Venezuela, 13 miliardi dal petrolio gestiti dagli Stati Uniti: dove sono finiti i soldi?

Venezuela, 13 miliardi dal petrolio gestiti dagli Stati Uniti: dove sono finiti i soldi?

Venezuela, 13 miliardi dal petrolio gestiti dagli Stati Uniti: dove sono finiti i soldi?

Gli Stati Uniti hanno incassato circa 13 miliardi di dollari dalla vendita del petrolio venezuelano negli ultimi mesi, ma la destinazione di questa enorme quantità di denaro resta in gran parte opaca. È una questione che sta sollevando interrogativi politici, economici e diplomatici sempre più pressanti, sia a Washington che a Caracas, soprattutto in un momento in cui il Venezuela avrebbe bisogno urgente di risorse per affrontare una crisi interna aggravata da un devastante terremoto.
Dall’inizio del 2026, dopo l’operazione militare statunitense che ha portato alla cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro e all’insediamento della vicepresidente Delcy Rodríguez come nuova guida del paese, gli Stati Uniti hanno assunto il controllo di fatto delle esportazioni petrolifere venezuelane. Il petrolio rappresenta circa un quarto del prodotto interno lordo del Venezuela ed è da sempre la principale fonte di entrate per lo Stato: controllarne i flussi significa esercitare un’influenza diretta sull’intera economia nazionale.

Ricavi, discrepanze e opacità

Secondo ricostruzioni basate su dati di spedizione e stime dei prezzi internazionali, tra cui quelle elaborate dal Financial Times utilizzando informazioni di Kpler e Argus Media, il valore del greggio esportato dal Venezuela da gennaio supera i 13 miliardi di dollari. Tuttavia, solo una parte minima di questa cifra risulta effettivamente trasferita al governo venezuelano. Le informazioni ufficiali sono frammentarie e spesso contraddittorie: in un’audizione al Congresso statunitense è stato indicato che circa 3 miliardi di dollari sarebbero stati inviati a Caracas, mentre un sito governativo venezuelano creato per monitorare i flussi riporta una sola operazione, pari a 300 milioni di dollari.
Questa discrepanza ha alimentato il sospetto che una quota consistente dei ricavi venga trattenuta o gestita direttamente dagli Stati Uniti senza adeguata trasparenza. La stessa amministrazione statunitense ha fornito versioni divergenti sul destino dei fondi. Da un lato, un ordine esecutivo di gennaio definisce Washington come semplice “custode” delle entrate, formalmente di proprietà del Venezuela; dall’altro, dichiarazioni pubbliche del presidente Donald Trump suggeriscono che gli Stati Uniti stiano traendo un profitto diretto dall’operazione, arrivando a sostenere di aver recuperato più volte i costi dell’intervento militare grazie al petrolio venezuelano.

Leva politica e sistema di controllo

Il controllo delle entrate petrolifere è anche uno strumento di pressione politica. Secondo diversi analisti, trattenere o distribuire selettivamente i fondi consente a Washington di influenzare il governo di Rodríguez, che dipende da queste risorse per garantire il funzionamento dello Stato, inclusi il pagamento degli stipendi pubblici e il mantenimento della stabilità economica. Alcuni osservatori hanno paragonato questo meccanismo a una forma di “paghetta controllata”, in cui il Venezuela riceve solo una parte dei propri introiti, senza sapere con precisione quanto gli spetti né quando verrà erogato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la struttura stessa del mercato petrolifero e delle operazioni di trading. Gli Stati Uniti si avvalgono di grandi società internazionali come Vitol e Trafigura per la vendita del greggio venezuelano, in un settore già noto per la sua scarsa trasparenza. Parte dei ricavi, inoltre, viene assorbita lungo la filiera: costi operativi, joint venture con compagnie straniere, forniture tecniche e accordi legati al debito riducono la quota che arriva effettivamente nelle casse dello Stato venezuelano.

Dove sono i soldi

Non è chiaro nemmeno dove siano fisicamente depositati i fondi. In una prima fase sarebbero stati collocati su conti in Qatar, per evitare implicazioni legate alle sanzioni internazionali; successivamente, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha indicato che le risorse sono gestite direttamente su conti controllati dagli Stati Uniti. È stata annunciata una supervisione contabile affidata alla società KPMG e la pubblicazione di report trimestrali, ma finora questi documenti non sono stati resi pubblici, alimentando ulteriormente le critiche.
La mancanza di trasparenza è diventata un tema politico anche negli Stati Uniti. Parlamentari di entrambi gli schieramenti hanno chiesto chiarimenti all’amministrazione, sottolineando i rischi di opacità e possibili abusi nella gestione di fondi così ingenti. Alcuni esponenti democratici hanno già ipotizzato future indagini parlamentari, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato.
Nel frattempo, sul piano economico, i benefici attesi per il Venezuela non si sono materializzati in modo evidente. Nonostante l’aumento della produzione e la crescita dei prezzi internazionali del petrolio, la crescita economica resta debole. Nel primo trimestre dell’anno il PIL è aumentato solo del 2,5 per cento, uno dei risultati più bassi degli ultimi anni. Diversi economisti attribuiscono questa performance deludente proprio al fatto che il governo venezuelano non ha accesso pieno alle entrate petrolifere.
La situazione è diventata ancora più critica dopo il terremoto del 24 giugno, che ha causato danni stimati in circa 37 miliardi di dollari secondo le Nazioni Unite. In questo contesto, la disponibilità dei proventi del petrolio sarebbe fondamentale per finanziare la ricostruzione. Gli Stati Uniti hanno stanziato alcune centinaia di milioni di dollari in aiuti e dichiarato che parte dei fondi petroliferi è stata destinata agli interventi di emergenza, ma senza specificare cifre precise.

Continuità, ambiguità e rischi

Il caso dei 13 miliardi di dollari del petrolio venezuelano rappresenta quindi un nodo centrale nella complessa relazione tra Washington e Caracas. Da un lato, gli Stati Uniti sostengono di voler garantire stabilità, evitare la corruzione e proteggere le entrate dai creditori internazionali; dall’altro, la gestione poco trasparente dei fondi solleva dubbi sulla reale finalità dell’operazione e alimenta tensioni politiche sia interne sia internazionali.
La scarsa trasparenza che oggi caratterizza la gestione dei proventi petroliferi si inserisce in una continuità più ampia con le pratiche dell’era Maduro. Per anni, il Venezuela ha operato senza rendere pubblica una legge di bilancio e, dal 2017, ha smesso di diffondere gran parte delle principali statistiche macroeconomiche, nel tentativo di occultare il profondo dissesto economico del paese. Solo nella primavera del 2026, sotto la pressione degli Stati Uniti e del Fondo monetario internazionale, il governo ha ripreso a pubblicare alcuni dati, ma in modo parziale e ancora insufficiente. In assenza di un quadro contabile completo, resta estremamente difficile verificare come vengano effettivamente utilizzate le risorse pubbliche, incluse quelle derivanti dal petrolio.
In questo contesto, cresce il disincanto tra gli osservatori venezuelani. L’economista José Guerra sottolinea come negli ultimi anni ogni tentativo di cambiamento sia stato ostacolato: prima dalla repressione interna e dal sostegno delle forze armate al regime di Maduro, poi da un processo elettorale controverso nel 2024, quando l’ex presidente rivendicò una vittoria considerata da molti frutto di brogli. Oggi, secondo Guerra, il principale elemento di incertezza non è più interno ma esterno: il ruolo degli Stati Uniti. Washington ha rimosso Maduro, ma non ha chiarito quale sia il suo progetto per una transizione democratica stabile, lasciando il paese in una condizione di sospensione politica.
L’ambivalenza dell’amministrazione Trump emerge anche nella gestione degli equilibri politici interni al Venezuela. Da un lato, gli Stati Uniti hanno impedito il ritorno della leader dell’opposizione María Corina Machado, ritenuta difficilmente controllabile; dall’altro, ne evocano il possibile rientro come strumento di pressione nei confronti del governo di Delcy Rodríguez.
Nel paese sudamericano, intanto, la domanda resta la stessa, ripetuta da economisti, politici e cittadini: dove sono finiti i soldi? Senza una risposta chiara e documentata, il rischio è che il controllo del petrolio si trasformi da leva di stabilizzazione a ulteriore fattore di incertezza per un’economia già profondamente fragile.

Scopri di più da Economia X Finanza

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere