Dietro la frase di Meloni: il “tabù” del presidente della Repubblica di centrosinistra è falso: La realtà della storia repubblicana

La frase usata da Giorgia Meloni, quando ha parlato della possibilità di “superare un tabù” eleggendo un presidente della Repubblica “non di centrosinistra”, è più una formula politica che una ricostruzione storica rigorosa. La storia della Repubblica italiana mostra, infatti, una successione di capi dello Stato provenienti da culture politiche molto diverse: liberale, democristiana, socialdemocratica, socialista, comunista, cattolico-democratica, tecnica-istituzionale. Non si tratta di una lunga occupazione del Quirinale da parte della sola sinistra o del solo centrosinistra, come suggerito dalla narrazione della presidente del Consiglio.
Il 29 giugno 2026, ospite di “10 minuti” su Rete 4, Meloni ha rilanciato l’idea che il Quirinale sia stato finora appannaggio di un’unica area politico-culturale, cioè del centrosinistra, e che la sua maggioranza parlamentare possa concorrere a eleggere un presidente non riconducibile a quell’area. La formula è efficace sul piano identitario, perché rafforza la percezione di una destra ancora esclusa dai luoghi più alti della legittimazione istituzionale, ma sul piano storico è una semplificazione forzata. Se si guarda alla biografia e alla collocazione dei dodici presidenti della Repubblica, si scopre che solo una parte di loro, circa 6; può essere collocata nell’area della sinistra o del centrosinistra, mentre gli altri appartengono a tradizioni liberali, cattoliche, moderate o comunque non classificabili con le categorie usate oggi nel confronto tra maggioranza e opposizione.

Il meccanismo elettorale e la funzione garante del presidente

Per capire perché l’affermazione di Meloni sia fuorviante, bisogna partire da un dato istituzionale troppo spesso trascurato nel dibattito pubblico: il presidente della Repubblica in Italia non nasce come capo politico di una parte, ma come organo di garanzia, costruito dalla Costituzione per stare al centro del sistema. L’articolo 83 stabilisce che il capo dello Stato sia eletto dal Parlamento in seduta comune, con la partecipazione dei delegati regionali; nei primi tre scrutini è richiesta la maggioranza dei due terzi, mentre dal quarto è sufficiente la maggioranza assoluta. L’articolo 85 prevede che il mandato duri sette anni, una durata superiore a quella ordinaria delle legislature proprio per assicurare una funzione di stabilità e continuità istituzionale. Questo meccanismo non può ovviamente eliminare la politica dall’elezione del presidente, ma la costringe, almeno in teoria, a misurarsi con la ricerca di profili più larghi e meno divisivi.
È per questo che leggere la storia del Quirinale con la lente secca del bipolarismo odierno porta fuori strada. Il presidente della Repubblica non è mai stato, salvo rare eccezioni, il semplice prolungamento di un blocco politico. È quasi sempre stato il risultato di mediazioni complesse, di equilibri tra partiti, di culture costituzionali sedimentate, e talvolta anche di compromessi imposti da fasi di emergenza o di transizione. Presentare tutto questo come una lunga teoria di presidenti “di centrosinistra” significa sovrapporre categorie contemporanee a epoche storiche che funzionavano secondo logiche diverse.

Una sequenza di presidenti non riconducibili al centrosinistra: liberali, democristiani e socialdemocratici

La smentita più immediata alla tesi del “tabù” arriva già dai primi due capi dello Stato. Enrico De Nicola, che fu capo provvisorio dello Stato dal 1° luglio 1946 e poi presidente della Repubblica dal 1° gennaio all’11 maggio 1948, viene definito dal portale storico della Presidenza della Repubblica un “esponente della classe dirigente liberale prefascista”, non certo un uomo della sinistra. La sua elezione nella fase delicatissima della transizione dalla Monarchia alla Repubblica rispondeva all’esigenza di offrire una figura di garanzia capace di rassicurare ambienti moderati e monarchici. De Nicola, insomma, fu una figura di continuità istituzionale e di moderazione liberale, tanto distante dalla sinistra quanto lontana della destra che oggi Meloni evoca come esclusa.
Anche Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica, smentisce la narrativa del monopolio di sinistra. Il sito dei Presidenti del Quirinale lo colloca alla guida dello Stato dal 1948 al 1955, cioè negli anni della costruzione repubblicana e dell’avvio del sistema dei partiti della Prima Repubblica. Einaudi era un liberale classico, un economista rigoroso, una figura intellettuale e istituzionale estranea alla tradizione della sinistra italiana. Già questi primi due nomi bastano a demolire l’idea che il Quirinale sia stato fin dall’origine un territorio politico omogeneo e orientato a sinistra.
Ma la questione si fa ancora più interessante quando si passa ai presidenti provenienti dalla Democrazia Cristiana, cioè dalla grande cultura politica centrale che ha dominato la Prima Repubblica. Catalogarli oggi come “centrosinistra” in senso semplice è spesso un abuso retrospettivo. La DC fu un partito largo, attraversato da correnti che andavano da posizioni conservatrici a sensibilità sociali avanzate; parlare di un presidente democristiano come di un presidente “di centrosinistra” senza ulteriori precisazioni significa schiacciare una tradizione politica complessa dentro schemi attuali.
Prendiamo Giovanni Gronchi, presidente dal 1955 al 1962. È vero che apparteneva alla sinistra democristiana e che fu tra i protagonisti di una linea più aperta al dialogo sociale e alla trasformazione del quadro politico, ma questo non lo rende automaticamente assimilabile alla sinistra organica o al centrosinistra nella forma in cui li intendiamo nel lessico politico contemporaneo. Gronchi era un cattolico democratico con una sua autonomia di visione, legato a una stagione in cui la DC conteneva al proprio interno pulsioni e linguaggi oggi sparsi tra più famiglie politiche.
Lo stesso vale, per ragioni diverse, per Antonio Segni, presidente dal 1962 al 1964. Segni apparteneva all’ala conservatrice della Democrazia Cristiana e difficilmente può essere presentato come una figura di sinistra o di centrosinistra senza manipolare i fatti. La sua presidenza è stata associata anche alle tensionioni politico‑istituzionali del 1964, la stagione del “Piano Solo”, episodio che mostra come attorno al Quirinale potessero addensarsi spinte di ordine e di contenimento delle sinistre, non certo un automatismo favorevole al campo progressista. Il Piano Solo fu un piano di emergenza predisposto nel 1964 dal comando dei carabinieri, su sollecitazione del presidente della Repubblica Antonio Segni, che prevedeva l’occupazione dei centri nevralgici dello Paese e l’arresto di centinaia di dirigenti di partiti di sinistra e sindacati, con l’obiettivo di bloccare o limitare fortemente la politica di centro‑sinistra.
Anche Giuseppe Saragat, presidente dal 1964 al 1971, richiede una lettura meno schematica di quella offerta dalla polemica politica. Saragat proveniva dal socialismo democratico e dal PSDI, dunque da un’area collocabile nel centrosinistra, ma la sua identità politica era marcatamente anticomunista e saldamente atlantica.
Il caso di Giovanni Leone, presidente dal 1971 al 1978, è ancora più distante dalla tesi meloniana. Leone era un democristiano moderato, giurista, figura di establishment, e la sua elezione avvenne dentro equilibri parlamentari nei quali anche la destra ebbe un peso importante. Sostenere che anche un profilo come il suo sia stato “di centrosinistra” significa svuotare le parole di qualsiasi precisione storica.

Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella: la varietà delle appartenenze politiche

L’unico presidente della Repubblica pienamente e simbolicamente riconoscibile come uomo della sinistra in senso forte, nella Prima Repubblica, è Sandro Pertini, presidente dal 1978 al 1985. Socialista, antifascista, partigiano, figura popolare e moralmente autorevole, Pertini apparteneva in modo nitido alla tradizione socialista italiana.
Subito dopo arriva Francesco Cossiga, presidente dal 1985 al 1992, altro nome che non entra in nessun modo nella formula del “Quirinale di centrosinistra”. Cossiga era un uomo della Democrazia Cristiana, con una lunga esperienza di governo e una biografia profondamente interna allo Stato repubblicano, ma non riconducibile alla sinistra. Anzi, la fase finale del suo mandato, segnata dalle celebri “picconate”, lo ha reso una figura irregolare, polemica, difficilmente classificabile anche rispetto alle tradizionali categorie centriste della Prima Repubblica. Proprio questa sua irrequietezza politica mostra quanto sia improprio piegare tutti i presidenti dentro una griglia binaria elementare.
Oscar Luigi Scalfaro, presidente dal 1992 al 1999, costituisce un altro esempio utile per smontare il luogo comune. Anche lui veniva dalla Democrazia Cristiana e, per lunga parte della sua carriera, non era affatto considerato un uomo di sinistra; semmai era noto per posizioni conservatrici e per un forte profilo istituzionale. La sua successiva identificazione, nell’immaginario pubblico, con un argine all’ascesa di Silvio Berlusconi contribuì a farne un riferimento morale per una parte del centrosinistra, ma questa percezione a posteriori non cambia la sua origine politica né autorizza a riscrivere la sua biografia come quella di un presidente nato dentro la sinistra.
Con Carlo Azeglio Ciampi, presidente dal 1999 al 2006, entriamo in una fase nuova, quella della Seconda Repubblica, in cui la percezione di una certa continuità tra Quirinale e aree moderate‑progressiste si fa più forte. Tuttavia anche qui bisogna evitare semplificazioni. Ciampi è stato soprattutto un grande servitore dello Stato, un tecnico delle istituzioni, ex governatore della Banca d’Italia, ex presidente del Consiglio, figura repubblicana e nazionale più che uomo di partito. È vero che la sua elezione maturò in un contesto politico nel quale il centrosinistra era decisivo, ma ridurre Ciampi a un “presidente di centrosinistra” significa trascurare proprio la caratteristica che ne spiegò il successo: il suo prestigio super partes.
L’unico altro presidente chiaramente collocabile nella sinistra, oltre a Pertini, è Giorgio Napolitano, presidente dal 2006 al 2015. Napolitano proveniva dal Partito Comunista Italiano, seppure dalla sua ala più riformista e istituzionale, ed è dunque il caso più netto di approdo al Quirinale di un dirigente formatosi nella tradizione comunista. Eppure anche il suo percorso conferma che il presidente della Repubblica, una volta eletto, non coincide più con il profilo di partenza: nel 2013 Napolitano fu rieletto in un quadro segnato da un accordo parlamentare ampio e trasversale, non da un’investitura di parte. La sua rielezione fu anzi il prodotto di una crisi del sistema politico che impose una figura percepita come garante generale della tenuta istituzionale.
Infine c’è Sergio Mattarella, eletto nel 2015 e rieletto nel 2022. La sua biografia ufficiale sul sito del Quirinale parla di un percorso originato “all’interno del filone di impegno cattolico‑sociale e riformatore” e ricorda la sua appartenenza alla Democrazia Cristiana prima dell’esperienza successiva nel centrosinistra. Anche Mattarella, quindi, può essere considerato vicino all’area del centrosinistra per collocazione politica maturata negli ultimi decenni, ma il suo profilo resta anzitutto quello di un cattolico democratico e di un uomo delle istituzioni, non quello di un militante ideologico di parte. La sua stessa autorevolezza pubblica deriva dal fatto di essere percepito come garante costituzionale, non come esponente di un campo.
Se si ricompone l’intera sequenza, il quadro è lontanissimo da quello suggerito dalla formula del “tabù”. Enrico De Nicola e Luigi Einaudi vengono dalla tradizione liberale; Segni, Leone, Cossiga e Scalfaro dalla Democrazia Cristiana in versioni non riconducibili alla sinistra; Pertini e Napolitano sono chiaramente uomini della sinistra; Saragat appartiene al socialismo democratico anticomunista; Gronchi e Mattarella stanno dentro la tradizione cattolico‑democratica con aperture verso il centrosinistra; Ciampi è il grande tecnico‑istituzionale della Repubblica. Sostenere che tutti, o quasi tutti, fossero “di centrosinistra” significa sostituire la complessità della storia con una narrazione polemica costruita per il presente.

La strategia comunicativa e la ricerca di legittimazione

Ed è qui che la strategia comunicativa diventa evidente. Parlando di “tabù”, Meloni non fa solo una ricostruzione del passato: costruisce una cornice per il futuro. L’idea di rompere un’esclusione storica serve a rafforzare la legittimazione della destra al governo e a preparare culturalmente il terreno a una prossima battaglia per il Quirinale. Se il centrodestra riuscirà a mantenere o consolidare numeri parlamentari significativi nelle prossime legislature, l’elezione del successore di Mattarella diventerà una partita centrale proprio perché, dal quarto scrutinio in poi, la maggioranza assoluta può bastare. In questo senso la dichiarazione della presidente del Consiglio non è una ricostruzione storica, quanto una mossa narrativa dentro una lunga campagna di legittimazione istituzionale, che mira a presentare l’eventuale futura elezione di un presidente più vicino alla destra.
Se si vuole essere rigorosi, allora, la formula corretta è un’altra. Non è vero che i presidenti della Repubblica siano stati tutti di centrosinistra. È vero semmai che nessuno di loro è venuto dalla specifica tradizione della destra sociale e postfascista di cui Fratelli d’Italia è l’erede più diretto. Ma questa constatazione non giustifica la riscrittura dell’intera storia del Quirinale come una lunga esclusiva della sinistra. Ed è proprio in questa differenza tra fatto storico e costruzione retorica che si misura la distanza tra analisi e propaganda, perché la storia del Quirinale non racconta un monopolio ideologico della sinistra, bensì una continua ricerca di figure capaci di rappresentare, con intensità diverse, un equilibrio superiore rispetto alle contingenze parlamentari.

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