L’inchiesta condotta da The Insider e IrpiMedia riporta al centro del dibattito europeo un tema altamente sensibile: la possibile violazione delle sanzioni contro la Russia da parte di aziende occidentali, tra cui la storica Beretta Holding. Secondo i documenti analizzati dai giornalisti, migliaia di armi prodotte dal gruppo italiano sarebbero arrivate nella Federazione Russa anche dopo l’introduzione dell’embargo seguito all’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Tra marzo 2022 e febbraio 2024, sarebbero state importate in Russia almeno 15.337 armi da fuoco di fabbricazione occidentale. Di queste, circa il 40% — pari a 6.064 unità — sarebbe riconducibile al gruppo Beretta. Le cifre includono pistole, fucili e carabine, alcune delle quali non destinate esclusivamente all’uso civile.
Un dato particolarmente rilevante riguarda il 2022, anno di inizio del conflitto su larga scala: secondo le ricostruzioni giornalistiche, Beretta avrebbe esportato verso la Russia 3.919 armi da fuoco, nonostante l’entrata in vigore delle restrizioni europee. Le forniture sarebbero avvenute tramite una rete di importatori locali, tra cui la società Russky Orel (nota anche come Russian Eagle), al centro delle indagini.
Il ruolo delle società e la natura delle armi
Russian Eagle rappresenta uno snodo cruciale nella vicenda. La società, specializzata nell’importazione di armi, è stata sanzionata dagli Stati Uniti nel 2024 per il suo coinvolgimento nella filiera della difesa russa. Tuttavia, al momento dell’introduzione delle sanzioni, il socio di maggioranza risultava essere proprio Beretta Holding.
Documenti societari citati da IrpiMedia indicano inoltre che Pietro Gussalli Beretta, presidente e amministratore delegato del gruppo, avrebbe fatto parte del consiglio di amministrazione della società russa almeno per tutto il 2022. Un elemento che solleva interrogativi sulla continuità dei rapporti tra l’azienda italiana e il mercato russo anche dopo l’inizio della guerra.
Nonostante Beretta abbia dichiarato di aver “deconsolidato” Russian Eagle — ovvero escluso la società dal proprio bilancio — resta poco chiaro quando e come questa separazione sia effettivamente avvenuta. Secondo il registro delle imprese russo, la società risulta ancora attiva e per oltre il 57% riconducibile al gruppo italiano.
Uno dei punti centrali della difesa di Beretta riguarda la natura delle armi esportate. Durante un’audizione alla Camera dei Deputati nel febbraio 2026, i rappresentanti dell’azienda hanno sostenuto che si trattasse esclusivamente di armi da caccia, sottolineando che “con le armi venatorie non si fanno le guerre”.
Tuttavia, le evidenze raccolte dai giornalisti sembrano raccontare una realtà più complessa. Tra le armi individuate figurano anche fucili di precisione come i Tikka T3 e Sako S20, oltre a pistole semiautomatiche. Alcuni di questi modelli sarebbero stati utilizzati da unità delle forze di sicurezza russe o in contesti paramilitari, come dimostrato dalla loro presenza in competizioni di tiro di alto livello legate all’ambiente militare.
Inoltre, fucili semiautomatici Benelli — marchio appartenente al gruppo Beretta — sarebbero stati forniti direttamente al Ministero della Difesa russo e al Servizio federale di sicurezza (FSB), secondo quanto emerso dalle indagini.
Rete di triangolazioni e lacune nei controlli
Un altro elemento chiave riguarda le modalità di esportazione. Le armi non sarebbero arrivate in Russia attraverso canali diretti, ma tramite triangolazioni e società di copertura, spesso registrate in paesi terzi. Questo sistema avrebbe consentito di aggirare formalmente le sanzioni, pur mantenendo attivo il flusso commerciale.
Le autorità statunitensi hanno già avviato azioni giudiziarie in questo ambito. Nel 2024, diversi individui sono stati arrestati tra Stati Uniti e Kirghizistan per aver facilitato l’esportazione illegale di armi e munizioni verso la Russia. Tra questi, l’italiano Manfred Gruber ha ammesso in un tribunale di Brooklyn di aver contrabbandato munizioni per oltre 540.000 dollari attraverso la società Bignami Spa.
Questi casi suggeriscono l’esistenza di una rete più ampia e strutturata, in grado di aggirare i controlli internazionali sfruttando lacune normative e giurisdizionali.
Uno degli aspetti più controversi riguarda la mancata reazione delle autorità europee. Nonostante la gravità delle accuse, né l’Unione Europea né le istituzioni italiane hanno finora avviato un’indagine formale sul caso.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano ha dichiarato di non avere competenze dirette nel monitoraggio dell’embargo sulle armi, evidenziando una possibile lacuna nel sistema di controllo. Questo vuoto normativo rischia di rendere inefficaci le sanzioni, soprattutto quando le operazioni avvengono tramite filiali estere o intermediari.
Organizzazioni indipendenti come l’Asser Institute e Global Rights Compliance hanno sottolineato come il trasferimento strategico delle attività all’estero da parte dei produttori possa ostacolare la tracciabilità delle esportazioni e la verifica dell’uso finale delle armi.
La posizione dell’azienda e le implicazioni
Di fronte alle accuse, Beretta Holding ha respinto ogni addebito, definendo le ricostruzioni giornalistiche come tentativi di danneggiare la reputazione dell’azienda. Il gruppo sostiene di aver interrotto tutte le attività commerciali con la Russia fin dall’inizio del conflitto e di aver adottato, dal 2024, una clausola interna “no Russia/no Bielorussia”.
In merito a Russian Eagle, l’azienda ha dichiarato che la società non è più operativa e che i propri rappresentanti si sono dimessi dal consiglio di amministrazione. Tuttavia, non è stato chiarito se le quote siano state vendute o semplicemente mantenute senza gestione attiva.
Durante l’audizione parlamentare del 2026, i dirigenti Beretta hanno inoltre ridimensionato la portata delle esportazioni, parlando di “quindici o venti” armi individuate, una cifra nettamente inferiore rispetto a quella emersa dalle inchieste giornalistiche.
Il caso Beretta evidenzia le difficoltà nel far rispettare regimi sanzionatori complessi in un contesto globalizzato. La discrepanza tra le dichiarazioni ufficiali e i dati raccolti dalle inchieste solleva interrogativi non solo sulla condotta dell’azienda, ma anche sull’efficacia dei meccanismi di controllo europei.
Al centro della questione non c’è solo il rispetto formale delle norme, ma anche lo “spirito” delle sanzioni: impedire che tecnologie e strumenti occidentali possano essere utilizzati, direttamente o indirettamente, nel contesto del conflitto ucraino.
Finché non verranno avviate indagini ufficiali e chiariti i punti ancora oscuri — dalla reale proprietà di Russian Eagle alle modalità di esportazione — il caso resterà un terreno di scontro tra giornalismo investigativo, interessi industriali e responsabilità politica.









