrebbero partecipato a un incontro con il segretario ad interim della Marina, Hung Cao. Un secondo confronto si sarebbe svolto a distanza.

Nel corso delle riunioni sarebbero stati sollevati interrogativi sulla sicurezza, sull’assenza di riposo, sui problemi di salute mentale e sull’effettiva disponibilità di beni essenziali a bordo. I parenti avrebbero inoltre chiesto quando i loro congiunti potranno tornare a casa.

Molti di loro sostengono di ricevere comunicazioni sempre più preoccupanti. Shelby Sanders, parlando della madre imbarcata sulla Lincoln, ha raccontato che la donna ormai comunica quasi esclusivamente via email. Per la figlia, il fatto che scelga quel tipo di comunicazione sarebbe un segnale del suo stato d’animo.

«Quando lo fa, so che è molto giù», avrebbe detto Sanders, esprimendo l’angoscia per l’assenza di una data certa per il rientro.

La richiesta di ispezioni al Congresso

Le denunce hanno provocato la reazione di alcuni esponenti democratici del Congresso. Il senatore Richard Blumenthal ha inviato una lettera al segretario alla Difesa Pete Hegseth chiedendo alla Marina un resoconto dettagliato delle condizioni di vita a bordo della portaerei.

Nella lettera, Blumenthal avrebbe citato segnalazioni relative a carenze di beni di prima necessità, contaminazione dell’acqua, guasti agli impianti idraulici, deterioramento della salute mentale e problemi di sicurezza sul ponte.

Il senatore Ruben Gallego ha invece chiesto una visita ufficiale a bordo della USS Abraham Lincoln da parte di una delegazione bipartisan del Senato. L’obiettivo sarebbe verificare direttamente le condizioni della nave e raccogliere informazioni dai militari senza affidarsi esclusivamente ai rapporti interni della Marina.

In un messaggio pubblicato su X, Gallego ha definito le notizie sui militari che avrebbero minacciato di gettarsi dalla nave un «agghiacciante campanello d’allarme». Il senatore ha richiamato anche le segnalazioni su docce ammuffite, acqua calda intermittente, pasti e sapone razionati, bagni inutilizzabili e turni di lavoro estenuanti.

Gallego ha rivolto critiche anche al presidente Donald Trump, sostenendo che il modo in cui l’amministrazione sta gestendo il personale militare impegnato nella guerra contro l’Iran sarebbe non soltanto «oltraggioso», ma anche pericoloso.

Il contrasto con la comunicazione del Pentagono

Il caso della Lincoln rischia di creare un forte contrasto con la rappresentazione pubblica della missione fornita finora dal Pentagono e dalla Casa Bianca. Mentre i comunicati ufficiali hanno enfatizzato l’importanza strategica del dispiegamento e l’efficienza delle operazioni militari, le testimonianze dei familiari descrivono un equipaggio sempre più provato.

Il punto centrale della polemica riguarda la trasparenza. Le famiglie sostengono di essere state lasciate senza informazioni sufficienti sullo stato dei propri cari e sulla durata effettiva della missione. La Marina, invece, non ha diffuso dati dettagliati sui presunti tentativi di suicidio né un quadro completo delle condizioni sanitarie e logistiche a bordo.

L’assenza di numeri ufficiali rende difficile stabilire l’ampiezza reale dell’emergenza. Le testimonianze, però, delineano una situazione che non sembra limitata a singoli episodi isolati: i racconti riguardano problemi infrastrutturali, stanchezza cronica, difficoltà di comunicazione con le famiglie e crescente pressione psicologica.

Una missione oltre i limiti previsti

La USS Abraham Lincoln era partita per una missione con una durata programmata. Il prolungamento del dispiegamento, reso necessario dagli sviluppi militari in Medio Oriente, avrebbe modificato radicalmente le condizioni previste per l’equipaggio.

Una portaerei può rimanere operativa per lunghi periodi, ma la durata della missione e l’intensità delle operazioni incidono sul riposo, sulla manutenzione e sulla disponibilità di risorse. Nel caso della Lincoln, secondo le denunce, l’assenza di scali per più di 200 giorni avrebbe aggravato i problemi già presenti.

I militari, inoltre, non avrebbero soltanto dovuto affrontare una lunga permanenza in mare, ma anche l’incertezza legata alla guerra. Per molti membri dell’equipaggio, il ritorno a casa previsto per maggio è stato rinviato senza una nuova scadenza chiara.

La combinazione tra isolamento, turni prolungati, mancanza di riposo, difficoltà igieniche e pressione operativa potrebbe avere contribuito al peggioramento del morale. Sarà però necessario un accertamento formale per stabilire la reale portata delle criticità e verificare le responsabilità.

La Marina sotto pressione

Il comando della Marina si trova ora a dover rispondere a due domande principali: quali siano le condizioni effettive a bordo della portaerei e quali misure siano state adottate per proteggere la salute fisica e mentale dell’equipaggio.

Un’ispezione parlamentare potrebbe consentire di verificare le denunce direttamente sulla nave, ascoltando i marinai e controllando gli impianti, le scorte alimentari, i servizi igienici e i sistemi di assistenza psicologica.

Al tempo stesso, le famiglie chiedono garanzie sul rientro dei propri cari e sulla possibilità di ricevere informazioni tempestive. La questione non riguarda soltanto la durata della missione, ma anche il modo in cui le autorità militari gestiscono i segnali di disagio in un equipaggio sottoposto a una pressione prolungata.

Finché non saranno pubblicati dati ufficiali, il numero dei tentativi di suicidio e la gravità dei problemi denunciati resteranno da chiarire. Ma le testimonianze raccolte, le richieste dei senatori e la crescente mobilitazione dei familiari hanno già trasformato la USS Abraham Lincoln da simbolo della proiezione militare americana in un caso politico e umano che il Pentagono non può più ignorare.

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