È davvero impressionante vedere quanto spesso nella storia i governanti abbiano creduto di poter cambiare la realtà con un colpo di penna, come se bastasse una riga di codice nella Gazzetta Ufficiale per riscrivere le leggi dell’economia, della matematica o addirittura della biologia. Nell’Unione Sovietica di Stalin, ad esempio, la Costituzione del 1936 proclamava solennemente il “diritto al lavoro” e, di fatto, la scomparsa della disoccupazione: sulla carta ogni cittadino aveva un posto garantito, ma nella pratica chi restava ai margini veniva bollato come “parassita” e perseguito penalmente, trasformando un problema sociale in un reato invece di risolverlo. In Romania, negli anni Sessanta, Nicolae Ceaușescu decise che il Paese doveva crescere fino a 25 milioni di abitanti e nel 1966 impose il famigerato Decreto 770, che vietava aborto e contraccezione salvo eccezioni rigidissime (donne sopra i 45 anni, già madri di almeno quattro o cinque figli, gravidanze da stupro o a rischio per la salute), col risultato di raddoppiare il tasso di natalità nel giro di un decennio ma al prezzo di migliaia di aborti clandestini, orfanotrofi sovraffollati e un trauma collettivo che ancora oggi segna le donne rumene. Sul fronte opposto, in Indiana, nel 1897 la Camera statale approvò all’unanimità la House Bill 246, un testo surreale che pretendeva di “introdurre una nuova verità matematica” fissando di fatto il valore di π a 3,2 in nome di un presunto geniale medico di campagna convinto di aver “quadrato il cerchio”, e solo l’intervento casuale di un professore della Purdue University convinse il Senato a bloccare in extremis quella che sarebbe stata una legge-capolavoro del ridicolo. Questi episodi, tanto diversi tra loro, sono accomunati dalla stessa hybris: l’idea che un decreto possa ribaltare verità dure e ostinate – la scarsità di lavoro in un’economia pianificata inefficiente, il desiderio e il corpo delle donne, la costanza di un numero irrazionale come π – solo perché così è stato deciso in un’aula parlamentare. È esattamente ciò che, in forma di parabola, racconta la leggenda del re Canuto, il sovrano che fece posare il trono sulla riva del mare per “ordinare” alle onde di fermarsi e dimostrare ai cortigiani adulanti che anche il potere più assoluto ha un limite: la marea, ovviamente, continuò a salire, lavando i piedi del re e ricordandogli che ci sono forze – naturali, economiche, demografiche – che nessuna legge può invertire. In questo senso, dal Soviet di Stalin ai burocrati dell’Indiana, da Ceaușescu al trono bagnato di Canuto, la morale è sempre la stessa: quando la politica scambia la norma per realtà, finisce o nel tragico o nel grottesco, e spesso in una miscela dei due.
Il referendum sul tetto demografico
Da sempre, i provvedimenti semplicistici si infrangono contro la complessità del mondo reale.
È un monito che gli svizzeri dovrebbero tenere bene a mente in vista del referendum del 14 giugno. Gli elettori saranno chiamati a decidere se introdurre un tetto massimo alla popolazione: non più di 10 milioni di abitanti. Un’iniziativa promossa dal partito populista di destra SVP, che — secondo i sondaggi — divide profondamente l’opinione pubblica. Ma dietro questa proposta si nasconde un’idea tanto semplice quanto pericolosa.
Il cuore della questione è l’immigrazione. La Svizzera, come gran parte dell’Europa, sta invecchiando rapidamente: il tasso di fertilità è fermo a 1,3 figli per donna, ben al di sotto della soglia di sostituzione. Senza nuovi ingressi, la popolazione diminuirebbe. Eppure, circa il 30% dei residenti è nato all’estero, una percentuale che alimenta tensioni sociali e politiche. Dalle case sempre più care alle pressioni sull’ambiente alpino, fino ai cambiamenti culturali: molti attribuiscono questi fenomeni all’aumento degli stranieri.
Perché il tetto è una falsa soluzione
Ma il tetto demografico non colpirebbe tanto i richiedenti asilo — già relativamente pochi — quanto i lavoratori qualificati. È proprio grazie a loro che l’economia svizzera prospera. Dalle aziende farmaceutiche agli istituti finanziari, il Paese è un polo globale capace di attrarre talenti e innovazione. Limitare rigidamente l’immigrazione significherebbe indebolire questo vantaggio competitivo.
Le conseguenze non si fermerebbero qui. Un simile provvedimento metterebbe a rischio gli accordi con l’Unione Europea, in particolare la libera circolazione delle persone. Questo potrebbe innescare una reazione a catena — la cosiddetta “clausola ghigliottina” — che comprometterebbe l’intero sistema di relazioni economiche con Bruxelles. In altre parole, uno scenario simile alla Brexit, ma nel cuore del continente.
Secondo alcune stime, bloccare l’immigrazione per mantenere la popolazione sotto i 10 milioni — soglia stimata che verrebbe raggiunta intorno al 2041 — potrebbe costare fino a 500 miliardi di franchi in vent’anni. Un colpo significativo per un’economia da poco più di mille miliardi di dollari.
I sostenitori del referendum hanno cercato di presentarlo anche come una misura ecologica. Più persone significherebbero più emissioni, più consumo di risorse, più pressione sul territorio. Ma questa lettura ignora il vero problema: il cambiamento climatico. Limitare la popolazione svizzera non fermerà lo scioglimento dei ghiacciai né proteggerà le Alpi.
È comprensibile che una società voglia governare il proprio cambiamento. Ma esistono strumenti più efficaci e meno drastici. La Svizzera è diventata una delle economie più forti al mondo proprio grazie alla sua apertura. Rinchiudersi entro un limite numerico rigido rischia di trasformare un punto di forza in una debolezza. Il 14 giugno, più che un numero, gli elettori dovranno scegliere quale futuro vogliono per il loro Paese.








