Il fondo di Trump per Gaza è senza soldi: Pochi fondi e molta propaganda

Il fondo internazionale promosso dal cosiddetto “Consiglio di pace” voluto da Donald Trump per finanziare la ricostruzione della Striscia di Gaza è, di fatto, quasi privo di risorse. L’organismo, che in teoria dovrebbe gestire la transizione politica e amministrativa del territorio, è composto da circa venti leader internazionali, spesso autoritari e accomunati da una forte vicinanza politica a Trump, configurandosi più come uno strumento di influenza che come un reale meccanismo multilaterale. Nonostante gli annunci ambiziosi e gli impegni economici dichiarati all’inizio del 2026, la maggior parte dei paesi coinvolti non ha versato quanto promesso, inclusi gli stessi Stati Uniti, principale sponsor politico dell’iniziativa.

Secondo un’inchiesta del Financial Times, dei nove paesi che a gennaio avevano annunciato contributi complessivi per circa 7 miliardi di dollari, solo Marocco ed Emirati Arabi Uniti hanno effettivamente trasferito parte dei fondi. Le cifre, tuttavia, risultano drasticamente inferiori rispetto agli impegni iniziali: circa 120 milioni di dollari in totale. Anche Washington, che aveva promesso fino a 10 miliardi di dollari, non ha ancora versato alcuna somma. Un ritardo che mina la credibilità dell’intero progetto e solleva dubbi sulla reale volontà politica di sostenere la ricostruzione.

Una ricostruzione ancora lontana

Le cifre finora raccolte appaiono del tutto insufficienti rispetto alle necessità. Le Nazioni Unite stimano che serviranno almeno 70 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per ricostruire Gaza dopo la devastazione causata dai bombardamenti israeliani. In questo contesto, il fondo promosso dal Consiglio di pace si presenta come uno strumento largamente inadeguato, incapace di incidere concretamente sul terreno.

Gli Stati Uniti hanno giustificato il mancato versamento sostenendo di voler attendere l’introduzione di un sistema di controlli e garanzie sull’utilizzo dei fondi. Tuttavia, questa posizione appare contraddittoria, considerando che il Consiglio è un organismo creato e fortemente influenzato proprio da Washington.

Negoziati bloccati e tensioni persistenti

A complicare ulteriormente la situazione è lo stallo politico e militare nella Striscia. Il Consiglio di pace ha attribuito i ritardi al rifiuto di Hamas di disarmarsi, condizione prevista nella seconda fase del cessate il fuoco. Tuttavia, i negoziati risultano sostanzialmente fermi e anche Israele è stato accusato di non rispettare gli accordi, continuando a espandere la propria presenza militare oltre i limiti stabiliti.

La prosecuzione delle ostilità, seppur a intensità ridotta rispetto alle fasi più acute del conflitto, rappresenta uno dei principali fattori di incertezza. Molti paesi esitano a trasferire fondi temendo che eventuali progetti di ricostruzione possano essere rapidamente distrutti da una ripresa dei combattimenti.

Dubbi sulla gestione dei fondi

Un altro elemento critico riguarda la gestione finanziaria del fondo. A differenza delle raccomandazioni delle Nazioni Unite, che suggerivano l’utilizzo di un conto gestito dalla Banca mondiale per garantire trasparenza e supervisione internazionale, il Consiglio ha scelto di affidarsi a JPMorgan, una banca privata.

Questa decisione ha sollevato perplessità tra osservatori e analisti, poiché una struttura privata non è soggetta agli stessi meccanismi di controllo e accountability previsti per le istituzioni multilaterali. La mancanza di garanzie indipendenti rappresenta un ulteriore ostacolo alla fiducia dei potenziali donatori.

Un progetto che perde credibilità

Fin dalla sua presentazione, il Consiglio di pace era stato accompagnato da promesse molto elevate, spesso giudicate irrealistiche. Trump lo aveva descritto come un organismo capace di ridefinire la governance di Gaza e persino di sostituire il ruolo delle Nazioni Unite, un’ipotesi che molti esperti avevano considerato improbabile fin dall’inizio.

A distanza di mesi, il bilancio appare deludente. Dopo una prima riunione altamente simbolica e mediatica a febbraio, il Consiglio non ha prodotto iniziative concrete di rilievo. Alcuni analisti hanno criticato l’organismo definendolo più simile a una piattaforma politica che a uno strumento operativo efficace. L’esperto di cooperazione internazionale Moath al-Amoudi ha sintetizzato questa percezione affermando che il Consiglio somiglia più a un “talk show” che a un autentico meccanismo umanitario.

Scopri di più da Economia X Finanza

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere