Il divario retributivo tra Italia ed estero continua a spingere migliaia di giovani laureati a cercare opportunità oltreconfine. Secondo il XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione, i laureati italiani che lavorano all’estero arrivano a guadagnare fino al 60% in più rispetto a chi rimane nel Paese. Un dato che fotografa con chiarezza una delle principali cause della cosiddetta “fuga dei cervelli”: stipendi più alti, migliori prospettive di carriera e condizioni lavorative più competitive.
Il report, presentato all’Università della Basilicata e analizzato dal Sole 24 Ore, si basa su un campione ampio e rappresentativo: 335 mila laureati del 2025 e quasi 700 mila persone monitorate per gli esiti occupazionali. Le interviste sono state condotte a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo, offrendo una fotografia dettagliata dell’evoluzione lavorativa dei giovani italiani.
Più laureati, ma non abbastanza nelle STEM
Il sistema universitario italiano continua a registrare una maggiore presenza femminile: il 59,6% dei laureati è donna. Tuttavia, il divario di genere resta marcato nei percorsi STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), dove la quota femminile si ferma al 40,5%, invariata da un decennio.
Sul piano delle performance accademiche, il 60,4% degli studenti riesce a laurearsi in corso, mentre quattro su dieci accumulano ritardi. Un dato rilevante riguarda l’impatto sul lavoro: chi completa gli studi nei tempi previsti ha il 14,1% di probabilità in più di trovare occupazione.
L’età media alla laurea è di 26,3 anni, con un voto medio di 102,8 su 110. Elevata anche la soddisfazione per il percorso universitario: l’89,1% degli intervistati esprime un giudizio positivo e oltre il 72% rifarebbe la stessa scelta formativa.
Occupazione in crescita, ma stipendi reali in calo
Il mercato del lavoro mostra segnali incoraggianti sul fronte dell’occupazione.
A cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione raggiunge il 94,4% tra i laureati magistrali e a ciclo unico, il livello più alto degli ultimi 15 anni. I settori con le migliori prospettive sono medicina, area sanitaria e farmaceutica, seguiti da ingegneria, informatica e architettura. Più in difficoltà invece i laureati in discipline psicologiche, artistiche e giuridiche.
Nonostante l’alta occupabilità, il nodo resta quello delle retribuzioni. A un anno dalla laurea, lo stipendio medio netto è di circa 1.491 euro per i triennali e 1.495 euro per i magistrali. Tuttavia, considerando l’inflazione, si registra un calo reale del potere d’acquisto: -1,4% per i primi e -0,9% per i secondi.
Il divario che spinge all’estero
È proprio sul fronte salariale che emerge il gap più significativo. Dopo cinque anni, i laureati in Italia guadagnano in media 1.796 euro netti mensili (triennali) e 1.903 euro (magistrali). All’estero, però, le cifre cambiano radicalmente.
I laureati italiani che scelgono di lavorare fuori dai confini nazionali percepiscono già a un anno dal titolo circa 2.290 euro netti mensili, pari a un +57,6% rispetto ai colleghi rimasti in Italia. Dopo cinque anni, la retribuzione sale a 2.941 euro, segnando un divario del +59,9%.
Un esempio concreto: un giovane laureato magistrale che resta in Italia guadagna mediamente 1.840 euro netti dopo cinque anni, mentre chi lavora all’estero supera i 2.900 euro. Una differenza che, su base annua, può tradursi in oltre 12 mila euro in più.
Nonostante i numeri ancora contenuti, il fenomeno dell’espatrio è in crescita. A un anno dalla laurea lavora all’estero il 3,7% degli occupati, quota che sale al 4,5% dopo cinque anni.
Le mete preferite riflettono i principali poli economici europei:
- Germania (15,2%)
- Svizzera (13,5%)
- Spagna (9,6%)
- Francia (9,5%)
- Belgio (7,7%)
- Paesi Bassi (7,6%)
- Regno Unito (7,3%)
A incidere sulla scelta non è solo lo stipendio, ma anche la qualità del lavoro, le opportunità di crescita e la meritocrazia percepita.
Uno degli aspetti più critici riguarda le prospettive di rientro. Tra i laureati italiani all’estero, il 37% considera “molto improbabile” tornare in Italia, mentre il 31,5% lo ritiene “poco probabile”. In altre parole, quasi sette su dieci non prevedono un ritorno nel breve periodo.
Un segnale che evidenzia come il fenomeno non sia più temporaneo, ma strutturale: sempre più giovani costruiscono all’estero il proprio futuro professionale e personale.








